Tolkieniani Italiani – Intervista a Mila Fois

Miti e cultura nordeuropea oggi come oggi hanno una presa molto intensa sull’immaginario quotidiano di un gran numero di persone. Per accostarli nella loro originaria genuinità occorre però sobbarcarsi un paziente e meticoloso studio delle fonti, oppure il rivolgersi a una persona esperta e fidata che a sua volta abbia alle spalle un retaggio di pari caratteristiche. Una di queste persone è senza dubbio Mila Fois, che vi invitiamo a conoscere (e in seguito a consultare, almeno mediante le sue numerose pubblicazioni) scorrendo le risposte all’intervista che Giuseppe Scattolini ha ottenuto di trascrivere e offrirci per la pubblicazione.

Preparatevi a un primo tuffo nell’affascinante mondo delle mitologie antiche…


Mila Fois, sei una lettrice ed un’appassionata di mitologia e di Tolkien: sono due passioni diverse o sono la stessa? Tolkien corre sui medesimi binari della mitologia cui si ispira o le sue opere funzionano diversamente?

Credo che ogni appassionato di Tolkien in fondo sia anche un amante della mitologia, così come che uno dei tratti più affascinanti e caratteristici delle opere del Professore sia il fatto che vi si possano trovare numerosi echi di miti e leggende che fanno parte del nostro passato. Sono due binari che spesso e volentieri si incontrano, arricchendosi vicendevolmente. Come sappiamo, Tolkien studiò con impegno e passione le grandi saghe del passato e queste gli furono d’ispirazione per il suo grande lavoro di creazione della Terra di Mezzo. Il Professore aveva un nobile scopo, ovvero quello di restituire all’Inghilterra l’apparato mitologico che questa aveva perduto con l’invasione normanna, oltre che in seguito a una troppo rapida industrializzazione che portò a una corsa verso le grandi città, lasciando indietro tutto ciò che apparteneva alla tradizione. Il suo è stato un attingere a piene mani dalla sorgente del mito per poi restituirlo completamente rinnovato: un lavoro davvero degno di ammirazione.

Negli anni hai scritto tantissimi libri sulle mitologie di tutto il mondo: qual è l’intento che ti ha ispirata negli anni e qual è stata l’idea, o il motivo, che ti ha spinta a partire?

Quando ho iniziato a interessarmi di mitologia, la più nota era quella classica, studiata anche nelle scuole, mentre delle altre si sapeva davvero poco. Vi era un grande divario tra i libri disponibili per chi volesse iniziare a conoscere miti come quelli celtici, norreni, indiani o mesopotamici: erano infatti reperibili solo tomi pensati per accademici o volumetti per bambini. Avrei voluto trovare una via di mezzo e, dal momento che ne sentivo il bisogno, ho pensato di crearla io. La collana Meet Myths nasce dunque per aiutare chiunque, anche coloro che non hanno tanto tempo a disposizione, a conoscere le splendide leggende che animavano il mondo degli antichi. Mi spingono tuttora a continuare questo percorso l’amore e la curiosità verso i miti del passato, assieme al desiderio di renderli accessibili a tutti.

Negli studi tolkieniani siamo soliti collegare Tolkien ai miti nordici, soprattutto a quelli di area balcanica, celtica, islandese… non sono certo però che tutti abbiano bene in mente la grandissima diversità che c’è tra le varie concezioni mitologiche interne al mondo nordico: puoi spiegarci qualcosa in merito alle varie differenze intercorrenti tra le mitologie nordiche?

Nonostante ormai, grazie anche al mondo del fumetto, del cinema e della musica, le mitologie nordiche siano entrate nell’immaginario comune, permane talvolta un po’ di confusione. I miti celtici, per esempio, sono spesso confusi con quelli scandinavi, e tutto ciò che viene dal nord viene etichettato come mitologia nordica senza fare distinzioni. Mentre la tradizione norrena vedeva come proprie figure di riferimento divinità come Odino, Thor, Frey o Freyja, quella celtica ha toni e atmosfere molto diversi, e in particolare in Irlanda si contano numerose ondate di popoli invasori, uno dei quali è quello dei Tuatha Dé Danann, guidato da figure quali Nuada, Lugh, Ogma o il Dagda. Ancor più a nord troviamo la mitologia finnica, anch’essa, come le precedenti, molto amata da Tolkien. In questo caso la terra è pervasa da spiriti e incontriamo sciamani in grado di entrare in comunicazione con loro. Questi sono solo tre esempi, ma ciascun popolo ha una propria storia da raccontare ed è magnifico avere l’opportunità di ascoltare la loro voce anche dopo secoli, scoprendo le peculiarità di ognuno di essi e lasciandoci incantare dalle gesta di divinità ed eroi.

