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I Poemi delle Battaglie Anglosassoni
I Poemi delle Battaglie Anglosassoni
Di Alessandro Manfroi



INTRODUZIONE


Nel novero della produzione poetica anglosassone si trovano tre componimenti poetici con una caratteristica in comune: sono tre narrazioni più o meno dettagliate di combattimenti o battaglie. I poemi sono: La Battaglia di Finnsburg, La Battaglia di Brunanburg e la più celebre Battaglia di Maldon.
Occorre precisare subito che le situazioni descritte dai singoli poemi non sono totalmente confrontabili: se nel primo la materia narrata è di origine scandinava, negli ultimi due poemi è autoctona, cioè anglosassone. Si tratta però di due situazioni radicalmente diverse: a Brunanburg l’esercito anglosassone risulta vincitore, mentre a Maldon si assiste ad una sua drammatica sconfitta. È logico quindi attendersi che le strutture ed i toni poetici siano differenti. Le date di composizione di queste tre opere, inoltre, non coincidono, costituendo un altro motivo di difformità
Tuttavia i tre poemi dimostrano una comune vivacità, per quanto riguarda il lessico delle armi, che rende significativo riunire i tre testi in un’analisi di questo campo lessicale.
Ci si può interrogare circa l’origine di questa vivacità lessicale. Una risposta a questo interrogativo può essere trovata nel Beowulf, in un passaggio dove è descritta l’attività dello scop, del poeta di corte:

 867... Hwilum cyninges þegn,
guma gilphlæden, gidda gemyndig,
se þe ealfela ealdgesegena
worn gemunde, word oþer fand
soþe gebunden. Secg eft ongan
siþ Beowulfes snyttrum styrian
ond on sped wrecan spel gerade,
wordum wrixlan.
 
 A volte un vassallo del re, un uomo carico / di frasi superbe, di canzoni a memoria, / che rievocava a stormi lontane leggende / di ogni tipo possibile, inventava parole / nuove, legate a norma. Poi l'uomo prese a dire / dell'avventura di Beowulf con perizia, e a comporre / rapidamente un racconto sapiente, a variare le frasi.


In questo passaggio– sorta di Ars Poetica in sintesi – assieme all’elemento mnemonico, legato al tramandare un certo patrimonio eroico-leggendario, troviamo l’elemento creativo del testo poetico indicato comeinvenzione di parole nuove, evidentemente dei composti o dei derivati. Parole nuove che devono essere legate a norma, tramite l’allitterazione, per comporre delle frasi o dei versi che vanno in seguito “variati”, procedendo così nella creazione di frasi sinonimiche per ribadire, talvolta da più punti di vista, il concetto espresso. Si ha così un’immagine dinamica del valore semantico dei vari termini, il quale viene plasmato in accordo alle esigenze espressive dell’autore. Ciò è reso possibile anche perché ci troviamo in una fase linguistica precedente a quella fase di riflessione autocritica caratteristica delle lingue moderne che porta alla produzione dei dizionari. Difatti, con l’introduzione dei dizionari, che, relativamente alla lingua inglese, avverrà a partire dal 1604 (R. Cawdrey, Table Alphabetical), la parola viene per così dire cristallizzata in uno o più significati, perdendo gran parte della sua vivacità e dinamicità espressiva.1
Questa vivacità lessicale, che si riscontra nei tre poemi “militari”, trova delle similitudini anche nel capolavoro della letteratura anglosassone, il Beowulf. Si tratta di un corpus comune di stilemi, frasi fatte, nessi grammaticali, ecc. che rendono l’idea di un comune sentire attraverso il tempo di quelli che erano gli elementi legati all’espressione in forma poetica delle varie esperienze di vita dell’uomo germanico, tra le quali quella fondamentale della guerra.

Un altro elemento comune è l’idea di lealtà del guerriero nei confronti del proprio signore. È l’istituzione fondamentale del mondo germanico che già Tacito aveva osservato e descritto: comitatus. Essa si basava su delle regole che disciplinavano i rapporti gerarchici e sociali. Regole erano incentrate sulla lealtà del guerriero cui doveva corrispondere la magnanimità del signore, sul dovere di vendetta in caso di morte di questi, sull’obbligo di mantenere la parola data, ecc. Anche i comportamenti da tenersi in tempo di guerra erano disciplinati per cui, ad esempio, in battaglia un principe non poteva essere superato in valore dal suo seguito mentre i suoi uomini, a loro volta, non potevano essergli da meno; correva l’obbligo morale di difendere e proteggere il principe ad ogno costo; infine, era considerato vergognoso sopravvivere al proprio principe caduto in battaglia.

Sebbene questi precetti siano stati registrati nel I secolo a.C., dalla lettura dei poemi qui presi in esame risulterà evidente, come, a distanza di secoli, essi permanessero pressoché immutati nella cultura e nella società germanica.
Altri elementi comuni potrebbero essere citati ma, a questo punto, è meglio procedere ad una disamina specifica dei poemi.