Rispetto a queste mitologie e alle differenze che hai ricordato, Tolkien secondo te si ispira di più a una in particolare o a tutte loro? Come hanno potuto queste mitologie dare forma alla Terra di Mezzo?

Tolkien amava molto i miti del nord, e ce lo ha dimostrato dedicando loro interessanti studi. Beowulf, La Leggenda di Sigurd e Gudrun, La Caduta di Artù e La Storia di Kullervo sono solo alcuni esempi del suo legame con la tradizione anglosassone, norrena, bretone e finlandese, ma questi cicli narrativi hanno influito molto anche in maniera meno evidente, permeando la trama stessa del mondo da lui creato, prendendo vita all’interno della Terra di Mezzo. Chi conosce le saghe norrene non faticherà a trovare molti elementi in comune con il mondo di Tolkien: tra elfi, nani, draghi e magici anelli, l’immaginario nordico sembra prendere vita, rinnovandosi e mostrando di avere ancora molto da raccontare. Alcuni personaggi tolkieniani sono ispirati a eroi della leggenda, come nel caso di Turin Turambar e Kullervo, lo sfortunato eroe del Kalevala. Lo stesso Gandalf (che porta un nome norreno) racchiude in sé sfumature che lo legano allo sciamano Väinämöinen, a Merlino e persino al dio norreno Odino. I punti di contatto sono numerosissimi, ma questo non va in alcun modo a inficiare l’originalità della creazione di Tolkien. Ciascun demiurgo interviene plasmando la materia, e così ha fatto il Maestro, prendendo miti e leggende che sentiva sempre più evanescenti, quasi stessero svanendo, offuscati dai fumi neri dell’industrializzazione o spazzati via dall’irruenza di nuovi dominatori, e rendendoli di nuovo vivi, capaci di farci meravigliare, riportandoci alle nostre radici con gli occhi lucidi e pieni di bellezza. Tra tutte, penso che la mitologia norrena sia quella che abbia avuto un ruolo preponderante (i nomi dei nani che accompagnano Bilbo, così come quelli di molti altri personaggi, vengono proprio dall’Edda Poetica) ma di certo non fu la sola a ispirare la penna del professore.

Le mitologie che Tolkien conosceva non erano solo quelle del nord Europa, ma anche della Grecia, ad esempio, o di altri paesi ancora più lontani dal suo, l’Inghilterra. Lui ci dice che il suo intento era quello di dare una mitologia all’Inghilterra, al suo paese, alla sua terra natale. Secondo te, nel farlo, hanno avuto per lui un peso anche i miti di altre terre, oltre quelle più prossime alla sua? Quali possono essere questi altri miti che hanno ispirato Tolkien, oltre quelli nordici e greci?

Oltre alle mitologie più vicine a Tolkien da un punto di vista geografico e culturale, ovvero quella norrena, assieme a quella celtica, greca e anglosassone, certamente il Professore ha tratto ispirazione anche dal Kalevala, l’epopea nazionale finlandese che raccoglie antichi canti tradizionali di matrice sciamanica. Non dobbiamo però dimenticare l’influenza che ebbero il cristianesimo e, perciò, anche tutte quelle culture che hanno fortemente lasciato la loro impronta nella Bibbia, come quella mesopotamica e persiana, nell’immaginario tolkieniano, specialmente quando si parla di creazione e dei primissimi abitanti della Terra di Mezzo.

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“La voce di Arda”, web radio su Tolkien

Tra appassionati tolkieniani ci piace da sempre socializzare, comunicare e scambiarci pareri sulle opere del nostro autore prediletto. Ogni lettura, spunto, contributo o l’uscita di nuove opere artistiche ispirate alla Terra di Mezzo diventa un “pretesto” per accrocchiare capannelli in cui dire, anche animatamente, la propria. Ma l’Italia è anche il paese della radio e il web ha offerto le risorse per una sorta di ritorno di fiamma di ciò che furono le radio libere degli anni Settanta del secolo scorso e sono in tanti che si sono cimentati con il broadcast mettendosi al microfono e attivando un servizio che permette di produrre vere e proprie trasmissioni radiofoniche via rete, con tanto di podcast dove archiviare le puntate. Potevano dunque mancare all’appello le web radio tolkieniane? Ovviamente no. Qui abbiamo l’occasione di presentarvi un interessante progetto tutto dedicato ai nostri temi principali: La voce di Arda.

In questo mondo caotico dove la bellezza viene sempre più sminuita spesso troviamo interessi che possono accomunarci, farci aggregare per creare una realtà solida, una realtà di amicizia: per alcuni di noi questo mezzo è stato Tolkien.

Due amici, Edoardo e Simone, si sono scoperti accomunati dalla stessa passione: la lettura e l’esplorazione del mondo di Tolkien fin nei minimi dettagli. Da questa passione sono nate due pagine Facebook, Le Migliori frasi del Silmarillion (che a oggi conta oltre 15.000 like) e Alte Navi, Alti re, sette Pietre e un Albero Bianco (il cui punto di forza è il dinamismo e la trattazione puntuale dei temi più in voga). “Ma ciò non bastava”, ci confidano, “la nostra passione era veramente forte e determinata; una piccola pagina Facebook non era di certo il nostro obiettivo finale. Passavano gli anni e tra un post e l’altro, tra un passo del libro e l’ennesima visione della trilogia, la nostra passione non scemava. Venne poi il giorno in cui fu annunciata la nuova trilogia de Lo Hobbit al cinema e, quindi, capimmo che Tolkien e il mondo tolkieniano in genere non era morto, anzi: c’erano (e ci sono) molte, moltissime realtà tolkieniane, l’interesse era attivo più che mai e le cose da dire erano ben lungi dall’essere finite”.

Come noi, dunque, così come molti di voi che state leggendo, Edoardo e Simone non si sono fermati alla pur gratificante fase della condivisione di emozioni e impressioni: ben presto anche loro sono stati “vittima” dell’impulso a costruire strumenti per allargare ed arricchire la loro comunità, come anche a interfacciarsi con i tantissimi che già affollavano l’ambiente – sia come singoli che come altre realtà aggregate. E come spesso accade quando la passione è pura, i risultati non sono tardati ad arrivare: “Volevamo cogliere l’occasione. Volevamo sperimentare qualcosa di nuovo, quasi per gioco, volevamo buttarci. Così nasce questa idea dopo aver conosciuto, quasi per caso, la piattaforma di spreaker.com, un sito di radio in streaming su internet, dove bastavano un PC ed un microfono per fare una puntata. Abbiamo quindi preso in considerazione l’idea e, armandoci di libro e tanta, tanta voglia, abbiamo cominciato a registrare, ed in poche puntate (solo una quindicina, a cadenza infrequente) abbiamo registrato con gioia molti ascolti, più di quanti ne avessimo mai sperati, con molta gente in chat che interagiva con molteplici domande e la cosa che ci ha soddisfatto di più sono stati i continui messaggi di persone sensibilmente interessate al progetto della web radio. Mai avremmo immaginato di fare un così gran successo , con un piccolo spazio nel web che parlava e trattava i temi di Tolkien nella semplicità più pura.

L’esperienza, però, ad un certo punto si è esaurita. Allo slancio iniziale, sull’onda dell’entusiasmo, non ha fatto seguito fin da subito una pianificazione che tenesse conto delle risorse a disposizione: “Purtroppo per vari motivi abbiamo interrotto la programmazione, anche se a volte qualcuno ci ha scritto per chiedere se mai avesse ripreso”.

Ma recentemente i tempi sono cambiati, per una volta in meglio! Coinvolti dai Tolkieniani Italiani, non certo da meno quanto a visione e a desiderio di crescere qualitativamente e quantitativamente, i due amici hanno ritrovato terreno fertile su cui ricominciare a coltivare la loro idea, con un occhio ben saldo sui temi da trattare (e le fonti da cui reperire le informazioni appropriate) e l’altro spalancato sulle miriadi di gruppi, associazioni e appassionati che, magari senza saperlo, non aspettano altro che una nuova risorsa di valore: “Perciò, di recente abbiamo deciso di ritornare, più carichi che mai, rinnovandoci ma restando sempre nel nostro tema. Il nostro obiettivo principale come web radio è quella di far conoscere Tolkien nelle sue parti più intime, interessanti e coinvolgenti, tramite la lettura dei passi dei vari romanzi e la loro puntuale spiegazione, ma non solo: d’ora in poi ci impegneremo affinché le puntate saranno coronate da notizie fresche dal mondo tolkieniano, che non cessano mai di arrivare e di stupirci”. Va da sé che qui il riferimento è alle campagne virali in corso, riguardanti il biopic su Tolkien e serie TV Amazon ambientata nella grandiosa Terra di Mezzo, che gran parte degli appassionati (Edoardo e Simone non si estraniano, ovviamente) non vede l’ora di ammirare sugli schermi. Ma La voce di Arda racconterà anche delle novità circa pubblicazioni di libri ed articoli, di siti web, conferenze ed eventi: “Il mondo tolkieniano non è mai stato così vivo! Nostro scopo è quello di portare Tolkien anche a chi non lo conosce bene, o lo ha conosciuto solo superficialmente tramite la famosa trilogia di Jackson.  In questo modo, speriamo di far loro apprendere qualcosa di nuovo e farli avvicinare di più all’immaginario vasto e florido che è quello tolkieniano”. Ma i due strizzano l’occhio anche ai più esperti, quei nomi che magari si vedono un po’ più spesso come redattori di testate specializzate, autori e relatori da convegno: la loro idea è quella di toccare più a fondo i temi tolkieniani, scavare fino alle radici che hanno contribuito a costruire quella che per loro e noi è una sorta di seconda casa del cuore, Arda. “Ci piacerebbe anche indagare sul Tolkien uomo, oltre che sul Tolkien creatore di mondi – che rimane pur sempre la parte importante e fondamentale del nostro progetto. Con questo nostro piccolo proposito cercheremo di arrivare a più gente possibile per fargli conoscere più da vicino ciò che per noi è stato un punto fondamentale della nostra vita”.