LA BATTAGLIA DI FINNSBURG

Della Battaglia di Finnsburg non ci rimangono che due frammenti: il primo è il cosiddetto Frammento di Finnsburg (FF.) e consiste di 48 versi che erano contenuti in un testo della Lambeth Place Library, probabilmente il MS 487 o il MS 489, andato distrutto in un incendio. Di questo testo resta solo una trascrizione, appunto frammentaria, eseguita da George Hickes prima del 1705. La copia contiene diversi errori, ma si può intuire come l’originale fosse scritto nel dialetto sassone occidentale. Sono comunque presenti delle forme northumbriche (p. es. sword v. 15), kentiche (p. es. scefte v. 7) o angliche (wæg v. 43). La data di composizione dell’originale è ancora materia di congetture.2
Il poema narra del primo dei due scontri avvenuti tra danesi e frisoni, scoppiato per motivi non ben precisati, nella reggia di re Finn dei frisoni.
Il Frammento contiene elementi comuni a tutta la poesia anglosassone: l’oggettività del narratore, una certa convenzionalità del vocabolario ed un modo convenzionale nella presentazione degli eventi. Per quanto riguarda la convenzionalità del vocabolario, basta citare i termini banhelm (v. 30) e guðwudu (v. 6). Un altro dato presente nel Frammento è la scarsità, o meglio, l’assenza della descrizione di un’ambientazione entro la quale si svolgono gli eventi.
Altri elementi, tuttavia, denunciano una certa peculiarità rispetto alla tradizione poetica antico inglese. Taluni studiosi sono arrivati al punto di classificarlo come l’unico esempio sopravvissuto del carme eroico breve germanico nel quadro della letteratura anglosassone. Uno di questi elementi peculiari consiste nella scarsità dei cosiddetti ornamenti retorici. Ciò ha spinto Molinari e Dobbie, tra gli altri, a paragonare il Frammento all’Hildebrandslied.3
Spicca, inoltre, la totale assenza di Dio o del messaggio cristiano, indice di una certa antichità del componimento.
Dal punto di vista stilistico, il poema presenta un ritmo serrato, l’uso intensivo di una tecnica che prevede il continuo spostarsi del punto di osservazione. Le immagini si susseguono senza sosta, non lasciando spazio a digressioni, per concentrare l’attenzione sui vari combattenti che partecipano alla battaglia. Vi è inoltre l’uso massiccio del discorso diretto che contribuisce a fornire un quadro ancor più drammatico alla narrazione.
Il secondo frammento di cui siamo in possesso è il cosiddetto Episodio (FE.). Questa denominazione sottolinea come questo testo sia un episodio narrato nel Beowulf tra i versi 1068 e 1159. Questi 91 versi sono cantati dallo scop di re Hroþgar nel corso dei festeggiamenti per l’esito vittorioso del primo scontro tra Grendel e l’eroe geata Beowulf che è pure riuscito a strappare il braccio destro del mostro, ferendolo a morte.
L’Episodio è contenuto così nello stesso manoscritto che contiene i circa tremila versi del Beowulf, il MS Cotton Vitellius A XV, redatto attorno ai primi anni del 1000. Per quanto riguarda il luogo e la data di composizione dell'Episodio e, conseguentemente, del Beowulf siamo ancora nell’ambito delle congetture. Si va da un’epoca di stesura situata attorno al 650, fino al 1016-1035 (regno di Cnut di Danimarca), passando per il 924-939 (regno di Etelstano). Per quanto concerne il luogo di composizione, le varie ipotesi proposte toccano, curiosamente, quasi tutte le aree dialettali antico inglesi: East Anglia, Northumber, Mercia.4
Il testo racconta il secondo scontro tra danesi e frisoni, avvenuto a Finnsburg.
Il primo motivo di riflessione ci è dato dalla sua collocazione: una recita orale, da parte di un menestrello di corte davanti ad un pubblico composto da guerrieri geati e danesi, nell’ambito dei festeggiamenti per una vittoria. Ciò sottolinea ancora una volta il valore sociale della poesia nel mondo germanico; oltre all’intrattenimento ed allo svago puro, la narrazione di vicende mitiche contribuisce ad alimentare la coscienza critica dell’unità etnica tramite la riproposta di storie appartenenti ad una memoria comune. Si assiste inoltre ad una rielaborazione culturale, collaterale al racconto, per giungere ad un abbozzo di critica storica sugli episodi che sono oggetto di narrazione. Inoltre “la pratica della poesia è la funzione principale per cui la reggia è stata costruita, oltre al rituale dei ‘doni del trono’ ”.5
Rispetto al Frammento, l’Episodio è opera di più vasto respiro. Il ritmo è certamente più lento, i preamboli e le scaturigini della battaglia sono analizzati più attentamente. Vi sono ampie digressioni sul dolore di Hildeburh per la perdita del fratello e del figlio e sul dramma di Hengest, preso “tra due fuochi”, ossia tra la fedeltà all’obbligo di vendetta del suo sovrano defunto ed il rispetto della parola data a re Finn. Il punto di vista del narratore è più distante il che consente l’utilizzo di toni enfatici ma, allo stesso tempo, anche più riflessivi. Non ci troviamo più, come nel caso del Frammento, di fronte ad un dramma; al contrario la vicenda “scorre sui temi della tristezza, della nostalgia e del rancore”.6 Significativa, in questo senso, la ripresa del tema dell’esule, della nostalgia della patria, tipica della poesia anglosassone che trova qui un interprete fedele in Hengest, ospite forzato nella reggia straniera di re Finn e in attesa di eventi a venire.
Stranamente il racconto delle vicende belliche vere e proprie si riduce in tre versi (1151-1153). Questa velocità del narrare ci ricorda, d’altro canto, come l’Episodio abbia un ritmo più incalzante del Beowulf nel quale è contenuto.
Anche nell’Episodio si ritrovano degli elementi comuni alla tradizione poetica eroica anglosassone. Per citare solo qualche esempio possiamo parlare dell’uso di termini convenzionalmente poetici (hildeleoma v. 1143) o l’assenza di una descrizione particolareggiata della battaglia. Tuttavia non sembra errato sottolineare come il testo si presenti alla stregua di un poema di carattere elegiaco oltreché eroico-militare.

LA BATTAGLIA DI BRUNANBURG (B.)