Entusiasmo e umiltà: la chiave di volta per diventare dei membri attivi e amati della comunità tolkieniana. “Io e Simone non siamo di certo dei grandi esperti conosciuti per la loro fama nella scena tolkieniana italiana, ma pensiamo e speriamo che il nostro piccolo progetto homemade possa portare un po’ di Tolkien nelle case di tutti, per far conoscere e soprattutto condividere questa immortale passione. Vorremmo contribuire a creare nel tempo una comunità vivida e florida, che si erga sotto il vessillo della letteratura epica e fantastica che ci ha fatto sognare fin da piccoli e che sicuramente farà sognare anche le generazioni future”.

E noi speriamo di averli accanto come compagni di viaggio in questo splendido e nobile cammino!

[A breve pubblicheremo tutti i parametri per effettuare il collegamento con la web radio e con il podcast]

Tolkieniani Italiani – Intervista a Andrea Piparo

Proseguiamo la nostra “esplorazione” nel mondo degli illustratori che si ispirano anche, ma non solo, alla Terra di Mezzo. Lo facciamo invitandovi a conoscere più in dettaglio una persona che si è fatta apprezzare dal lato umano, prima ancora che da quello (pur notevole) artistico: Andrea Piparo, indicato anche da molti addetti ai lavori come già ben di più di una promessa del settore. Apprezzate come ha “pennellato” le risposte alle domande di un Giuseppe Scattolini che mostra di non perdere mai il polso della situazione.


Andrea Piparo, ci siamo conosciuti all’incirca un anno fa al Tolkien Reading Day organizzato da Nicolas Gentile in Abruzzo nella sua Bucchianico. Voglio partire dall’impressione che mi hai fatto: una brava persona. Tra l’altro, sei uno dei pochi che, per quanto ne so, non pensa il mondo tolkieniano per blocchi, a differenza della stragrande maggioranza delle persone: quale sarebbe per te il luogo ideale ed il modo migliore di condividere la passione tolkieniana, superando magari le grandi divisioni che da troppo tempo ci affossano?

Secondo me ogni luogo può potenzialmente essere il luogo adatto, ed ogni momento il momento adatto per parlare, per sentire, per studiare ed apprezzare l’opera Tolkieniana. insieme a chi condivide con noi la stessa passione. L’importante è farlo con genuinità, e ricordarsi che l’ammirazione per i suoi scritti e la sua figura è un elemento che accomuna molte persone sotto aspetti diversi (letterario, artistico, storico, cinematografico ecc.) e quindi, in quanto passione condivisa, dovrebbe avvicinare i cuori, e non allontanarli, altrimenti, a mio avviso, rischia di perdere la sua naturale bellezza e, forse ancor peggio, la sua ragion d’essere. Quindi in sostanza: a cosa serve una passione comune, se poi questa non ci unisce?

Per conoscerti meglio: raccontaci un po’ la tua esperienza di artista, quando è cominciata e perché, e quali sono le motivazioni che ti spingono ad andare avanti.

La mia esperienza nel settore inizia nell’autunno del 2012 quando, grazie alla Scuola Internazionale di Comics, io ed altri ex allievi abbiamo avuto la possibilità di illustrare il calendario della Polizia di Stato del 2013. Nell’anno successivo ho esposto in una piccola personale a Roma, dove ho dato largo spazio alla mia produzione sul fantasy (da sempre la mia passione) e sull’opera del Professore. Grazie a questa e ad altre successive esperienze, sono cresciuto come illustratore, partecipando a molti eventi del settore. Ho potuto creare e formare poco a poco una mia piccola realtà sempre più attiva e concreta nel mondo dell’illustrazione, unendomi a collettivi, conoscendo autori, editori e tanti colleghi, ora amici, e diversi Maestri in questo mestiere. La passione per il disegno e per la pittura, sia tradizionali che digitali, unita all’amore per questa professione, é la propulsione che mi spinge avanti ogni giorno. Conoscere poi tante persone che come me condividono questo entusiasmo, confrontarmi con loro, avere modo di studiare e conoscere i grandi artisti, continua ad accendere in me la voglia di fare sempre meglio.

Il tuo incontro con Tolkien. Quando parlammo nell’occasione suddetta, mi dicesti che ci tieni ad essere filologico, per quanto possibile, quando lavori per rappresentare i testi di Tolkien. Quando hai conosciuto Tolkien e cosa più ti attira nelle sue pagine?

Onestamente il mio approccio all’opera Tolkieniana è avvenuto, come per molti altri, con la prima trilogia di ISDA di Peter Jackson, nel già lontano 2001. Allora avevo 11 anni, e quel primo film rimase nella mia memoria da ragazzino appassionato di fantasy come “solo un bel film…”. Fu poi nel 2005, quindi un anno dopo l’uscita nelle sale cinematografiche de “Il Ritorno del Re”, che sentii la necessità di approfondire e leggere quello splendido racconto di cui sapevo ancora poco e nulla. Nei viaggi in treno di andata e ritorno, mentre andavo a scuola, lessi la trilogia de “Il Signore degli Anelli” scoprendo un vero e proprio universo incantato dietro e dentro quello che Jackson aveva solo anticipato con i suoi film. La bellezza poetica di quel mondo, di quei personaggi che sembrano muoversi in un’avventura fantastica, eppure così vicina al concetto di mitologia e leggenda; mi ha affascinato a tal punto che alla fine ho sentito forte il desiderio di mostrare la mia visione di quella intricata, profonda, drammatica e magnifica storia, attraverso disegni e dipinti ispirati dai passaggi che più mi hanno intrigato nei libri e/o di cui ho sentito la mancanza nei film. Quando mi approccio al lavoro del Professore, sento ancora la necessità di essere fedele ai suoi scritti: per quanto mi è possibile, cerco di documentarmi bene prima di un disegno, e ancor più prima di un dipinto. Sento di doverlo a me, come corretta interpretazione del mio lavoro di illustratore (quindi di colui che illustra, che “spiega” attraverso le immagini) e penso di doverlo allo stesso Professore, come segno di rispetto alla sua opera straordinaria.

Tu sei un sempre più affermato artista fantasy. Come sai, la questione è molto dibattuta e travagliata se Tolkien faccia o no parte del genere. Io ritengo di no, perché la sua produzione è in generale troppo ampia e variegata per mettergli addosso l’etichetta del fantasy, ed anche entrando nelle opere particolari mi sembra sempre riduttivo parlare delle sue opere relegandole in questo genere che avrebbe tramite lui conosciuto una nuova nascita. Voglio chiederti: quando lavori su Tolkien e quando invece ti approcci a tematiche e soggetti fantasy, lo fai con lo stesso atteggiamento o il tuo approccio non cambia?

Mi trovi d’accordo, anche io sento di non poter inglobare Tolkien all’interno di un contesto totalmente fantasy, o meglio, non ritengo di poterlo inserire completamente in questo genere. Nei suoi scritti ho sempre percepito una profondità, un’anima ricca di valori, etica e nobiltà che ora faccio fatica a descrivere, ma che so essere recepita da molti come me. Proprio per questo motivo, quando lavoro sulla sua opera, sento quasi il dovere di comunicare le sensazioni, di arricchire l’immagine con dei concetti, di infondere i sentimenti che ho sentito penetrarmi nel leggere le pagine interessate dalla rappresentazione. Per questo motivo mi impegno e provo a dare qualcosa in più con Tolkien, nel tentativo di restituire un pizzico della magia che ho ricevuto dal Professore. Spero che questo si noti!

Voglio concludere facendoti discutere un po’ la tua opera che ho sempre amato di più, e che ritengo maggiormente rappresentativa della tua arte tolkieniana: la tua interpretazione della morte di Boromir. Ivi ci mostri il momento ultimo di commiato dal grande guerriero di Gondor, la cui morte non esito a chiamare LA morte, perché gloriosa e rappresentativa sommamente dell’umanità, essendo espressione contemporaneamente di eroismo e fragilità. Secondo me questo traspare molto nella tua opera, dalle espressioni tanto del caduto che di Aragorn e Gimli, mentre nella gestualità di Legolas, che è di spalle, ho sempre visto un grande rispetto e senso di servizio verso questa persona di un’altra stirpe che conosce un tipo di morte diverso da quello degli Elfi, chiedendosi magari su come sarà quando avverrà la sua, ed interrogandosi in merito al fato della sua stessa stirpe. Commenta ampiamente la tua opera, i pensieri che ti hanno guidato nel farla e che ti guidano mentre la guardi a distanza di tempo.