L’unico poema, tra quelli analizzati, che possediamo in forma completa ed attestata da più fonti originarie è La Battaglia di Brunanburg. Consta di 73 versi ed è uno dei pochi testi poetici inclusi nella Anglo-Saxon Chronicle. È infatti presente dopo la entry dell’anno 937 nelle versioni A, B, C e D della Chronicle. Si tratta, più precisamente del MS 127 del Corpus Christi College di Cambridge e dei MS Cotton. Tib. A VI, Cotton Tib. B I, e Cotton Tib. B IV presenti nella British Library.
Molto probabilmente l’autore era un chierico; ciò che rimane comunque fuori da ogni dubbio è che doveva essere un pubblicista dotato e smaliziato. Il testo è scritto nel dialetto sassone occidentale. La data di composizione dovrebbe risalire ad un periodo di poco posteriore a quello delle vicende narrate (937), in un periodo dove la lingua antico inglese stava attraversando un periodo di rinnovamento: a riprova di ciò si può citare l’elevato numero di hapax presenti nel poema: ben sedici in 73 versi, con una media decisamente elevata di un hapax ogni quattro versi e mezzo. Tra gli altri si possono citare bilgeslehtes (v. 45), garmittinge (v. 50), heaþolinde (v. 6) e mylenscearpan (v. 24).7
Il poema di Brunanburg non è un poema storico, ma piuttosto un panegirico scritto in lode di re Etelstano che sconfisse in battaglia un esercito invasore composto da vichinghi e scozzesi.
I motivi principali del poema sono annunciati già dai primi versi: si tratta del tema del re guerriero, del tema della battaglia e del tema della gloria conquistata sul campo. Questi saranno in seguito ripresi nel finale che fornirà una sorta di riassunto della vicenda.
Abbiamo detto che il poema si presenta come un panegirico: in effetti però si discosta dal panegirico tradizionale germanico riscontrabile nella poesia scaldica norrena. L’autore infatti inserisce, accanto agli stilemi tipici della poesia germanica, delle strutture che richiamano la prosodia classica. Troviamo così degli esempi di zeugma, di anafora, di anastrofi e di antistrofi. Con ogni probabilità il poeta aveva alle spalle un background di letture latine che ha poi rielaborato in una composizione che denuncia un’artisticità ed un uso degli artifici retorici maturo e consapevole.8
Le strutture presenti nel poema che si possono caratterizzare come prettamente tradizionali della poesia anglosassone sono, per esempio, oltre alle consuete variationes e kennings, la durata di un giorno della battaglia, l’inseguimento dell’esercito sconfitto in fuga, il ritorno in trionfo dei vincitori e la presenza sul campo di battaglia di animali necrofagi (tema che peraltro ricorre anche nella Battaglia di Maldon e nel Frammento di Finnsburg e su cui si avrà modo di tornare).
La battaglia vera e propria non è descritta in dettaglio, si può quasi arrivare a pensare che l’autore non sia del tutto a conoscenza del modo esatto in cui si siano svolte le cose.9
Il poeta si sofferma comunque con un tono ironico e compiaciuto sull’atroce destino degli sconfitti, descrivendone la morte con minuzia, arrivando al punto di citare le origini delle armi che causano questo massacro. Al contrario i vincitori sono distanti, sublimati; a questa immagine è associata un'altra immagine sublimata, quella del sole, astro meraviglioso e candela raggiante di Dio (vv. 14-15 mære tungol, / ..., Godes condel beorht). Tutto ciò fornisce un’immagine talmente trionfalistica, quasi spudorata, da rendere il lettore emotivamente coinvolto dal destino nefasto degli sconfitti. Il finale in ogni modo scioglierà questo coinvolgimento emotivo distaccando il punto di vista dal dato immediato per inserirlo nella prospettiva storica retrospettiva, più generale e più distante.10 Ciò che rimane è così la grandezza della vittoria inglese e del suo sovrano guerriero.

LA BATTAGLIA DI MALDON (M.)

Il poema della Battaglia di Maldon, con i suoi 325 versi, è il più lungo tra i poemi analizzati. Ciò nonostante si deve osservare come, ancora una volta, il testo non ci è giunto nella sua forma integrale. Si può parlare con ragionevolezza di un ammanco di una cinquantina di versi in coda e di un centinaio di versi all’inizio del poema.
Il testo è contenuto in una trascrizione eseguita da John Elphinston, sicuramente prima del 1731. In quell'anno infatti il manoscritto originale, il MS Cotton Tiberius A XIII, andò quasi distrutto in un incendio. La trascrizione, contenuta nel MS Rawlinson B 203 della Bodleian Library, sembra comunque molto minuziosa ed accurata.
La data di composizione è quasi sicuramente collocabile negli anni immediatamente successivi alle vicende narrate: lo scontro delle truppe anglosassoni comandate da Byrhtnoth e delle truppe norvegesi di Olaf Tryggvasson, avvenuto l’11 Agosto del 991.
Il poeta conosceva bene sia il comandante inglese che gli uomini del suo seguito. Tuttavia non sembra essere stato presente alla battaglia. Si può parlare di un uomo del seguito di Byrhtnoth o di un monaco della Abbazia di Ely, alla quale il comandante anglosassone era particolarmente legato.11
Si è anche avanzata l’ipotesi che lo scopo di questo poema fosse di ispirare una certa resistenza al pagamento del famigerato danegeld, il tributo che gli inglesi iniziarono a pagare ai vichinghi proprio dopo questa battaglia. Questa tesi è però tanto suggestiva quanto poco dimostrabile.12
Molto probabilmente il poema fu composto in dialetto anglico, per poi essere trascritto in sassone occidentale. Alcune forme presenti, come easteþe al v. 63, denunciano questa origine anglica. Il poeta utilizza anche delle forme di origine scandinava: p. es. dreng al v. 149. Questo artificio serve forse all’autore per dare una specifica coloritura al poema.
Il componimento si presenta come un “historical poem, although it is not without literary merit”.13
Il tema dominante è quello della fedeltà eroica del guerriero al suo sovrano, anche dopo la sua morte. Qui le regole del comitatus sono intese concretamente ed applicate fino alle estreme conseguenze. Il poeta deve però fare i conti con due situazioni discordanti: da una parte il comportamento eroico degli uomini di Byrhtnoth, dall’altra la loro sconfitta. Per convogliare meglio questi due elementi decide di servirsi di uno stile sobrio, dimesso e poco ornamentale. Kennings e parallelismi sono presenti, ma la loro funzione è enfatica prima che ornativa. Il verso risulta talvolta irregolare, addirittura faticoso.14
Il poema si compone di due grandi movimenti: il primo si conclude con la morte del comandante inglese. In questo trovano spazio le strutture classiche della tradizione poetica anglosassone. Citiamo, per esempio, le esortazioni e gli insegnamenti del comandante alle giovani leve, il flyting, ovvero la trattativa tra Byrhtnoth e l’araldo vichingo e le provocazioni verbali prima della battaglia, ecc. Il secondo movimento registra le reazioni alla morte di Byrhtnoth: da qui si diramano altre strutture caratteristiche: il tradimento di alcuni, le azioni quasi suicide di altri, il ricordo dei giuramenti fatti nella hall bevendo idromele, il brandire le armi prima di ricordare quei giuramenti, ecc.
In entrambi i movimenti la tecnica narrativa è la stessa: si tratta dell’alternanza di primissimi piani sui singoli combattenti e di discorsi diretti. Questo metodo è lo stesso utilizzato nel Frammento di Finnsburg ma qui acquisisce una drammaticità ancor più elevata. Le azioni dei singoli diventano infatti delle stilizzazioni: “... the individual action often has a symbolic significance, representing the action of many.”15 Le descrizioni della battaglia nel suo complesso sono presenti, ma in numero esiguo e restano sullo sfondo; al centro dell’attenzione vi è sempre l’esaltazione dell’azione collettiva, il cui eroismo travalica la sconfitta.16
Bertha Phillpotts ha riscontrato dei parallelismi significativi tra La Battaglia di Maldon ed altri poemi norreni, tra i quali il Bjarkamàl. Da queste similitudini si dedurrebbe che il poeta conosceva ed era influenzato da questa poesia.17 Gordon, a sua volta, spiega queste similitudini come di un background poetico comune a tutto il mondo germanico.18
Il dato peculiare di questo poema è una comprensione più vera e più sentita dello spirito e del codice di comportamento dell’eroe per cui si deve resistere strenuamente anche quando ogni speranza di successo è spenta19. Da qui l’indubbio fascino e spessore letterario dell’opera.