Con “L’addio di Boromir” ho voluto rappresentare un momento cruciale dell’avventura, il punto che vede la Compagnia salutare un nobile compagno di viaggio, il quale, nella sua umanità e quindi fallibilità, ha ceduto per un attimo all’anello e alla tentazione che esso rappresenta, redimendosi però alla fine, con l’ estremo sacrificio.  Sono felice di essere riuscito nell’intento di far trasparire il dolore, dai volti e dalla gestualità dei suoi compagni Aragorn, Legolas e Gimli, che con estremo rispetto verso il guerriero e l’ amico, depongono le armi dei nemici caduti ai suoi piedi e adagiano il suo corno spaccato sul ventre. Per cercare di raggiungere una certa fedeltà nel vestiario e nelle sembianze dei personaggi, ho riletto i capitoli precedenti a quel triste momento, soprattutto il loro passaggio a Lórien e l’incontro con Galadriel, la quale offre a tutta la Compagnia doni speciali, come i mantelli grigi e le fibule a forma di foglia. Uno di questi è la cintura dorata offerta a Boromir, che ho riprodotto nel dipinto. Come raramente mi accade prima di un lavoro, avevo già un’idea chiara dei colori che avrei usato ed i toni caldi del tramonto erano fermi nella mia mente già dai primi bozzetti.  Ho voluto inserire un raggiante crepuscolo anche per l’aspetto simbolico, una “fine”, parallela a quella di Boromir, ma carica di luce e speranze, che prelude ad un altro inizio e quindi non definitiva o tetra. Tutto finisce e tutto si rinnova, ed anche un momento triste come l’estremo saluto ad un compagno non può, non deve lasciare spazio alla buia disperazione, e il tramonto sullo sfondo è lì per ricordarlo.

Hobbiton XXV, ecco la data

Siamo immensamente lieti di annunciare la data ufficiale di Hobbiton XXV.

Per tutti gli altri dettagli, continuate a seguirci!

Tolkieniani Italiani – Intervista a fra Guglielmo Spirito

Un frate francescano a cui, passeggiando a una Hobbiton, venne chiesto quale personaggio tolkieniano stesse interpretando. Basterebbe questo aneddoto per capire perché fra Guglielmo Spirito OFM, sia oggetto di enorme benevolenza da parte di tutti gli appassionati che hanno la buona ventura di incrociare i suoi passi e il suo sguardo. Nemmeno un elemento carismatico come Giuseppe Scattolini è risultato immune dal benefico fascino esercitato da questa figura di ottimo ecclesiastico e gran conoscitore, oltre che appassionatissimo a sua volta, degli scritti del Professore. Non accontentatevi di questa intervista, se potete: cercate di incontrarlo a uno dei tanti appuntamenti col pubblico a cui, impegni permettendo (manco a dirlo è un viaggiatore instancabile), non si sottrae mai.


Anzitutto, padre Guglielmo, grazie per aver accettato di essere intervistato dai Tolkieniani Italiani. Per me è stato un vero piacere e un grande onore conoscerti all’incontro che organizzai con i Cavalieri del Mark lo scorso 15 dicembre assieme a Giovanni Carmine Costabile e Oronzo Cilli, per presentare proprio il libro di Costabile “Oltre le mura del mondo: immanenza e trascendenza in Tolkien” (Il Cerchio 2018). Cominciamo da qui il racconto: che cosa significa parlare di “trascendenza” in relazione a Tolkien? Costabile ha ragione ad usare questo termine?

Certamente è una parola adatta, perché la realtà “trascende” la nostra percezione immediata. I nostri occhi hanno bisogno di essere ripuliti contemplando lo splendore del mondo visibile, in prima persona: “Il ristoro (che implica il ritorno alla salute e il suo rinnovamento) è un riguadagnare, un ritrovare una visione chiara (…). Dobbiamo, in ogni caso, pulire le nostre finestre, in modo che le cose viste con chiarezza possano essere liberate dalla tediosa opacità del banale o del familiare –1. Questo è straordinariamente descritto da J.R.R. Tolkien in Foglia di Niggle

“Mentre si allontanava scoprì una cosa strana: la Foresta, ovviamente, era remota, eppure poteva avvicinarlesi, persino entrarvi, senza che essa perdesse quel suo particolare fascino. Mai gli era riuscito prima di entrare nella distanza senza trasformarla in semplici dintorni immediati. E questo aggiungeva considerevole piacere alla passeggiata in campagna perché, mentre procedeva, nuove distanze gli si spalancavano dinanzi, sicché si avevano distanze doppie, triple e quadruple, doppiamente, triplamente e quadruplarmente incantevoli. Si poteva andare avanti e avanti, avere un paese intero in un giardino o in un dipinto (se così si preferiva chiamarlo)”2.

Noi cerchiamo di contemplare ciò che sta oltre la superficie: di un mondo “altro” che si manifesta in questo mondo. La nostra vita si svolge in una linea di confine tra due mondi, poiché anche noi viviamo alternativamente nel mondo visibile e in quello invisibile. E perciò ci sono momenti (per quanto brevi, ridotti a volte addirittura a un solo istante) in cui due mondi si toccano e noi possiamo contemplare il contatto. È quanto avviene particolarmente nella Liturgia (pensate a una celebrazione liturgica in un abbazia benedettina, o in una chiesa bizantina, per avere un’idea simbolicamente evocativa). Per alcuni istanti si squarcia il velo del visibile e attraverso il suo strappo o la sua trasparenza, soffia l’alito invisibile di altri luoghi: i due mondi si svelano l’uno nell’altro – come le bambole russe –, si sciolgono le barriere dell’uno nell’altro e la nostra vita diventa una corrente continua, vivificante, come quando nell’afa l’aria calda sale in alto… Tutto quello che è relativo noi lo comprendiamo come tale solo alla luce dell’assoluto, proprio come tutti i colori e le tonalità si percepiscono solo in presenza della luce e del suono. Perciò “trascendenza”.

La seconda domanda che volevo porti riguarda Tolkien e San Francesco. Oronzo Cilli nel suo “Tolkien e l’Italia” (Il Cerchio 2016), in relazione al secondo viaggio in Italia di Tolkien, si spiega il fatto che il Professore non sia mai stato a Roma per il fatto che il cristianesimo che aveva nel cuore era il cristianesimo di San Francesco. Tu hai molto studiato e molto conosci l’argomento, anche attraverso i libri che hai pubblicato in merito: “Lo Specchio di Galadriel” e “Tra San Francesco e Tolkien” (entrambi per Il Cerchio 2006). Inoltre, lo stesso attuale pontefice della Chiesa Cattolica, Papa Francesco, è un tolkieniano ed ha scelto tale nome per il suo magistero. Quale importanza e quale attualità ha parlare di Tolkien in relazione a questo grande Santo della Chiesa, tanto generale quanto al giorno d’oggi?/em>

Riprendo la citazione sull’essere liberati dalla possessività, del poter rivedere il mondo con occhi puliti, grati, sapendoci non possessori: in questo – nel mondo sub-creato o Secondario -, la figura di Tom Bombadil, con la sua stupefacente libertà quasi “paradisiaca”, ai miei occhi evoca (nel mondo Primario) qualcosa dell’esperienza storica di san Francesco di Assisi e il suo goduto rapporto non possessivo con le creature. Precisamente dal punto di vista del godimento vero di ciò che è donato, gratuito, di ciò che non è posseduto ma che è semplicemente accolto perché sia custodito. “Io non sono il padrone delle cose, che poi sarebbe una grande noia!” direbbe Tom, e Francesco avrebbe ripetuto la stessa cosa. Se posseggo le cose, finisco per esserne oppresso; se mi limito ad accoglierle con gratitudine, sono libero di viverle assaporandole con gusto. Evoca, non allude né tantomeno simbolizza o allegorizza: cioè, qualcosa di affascinante incontrato nel mondo Secondario esiste o può esistere davvero nel mondo Primario. Per questo la lettura di Tolkien è tanto efficace, perché l’uomo “funziona” così…

Ora vorrei chiederti di raccontare ai tolkieniani di ciò che raccontasti a noi il 15 dicembre in merito alla relazione su Tolkien che tenesti di fronte a Priscilla e ai suoi familiari anni fa. Che cosa ricordi, cosa puoi raccontarci? Come si può parlare di Tolkien a chi non solo lo conobbe ma lo ebbe come padre e come nonno? Che emozioni provasti e soprattutto: che relazione tenesti e che reazioni vi furono?

Durante un Convegno su Tolkien all’Exeter College di Oxford nel 2006, mi trovai a parlare davanti a Priscilla Tolkien, fr. Robert Murray, Walter Hooper (segretario di CS Lewis), Verlyn Flieger, e altri grandi… Ero letteralmente terrorizzato, avendo in prima filo lo sguardo adusto di costoro (Priscilla sembrava mi guadasse come Lobelia Baggins, prima che io iniziassi a parlare)…eppure andò benissimo, tanto che erano commossi alla fine, pieni di parole gentili e incoraggianti, e così incominciai a sentirmi più sicuro, più spontaneo, e finimmo per sviluppare una vera amicizia, specialmente con Priscilla (mantengo tuttora la corrispondenza con lei), che un paio d’anni più tardi accetto persino l’invito a tornare ad Assisi, dopo più di mezzo secolo…

Uno dei più bei racconti che si sentono fare ai tolkieniani è la loro “prima volta”, cioè, la prima volta che hanno letto un libro di Tolkien, le emozioni che hanno provato e come ha cambiato loro la vita. Quando hai incontrato Tolkien, quando è stata la tua “prima volta”? Che emozioni si provano a vivere lì dove anche Tolkien è stato per una settimana ed ha lasciato il cuore?