ASPETTI TATTICO-STRATEGICI


In uno studio che riguarda sui poemi militari anglosassoni, appare utile inserire una sezione dedicata al lato tattico-strategico delle battaglie descritte. Questo, oltre a fornire un quadro storico più completo circa il contesto nel quale le armi fossero utilizzate, può aiutare a dirimere delle questioni di interpretazione di passaggi o parole particolarmente oscure contenuti nei testi in esame.

GLI SCONTRI DI FINNSBURG

A causa della frammentarietà delle opere che descrivono i combattimenti avvenuti a Finnsburg, la ricostruzione delle vicende belliche appare quasi impossibile. Oltre alla frammentarietà, un ulteriore elemento di difficoltà è rappresentato dal fatto che la vicenda narrata è documentata solo nel Frammento e nell’Episodio contenuto tra i vv. 1063 e 1159 del Beowulf.
È teoria ormai ampiamente diffusa che il Frammento preceda cronologicamente l’Episodio. Lo scontro descritto nel Frammento diventerebbe così causa scatenante di tutti gli eventi descritti nell’Episodio.20
Comunque sia, un fatto rimane certo: la vicenda narrata comprende due scontri tra i frisoni di Finnsburg e i danesi comandati da Hnaef prima e da Hengest poi. Il primo scoppia di notte, per motivi non ben precisati e si conclude con un nulla di fatto. Questo combattimento è quello descritto nel <i>Frammento.
Dai dati testuali pare evidente che si tratti di una sorta di assedio, durante il quale sembra ci si sia serviti anche dell’arma dell’incendio. I frisoni mettono a ferro e fuoco Finnsburg e attaccano la hall di re Finn, evidentemente occupata dai danesi. L’occupazione da parte di questi ultimi può avere due interpretazioni: da un lato può essere statto un tentativo da parte dei danesi di usurpare il titolo del re dei frisoni, dopo averlo ucciso; d’altro canto il tentativo di entrare in questa hall potrebbe essere stato attuato per incontrare ed uccidere i migliori guerrieri dell’esercito frisone, in modo da indebolire l’avversario e fare così del regno uno stato vassallo o tributario dei danesi.
Il combattimento che si svolge attorno ai due ingressi della hall di Finn è molto cruento. Il testo dice pure che dura ben cinque giorni, anche se in questo è possibile forse intravedere quell’amore per l’esagerazione e per l’enfasi tipico della poesia epico-militare anglosassone. Tuttavia la prima battaglia si risolve con un nulla di fatto; di più i danesi perdono moltissimi uomini tra i quali il loro re, Hnaef. Il suo posto di comandante viene così preso da Hengest. Quest’ultimo, in considerazione della stagione avanzata e dell’impossibilità di ritornare in patria a bordo delle navi, stabilisce un’intesa di non belligeranza con Finn.
È qui che si innesta l’Episodio. Hengest, durante questo periodo di calma apparente, può rendere tutti gli onori dovuti a Hnaef con una sontuosa cerimonia di cremazione. Tuttavia il suo animo è tormentato da due pulsioni che lavorano esattamente in senso opposto: la fedeltà alla parola data e, conseguentemente il mantenimento della pace con Finn, oppure la fedeltà al suo vecchio sovrano che gli imponeva di vendicare la sua morte o di morire nel tentativo di compiere questo voto, secondo la ben nota etica del comitatus germanico.
La seconda opzione sarà quella presa da Hengest che, con una scelta di tempo da esperto stratega, aspetta l’arrivo della bella stagione e, di conseguenza, di una flotta di rinforzi provenienti dalla sua terra, per portare a compimento il giuramento. La vicenda si conclude dunque con il secondo scontro che vede la morte di Finn e il saccheggio del suo tesoro da parte delle truppe danesi (tra le quali sembrano trovare posto anche degli arcieri). Questo combattimento, a differenza del primo, sembra essersi svolto in un lasso di tempo molto ridotto. Tutto ciò in accordo con le tattiche di razzia attuate dai vichinghi. Al termine della seconda battaglia i danesi torneranno in Danimarca a bordo delle loro navi, portando con loro anche Hildeburg, regina danese forse rapita e costretta a sposare Finn. Alla luce del gesto finale da parte di Hengest, si potrebbe quasi pensare che sia stato il rapimento e, in seguito, il matrimonio forzato di Hildeburg con re Finn ad aver dato la stura a tutta la vicenda.

LA BATTAGLIA DI BRUNANBURG (937 d.C.)

La battaglia è stata analizzata molto attentamente dal tenente colonnello H. Burne in un’opera del 1952 alla quale si farà ampio riferimento per questo paragrafo e per il seguente.21
Il metodo di ricostruzione delle vicende narrate si basa sulle testimonianze primarie del fatto: oltre al poema omonimo, troviamo infatti dei riferimenti alla Battaglia di Brunanburg anche negli Annals of Ulster, nella Anglo-Saxon Chronicle e nella Saga di Egil, oltreché nelle opere di alcuni storici di epoca medievale: Florence of Worcester, Simeon of Durham e William of Malmesbury. Le opere più significative sono però il poema stesso e la Saga di Egil.22
Oltre alle fonti letterarie Burne utilizza un metodo di ricostruzione estremamente interessante che egli stesso ha definito “Inherent Military Probability (I.M.P.)”, letteralmente: “inerente probabilità militare”. Partendo da fatti storici indiscutibili, si riempiono i vuoti causati dalla frammentarietà o dalla scarsità di dati delle fonti storiche primarie mettendosi nelle vesti dei vari comandanti degli eserciti in conflitto, confrontando poi le deduzioni tratte con i dati storici a disposizione, per verificarne la compatibilità. Sicuramente, con questo metodo, si rimane nel campo delle ipotesi ma, alla luce dell’indiscutibile esperienza militare dell’autore e dei risultati che hanno trovato conferma da altre discipline (p.es. l’archeologia), il sistema si è rivelato particolarmente proficuo.
Tornando nel merito della questione, è importante notare come il sito esatto della battaglia sia ancora argomento di discussione. La tesi più accreditata sembra quella proposta da molti autori che situano la battaglia nei pressi di Burnswork (o Birrenswark) Hill, vicino a Ecclefechan nel Dumfriesshire (quindi in territorio Scozzese).23
Secondo tale proposta il sito sarebbe la sommità di un’altura posta a circa 150 mt. sul livello del mare. Il presunto campo di battaglia appare però di dimensioni troppo esigue (320 X 180 mt. circa, grosso modo le dimensioni di un campo di polo) per contenere due eserciti che molto probabilmente erano formati da almeno 20.000 uomini ciascuno. Inoltre, i due accampamenti avversari risulterebbero distanti circa 360 metri l’uno dall’altro e, francamente, è difficile pensare che la distanza che avrebbe separato per due giorni interi l’esercito anglosassone da quello norvegese-scozzese fosse così ridotta da essere rapportata alla lunghezza di una moderna banchina ferroviaria.
Un altro punto debole di questa ricostruzione sta nel fatto che gli invasori avrebbero lasciato le loro navi attraccate nel Solway Firth, cioè più a sud di dove si sarebbero poi accampate le truppe. In questo modo, considerando che l’esercito anglosassone di re Etelstano avanzava da sud, i norvegesi, in caso di sconfitta, non avrebbero avuto modo di raggiungere le proprie navi per cercare riparo nei territori di origine (cosa che invece è attestata nel poema).
La Saga di Egil afferma che i re degli invasori penetrarono sul suolo anglosassone. Ciò è molto probabile poiché le intenzioni di Costantino di Scozia erano sicuramente quelle di invadere il regno di Etelstano per imporre la sua supremazia sull’intera isola britannica. È logico pensare che la battaglia si sia dunque disputata in terra anglosassone.
Burne identifica Brunanburg con il villaggio di Brinsworth, posto a circa un chilometro e mezzo a sud di Rotterham, sulla strada romana che collegava York a Derby.
Come si diceva sopra, le intenzioni di Costantino erano quelle di intraprendere una campagna militare che lo avrebbe portato a marciare su Londra. A tal fine aveva cercato degli alleati tra i norvegesi di Irlanda (e, forse, anche di Scandinavia) e tra le popolazioni celtiche che risiedevano nello Strathclyde. Si poneva quindi il problema di ricongiungere queste forze per poi spingersi nel territorio inglese. I norvegesi sbarcarono nei pressi di Ribchester, alle foci del fiume Ribble; qui si congiunsero con i celti dello Strathclyde. Nel frattempo Costantino con la sua flotta, che comprendeva forse anche rinforzi giunti dalla Scandinavia, sbarcava nei pressi di Tadcaster e, in attesa dei rinforzi, sconfisse l’esercito northumbrico alleato degli anglosassoni. Etelstano muoveva da sud e si arrestò nei pressi di Derby per raccogliere dei rinforzi che consistevano in truppe di leva rastrellate un po’ dovunque nei suoi territori.
Gli attaccanti si erano congiunti e marciavano ora verso sud, attraverso Castelford in direzione di Rotherham, lungo la via romana che univa Derby a York. Sulla stessa strada, ma in direzione opposta, marciavano gli anglosassoni. Come si è anticipato, i due schieramenti si incontrarono nei pressi di Rotherham, vicino ad un villaggio chiamato Brinsworth; più esattamente gli anglosassoni si posizionarono su un’altura posta a sud di questo villaggio, in una posizione di indubbio vantaggio tattico.
Il sito così identificato concorda molto bene con le fonti storiche: nella Saga di Egil infatti si parla di un’altura costeggiata da un bosco ad ovest e da un corso d’acqua ad est. Tutti questi elementi sono rispettati nella proposta di Burne. Oltre a ciò, si deve aggiungere che una tradizione locale di Brinsworth parla di una grande battaglia che, in un’epoca remota, si svolse nei pressi del villaggio.
Questo relativamente ai preparativi alla battaglia. Lo scontro vero e proprio vide gli anglosassoni arroccati in cima ad un’altura inutilmente attaccati da un esercito quasi sicuramente superiore in numero. Dopo che gli invasori si furono sfiancati in attacchi improduttivi, gli inglesi sferrarono la loro controffensiva, cogliendo il nemico in un momento di difficoltà anche dal punto di vista psicologico. Lo scontro frontale ebbe successo e riuscì in poco tempo ad infrangere il muro di scudi levato da norvegesi e scozzesi, che ripiegarono in rotta. Gli anglosassoni inseguirono a cavallo i fuggitivi per lungo tempo compiendo un’enorme carneficina nella quale trovarono la morte anche cinque re e sette baroni tra gli invasori. I norvegesi cercarono salvezza navigando attraverso il mare d’Irlanda verso Dublino, mentre gli scozzesi sopravvissuti si diressero a nord, tornando nella loro patria.
Un dato sembra emergere con particolare rilevanza da tutte le fonti: le dimensioni del massacro che evidentemente fu notevole.




LA BATTAGLIA DI MALDON (11 Agosto 991)

Oltre al poema omonimo, le fonti che possono contribuire a capire meglio lo svolgimento di questa battaglia è la Vita Oswaldi, scritta tra il 997 ed il 1005. La Anglo-Saxon Chronicle riassume invece l’avvenimento in una sola, laconica frase: Her wæs Gypeswic gehergod, and æfter þon swiþe raþe wæs Brihtnoþ ealdorman ofslegen æt Mældune. “In quest’anno [il 991] la città di Ipswich fu saccheggiata e, poco tempo dopo, il nobile Byrhtnoth fu ucciso a Maldon”.24
Il sito della battaglia è stato situato da Freeman nei pressi di Heybridge, cittadina collocata circa un chilometro e mezzo a nord di Maldon, in considerazione dell’esistenza di un ponte che divideva lo schieramento anglosassone da quello scandinavo (bricg, vv. 74 e 78).25
Secondo Freeman gli anglosassoni muovevano da nord, mentre gli scandinavi (norvegesi) si erano attestati ad est del ponte di Heybridge. Ora, poiché Maldon era una città fortificata doveva ovviamente ospitare una guarnigione, per cui i norvegesi si sarebbero posti in una posizione stretta da nord e da sud da truppe inglesi. Ciò contribuisce già molto a indebolire la consistenza dell’ipotesi di Freeman. Si può aggiungere che Heybridge non è menzionata da nessuna fonte; che la presenza a quei tempi di un ponte nei pressi della cittadina non è certa; che se i norvegesi fossero stati bloccati al di là del ponte, non avrebbero forse chiesto libero passaggio a Byrhtnoth ma avrebbero cercato di guadare il fiume spostandosi un po’ più a nord.
Tuttavia l’elemento più importante per il definitivo accantonamento di questa ipotesi è stato fornito da Laborde.26 Questi ha osservato come l’antico inglese brycg, oltre a “ponte”, può significare “causeway”, cioè “strada rialzata posta in un terreno acquitrinoso”. Verosimilmente la battaglia deve esservi svolta in un sito a sud-est di Maldon collegato appunto da una causeway ad un’isoletta alle foci del fiume Blackwater (allora Panta). Oggi quest’isoletta è chiamata Northey, ed è lì che, con ogni probabilità, i vichinghi sbarcarono.
In questa posizione i norvegesi erano praticamente inattaccabili. Ciò malgrado cercarono un passaggio verso la terra ferma. Si resero però conto che, all’infuori della “strada rialzata” saldamente controllata dagli inglesi, il guado del fiume era impraticabile a causa del fango che, anche durante la bassa marea, impediva il movimento delle truppe.27
Il loro scopo era indubbiamente quello di penetrare il più possibile sul suolo inglese, per compiere razzie o imporre tributi in cambio della pace. Gli anglosassoni, d’altro canto, erano ben motivati a muovere battaglia per vendicare le scorrerie che, proprio in quell’anno, gli invasori avevano già compiuto (per esempio ad Ipswich). Volevano tornare in possesso delle ricchezze rubate dai norvegesi, di conseguenza non si potevano ritenere soddisfatti di tenere sotto scacco i nemici, isolati sull’isola di Northey per, eventualmente, costringerli a riprendere il mare per mancanza di approvvigionamenti.
Le forze in campo dovevano avere circa la stessa consistenza; la grande differenza tra i due schieramenti era data dal fatto che, mentre le truppe norvegesi erano composte da guerrieri esperti ed affiatati, quelle inglesi erano per lo più composte da soldati di leva con poca esperienza; prova di ciò è l’azione “didattica” svolta da Byrhtnoth e descritta nei versi 17/21 del poema:

      þa þær Byrhtnoþ ongan beornas trymian:
rad and rædde, rincum tæhte
hu hi sceoldon standan and þone stede healdan,
and bæd þæt hyra randan rihte heoldon
fæste mid folman, and ne forhtedon na.
 
 

Così allora Byrhtnoth incominciò a disporre i soldati; / cavalcava ed istruiva, insegnando ai guerrieri / come avrebbero dovuto resistere e mantenere la posizione, / e chiese loro di tenere gli scudi correttamente / stretti nelle loro mani e di non lasciarsi prendere dal timore per nessun motivo.


Il comandante inglese, convenendo con la richiesta fatta da un araldo vichingo, concesse comunque libero passaggio alla terra ferma agli invasori, dopo che tra i due eserciti c’era già stato uno scambio di frecce che era servito per tenere l’avversario per così dire “sotto pressione”.
Questo si rivelerà un primo errore tattico da parte di Byrhtnoth. Il poema l’addebita alla sua ofermod (v. 89). Byrhtnoth sembra quindi avere peccato di presunzione nell’affidare le sorti della sua terra ad una battaglia campale. Peraltro, l’ofermod del comandante inglese può essere interpretato come elemento comprovante la nobiltà d’animo dell’eroe.28 Gli inglesi avrebbero potuto attaccare gli invasori mentre questi stavano transitando sullo stretto passaggio, venendo così meno alla parola data, ma l’etica di Byrhtnoth gli vietava un tale comportamento.
I vichinghi passano e la battaglia può cominciare. La tattica scelta dai due eserciti è lo scontro frontale; i due schieramenti predispongono il “muro di scudi”. Byrhtnoth si pone in testa alle sue truppe ma trova presto la morte. Si può osservare, a questo punto, come anche questo comportamento sia stato erroneo. Gli eserciti germanici basavano il morale e la forza sul carisma del comandante; una volta che questi cadeva o veniva a mancare la battaglia era praticamente perduta. I sopravvissuti avrebbero infatti combattuto fino alla fine per vendicare il loro leader, non mirando più alla vittoria finale ma soltanto alla vendetta. Inoltre poteva verificarsi il caso in cui, scomparso il comandante, un numero consistente di guerrieri si desse alla fuga, terrorizzato e in preda al panico. Questo accadde anche a Maldon.
Di conseguenza il modo di agire più saggio, anche se forse meno eroico, sarebbe stato di aspettare che la violenza del primo assalto calasse, per non esporsi ad inutili rischi. È quanto suggerito nel Frammento di Finnsburg, ai vv. 18-23, dove Guthere raccomanda a Garulf di non rischiare la sua preziosa vita nel cercare di bloccare il primo assalto, che solitamente è il più violento, essendo i soldati non ancora stanchi e provati.
Davanti ad un tale errore strategico da parte di un comandante così “navigato” come Byrhtnoth si resta abbastanza sconcertati. Costui ha peccato di presunzione una seconda volta. Ma anche stavolta si può parlare di un gesto che denota nobiltà d’animo e un eccezionale coraggio. Contravvenendo alle logiche utilitaristiche che gli avrebbero suggerito di rimanere al coperto il più a lungo possibile, Byrhtnoth si lancia immediatamente nella mischia per essere, ancora una volta, d’esempio per le sue truppe. Si deve aggiungere che egli era un uomo ormai quasi al termine dei suoi giorni: aveva infatti ben sessantacinque anni che, comparati all’aspettativa di vita del tempo, era un traguardo piuttosto notevole, se poi si pensa che aveva dovuto trascorrere gran parte dell’esistenza combattendo, rischiando cioè la vita in più occasioni, ciò è ancora più significativo. La morte dunque non doveva fare più tanta paura a questo eroe, anzi morire in battaglia poteva essere il degno compimento di un’intera vita, da qui (forse) il suo gesto temerario, sebbene tragico non solo per lui ma anche per le sorti dei suoi uomini e del suo paese
Dopo la morte di Byrhtnoth parte del suo seguito abbandonò il campo di battaglia, ma altri, continuarono a battersi. L’esercito anglosassone era però ormai in condizioni svantaggiose e, benché molti guerrieri lottarono con grande tenacia e coraggio (tra questi anche un ostaggio northumbrico, che si dimostrò un arciere assai valente), il destino era ormai scritto.

      “Hige sceal þe heardra, heorte þe cenre,
mod sceal þe mare þe ure mægen lytlaþ!”


“Il cuore sia più saldo e più fermo il proposito, più prode l’animo se la forza vien meno”, dice Byrhtwold, guerriero anglosassone (vv. 312-313). La forza d’animo non sarà però sufficiente a risollevare le sorti di una battaglia che, probabilmente, era già stata persa concedendo ai vichinghi il comodo passaggio verso la terra ferma. Usciti vittoriosi dallo scontro di Maldon, questi ultimi esigeranno un tributo annuale dagli inglesi, tributo che è diventato famoso con il nome di danegeld e che avrebbe segnato a lungo la storia d’Inghilterra.

Tolkien giudice dell’ fermo

Nella nota introduttiva ma soprattutto nella posfazione di The Homecoming of Beorhtnoth, Berhthelm’s Son, Tolkien esprime un giudizio netto sulla condotta del comandante anglosassone Byrhtnoth: “Beorhtnoth accettò la sfida e acconsentì alla richiesta. Fu un gesto d’orgoglio [ofermod] e di cavalleria del tutto fuori luogo, e che infatti si rivelò fatale”.29 D’altro canto anche l’opinione dell’autore del poema sembra velatamente negativa: il termine ofermod infatti, si ripete due volte all’interno del poema, una volta in associazione al comportamento del condottiero anglosassone, in un altro caso invece quando si descrive la condotta del demonio.
Traendo spunto da un altro capolavoro epico anglosassone, il Beowulf, Tolkien delinea una precisa distinzione tra lo “spirito eroico germanico”, con i suoi addentellati di aspirazione all’onore e alla gloria, in vita come dopo la morte, e l’eccesso cavalleresco che rimane “eccesso” anche se valutato con benignità e una certa accondiscendenza dall’opinione coeva. Ed infatti il poeta sostiene chiaramente che “allora il conte nel suo orgoglio smisurato in effetti cedette terreno al nemico, come avrebbe dovuto”.
Il paragone con Beowulf che rinuncia alle armi per combattere ad armi pari con Grendel è immediato. Tolkien parla nell’uno e nell’altro caso di “carattere sportivo”, una formula che fa ben comprendere la leggerezza di cui Byrhtnoth è imputato. Ma è pur vero che, al momento del suo combattimento con Grendel, Beowulf non ha doveri né responsabilità verso i Danesi né verso chicchessia. Al contrario Byrhtnoth di responsabilità ne ha: in primis verso i componenti del proprio seguito personale e dell’esercito sottoposto al suo comando, quindi nei confronti del proprio Re, e, in definitiva, di quello che poteva essere la sua terra. Forse Byrhtnoth come Beowulf si sentiva libero dalla paura in virtù delle sue molte vittorie, ciò nonostante rimane la distinzione che Tolkien traccia lucidamente tra il comportamente eroico messo in atto da un subalterno (quindi che agisce senza il peso di responsabilità evidenti) ed un capo. Tolkien formula un giudizio piuttosto tranchant su questo comportamento, sottolineando i casi di subordinati che pagano con la propria vita il mod, il “ghiribizzo” del loro signore. Se Beowulf con Grendel combatte “sportivamente”, alla pari, ma senza ricadute su altri (il combattimento in questo caso è un affare a due), Byrhtnoth, al contrario, lo fa a spese di altri, in un contesto che non è quello di un’epica lontana, che affonda in un passato leggendario, bensì un fatto reale che avrà conseguenze pratiche e drammatiche per il regno Anglosassone.
Tolkien s’interroga sul motivo di un siffatto comportamento. La risposta che ne trae sta in un certo tipo di educazione basata su una “tradizione aristocratica” piuttosto incline verso tali comportamenti, tradizione che sarebbe custodita in racconti e testimonianze che ai giorni nostri non ci sono pervenute.30
Byrhtnoth non avrebbe potuto riscattare completamente il suo gesto sconsiderato nemmeno con la morte. Né, come già detto, si giunge da parte dell’autore del poema, ad una condanna decisa del capo anglosassone; questa semmai affiora solo tramite sfumature lessicali e sintattiche, velatamente quindi e non di certo in maniera chiara e immediata. Ciò che risalta in tutta la sua pienezza è il comportamento eroico dell’heordhwerod, il seguito di Byrhtnoth, che perde il suo spessore tragico legato all’esito della battaglia per lasciare spazio all’eroismo puro dell’obbedienza e dell’amore. Da qui la fonte di suggestione di tutto il poema. La poesia viene così ad elevarsi al di sopra di ogni ideale eroico o cavalleresco, e le critiche per la condotta del capo restano in sottofondo.
Diversamente accadrà con Sir Gawain and the Green Knight, componimento scritto in epoca tarda, in fase middle-english, quando gli ideali della cavalleria volgono al tramonto e nasce la necessità di fissare un codice di comportamento. Qui la critica diviene più manifesta ed il coraggio eroico verrà inquadrato in un contesto definito: essere al servizio di sovrani diversi e di diverse bandiere. L’etica guerresca con Sir Gawain fa un altro passo verso l’odierno relativismo morale, e la poesia perde portata ideale; così lo slancio epico di Maldon si riduce al ricordo di un passato suggestivo ma ormai lontano.







NOTE:

1 Cfr. G. Iamartino, Da Thomas a Baretti: I Primi Due Secoli di Lessicografia Angloitaliana, Milano 1994.
2 Cfr. B. J. Muir, Leod. Six Old English Poems: a Handbook, New York 1989, pagg. 53-55.
3 M.V. Molinari, Il 'Frammento di Finnsburg'. Proposta di Rilettura, “AION-G”, N. 24 (1981), pagg. 27-50; E.V.K. Dobbie, Anglo-Saxon Minor Poems, London 1942, pagg. xiii-xix.
4 J. Porter ed., Beowulf, Pinner 1991, pagg. 5-7.
5 L. Koch ed., Beowulf, Torino 1987, pag. XXX.
6 D. Galimberti, Finnsburg: Frammento ed Episodio. Contributo allo Studio della Fonetica e del Lessico, Tesi di Laurea, Università Cattolica di Milano A.A. 1983-84, pag. 26.
7 B.J. Muir, op. cit., pagg. 65-67 e 75.
8 A.S. Johnson, The Rhetoric of Brunanburg, “Philological Quarterly”, N. 47 (1968), pagg. 487-493.
9 E.V.K. Dobbie, op. cit., pagg. xxxii-xliii.
10 F. R. Lipp, Contrast & Point of View in Brunanburg, “Philological Quarterly” N. 48 (1969), pagg. 166-177.
11 E. V. Gordon, The Battle of Maldon, Manchester 1976, pagg. 1-40.
12 B. Griffiths, The Battle of Maldon, Pinner 1993, pagg. 7-12.
13 B. J. Muir, op. cit., pagg. 81-84.
14 B. Griffiths, op.cit., ibi.
15 E.V. Gordon, op. cit., pag. 28.
16 B. Griffiths, op. cit., ibi.
17 B.S. Phillpotts, 'The Battle of Maldon': Some Danish Affinities, “Modern Language Review”, N. 24 (1929), pagg. 172-190.
18 E.V. Gordon, op. cit., pag. 25. “ … certi argomenti erano patrimonio comune di tutti i Germani; e sembra che molti dei temi più famosi e ricorrenti - portati da cantori itineranti - siano passati di corte in corte, di tribù in tribù di popolo in popolo, ogni volta con rifacimenti, adattamenti e rielaborazioni linguistiche, ..." (N. Francovich Onesti, Filologia Germanica, Roma 1991, pag. 146).
19 “In this poem the reasons for such behaviour were not merely accepted instinctively; they were also intellectually comprehended” (E.V. Gordon, op. cit., pag. 26).
20 Cfr. p. es. E. V. K. Dobbie, The Anglo-Saxon Minor Poems, New York 1959, pagg. XIII-XVIII.
21 A. H. Burne, More Battlefield of England, London 1952, pagg. 44-60.
22 Annala Uladh; Annals of Ulster, I-II, ed. W.H. Hennessy, Baile Atha Cliath/Dublin 1887-93; D. Dumville e S. Keynes, The Anglo-Saxon Chronicle: a Collaborative Edition, Woodbridge 1983; Egils Saga Skallagrimssonar, ed. S. Nordal, Reykjavik 1933; Egil’s Saga, trad. G. Jones, New York 1960; Florence of Worcester, Chronicon ex Chronicis, ed. B. Thorpe, London 1848-9; Simeon of Durham, Opera Omnia, ed. T. Arnold, London 1882-5; William of Malmesbury, Gesta Regum Anglorum, ed. W. Stubbs, London 1887-9.
23 T. Hodgkin, “Athenaeum”, N. 22 (1885); G. Neilson, “Annals of the Solway, Glasgow” (1899), p. 34; G. Neilson, “Scottish Historical Review”, N. 7 (1909); W. S. Angus, “Antiquity”, N. 11 (1937).
24 D. Dumville e S. Keynes, op. cit., anno 991; J. A. Robinson, St Oswald and the Church of Worcester, London 1919.
25 E.A. Freeman, The History of the Norman Conquest of England, its Causes and Results, 6 voll., Oxford 1870-9.
26 E.D. Laborde, The Site of the Battle of Maldon, “English Historical Review”, N. 40 (1925), pagg. 161-173.
27 A.H. Burne, op. cit., pagg. 61-69. Per l’analisi di questa battaglia cfr. anche cpt. W. A. Samouce, General Byrhtnoth, “Journal of English and Germanic Philology”, N. 62, 1963, pagg. 129-135.
28 Cfr. J.R.R. Tolkien, The Homecoming of Beorhtnoth, Beorhthelm's Son, “Essays & Studies”, N. 6, 1953, pagg. 1-18; Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, trad. it. di F. Saba Sardi in, J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, Milano 1976.
29 J.R.R. Tolkien, The Homecoming of Beorhtnoth, Beorhthelm's Son, cit.
30 Tale tradizione sembra essere continuata in qualche modo fino al secolo scorso. In occasione della Prima Guerra Mondiale, diverse circolari vennero emesse dallo Stato Maggiore Italiano in quanto il tasso di mortalità tra gli ufficiali era drammaticamente superiore in termini relativi a quello della truppa. Ciò si spiega con l’idealità che animava gli ufficiali italiani, cresciuti nelle accademie dove gli antichi ideali eroici erano ancora in voga e che nel corso degli assalti si gettavano in avanti i prima fila, “sprezzanti del pericolo”, davanti alle truppe di cui erano al comando, esponendosi al rischio più dei loro sottoposti e molto probabilmente in maniera del tutto inutile.



Scritto da webmaster il 04 dicembre 2010 10424 Letture · Stampa
 
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darkelf
10/07/2014
ciao a tutti,i prequel come al solito non sono mai all'altezza dei precedenti episodi. L'unica scelta da fare era produrre un film o una trilogia sulla quarta era ,degna conclusione dell'

Finrod Felagund
10/06/2014
Hakandur è vero... vedremo nel 3 film... anche se nel libro era la seconda parte ad avermi colpito di più

MithrandirGreyPilgrim93
10/01/2014
Salve a tutti ^^

Hakandur
09/18/2014
Anche a me il secondo film ha deluso abbastanza smiley il flirt tra elfa e nano non mi ha garbato

Finrod Felagund
09/18/2014
Ciao a tutti! Che ne pensate della rappresentazione cinematografice de "Lo Hobbit" in confronto al libro? Io la trovo abbastanza riuscita... nel 1 film... il 2 invece mi ha deluso

Re Thranduil
09/10/2014
In particolare, si intuiscono questi sentimenti, nelle opere riguardanti la Terra di Mezzo, che oltre ad essere le più numerose sono anche le più profonde!

Re Thranduil
09/10/2014
...dicevo... col pensiero, il cuore e l'anima, in modo sublime e di gaudio!!!

Re Thranduil
09/10/2014
Leggendo le opere di Tolkien, con grande passione ed attenzioni a tutti i molteplici particolari contenuti tra le righe dei suoi libri, esse ti permettono di immergerti nelle storie narrate col pensie

Beatris
09/10/2014
Peccato... Non sono riuscita ad andare alla Hobbiton... Ci tenevo così tanto... Un vero peccato...

Paige91
09/08/2014
ci sono stata anche io ma l'unico buco è stato dopo pranzo dall'1 alle 4..per il resto ho avuto una giornata pienissima XD siamo state alla stessa hobbiton? XD

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