È stato un incontro abbastanza casuale, se si può parlare di casualità. Mi trovavo in confessionale nella Basilica di San Francesco, ad Assisi, quando arrivò a confessarsi un ragazzo. Terminata la confessione, discorrendo del più e del meno, ero venuto a sapere che il ragazzo si trovava ad Assisi con alcuni amici di Busto Arsizio. Allora accompagnai il loro gruppo a visitare il Sacro Convento. All’epoca – e la vicenda si colloca nei primi anni Novanta –, non avevo ancora letto nulla di Tolkien, e così, venuti a saperlo i miei ospiti, ne erano rimasti particolarmente scandalizzati. Una settimana dopo, con mia estrema sorpresa, mi viene recapitato un pacco, proprio da Busto Arsizio, contenente una copia de Il Signore degli Anelli… Credo di averne terminato la lettura in pochi giorni: non riuscivo più a separarmene!

Questo incontro inaspettato cosa ha impresso nel tuo cammino, sia umano che come frate di Assisi?

Rispondo rifacendomi a Timothy Radcliffe OP – dei Blackfriars, a Oxford -, che è un mio amico. È anche un vecchio amico dei Tolkien (ha celebrato le nozze di Simon, figlio di Christopher e Faith; è stato anche allievo dell’unico domenicano, Gervase Matthew, che fu uno degli Inklings, e assieme a lui partecipò al funerale di Tolkien). Gli domandai: “Timothy, come descriveresti, in una battuta, la percezione della realtà in Tolkien?” E lui rispose: “Direi che ogni volta che leggi una qualsiasi descrizione tolkieniana del paesaggio avverti migliaia di tonnellate di roccia sotto i piedi.” E quando Timothy fece tale affermazione, il nostro pensiero volò subito a Le Due Torri: “Questo posto è già di mio maggiore gradimento”, disse il nano, pestando i piedi sulle dure pietre. “Vi è della buona roccia da queste parti. È una campagna dalle ossa robuste: le sentivo sotto di me mentre salivamo dalla Diga sin qui” 3. Così parlava Gimli a Legolas al Fosso di Helm. Quasi le stesse parole usate da Timothy Radcliffe.

Un’ultima domanda che penso sia doveroso farti. Il personaggio di Tolkien cui vieni paragonato di più è Gandalf. Cosa ti accomuna di più con Gandalf? Il paragone è centrato? Inoltre, io leggendo le pagine de Il Signore degli Anelli dedicate a Gandalf il Bianco, noto come lui per scacciare i Nazgûl dall’inseguimento a Faramir non usi il bastone (come farebbe un normale mago), ma la sua mano alzata: mi chiedo allora se in relazione a questo Gandalf, o per lo meno Gandalf il Bianco, non sia una sorta di figura sacerdotale nella Terra di Mezzo. Che vi sia un riecheggiamento del tutore di Tolkien, Padre Francis Morgan, in lui?

Non saprei riguardo a Padre Morgan; sì, in un certo modo è una figura che fa da “pontifex” (tra i Signore dell’Ovest e gli abitanti della Terra-di-mezzo, affaticati e oppressi dal Nemico), ma certamente non come l’immaginario occidentale odierno penserebbe un “sacerdote”. I miei amici potrebbero rispondere meglio di me, ma credo che – al di là del mio “ruolo” e della tonaca grigia da frate francescano conventuale, che mi rende per il colore simile “Gandalf il Grigio”, sebbene la mia barba bianca sia molto più corta…- credo, dicevo, che è piuttosto per il mio temperamento che mi paragonano al Grigio Pellegrino: sempre di fretta (anche se non ho Ombromanto), e con una certa facilità per rispondere bruscamente come Gandalf alle sciocchezze di Pipino!

1.- J.R.R. TOLKIEN, Albero e Foglia,Rusconi, Milano 1976,78-79.

2.- Ivi,129.

3.- J. R. R. TOLKIEN, Il Signore degli Anelli, 647.

“Tolkien”, il trailer del film

È di un paio di giorni fa la notizia dell’uscita del trailer del film biografico sul Professore, che ha già fatto il giro dei siti specializzati.

Di seguito il commento di Giuseppe Scattolini, presidente dei Cavalieri del Mark.


Le prime immagini del film che erano uscite qualche tempo fa non sembravano molto incoraggianti, perché apparentemente non rimandavano ad eventi della vita di Tolkien così come sono stati filologicamente ricostruiti negli anni dalla critica, allo stesso modo in cui da tempo ci si chiede quali siano state le fonti dello sceneggiatore per scrivere questo film.

Oggi il trailer può darci qualche risposta in più. Soprattutto in merito alla direzione, allo sguardo, attraverso cui Tolkien ci verrà proposto.

Le parole del narratore che ci parla nel trailer ci dicono che la storia sarà una storia sui viaggi, i viaggi che intraprendiamo per metterci alla prova, la magia che va oltre ogni cosa, l’amare e l’essere amati, il coraggio e l’amicizia. Non possiamo che essere colpiti dal fatto che le tematiche proposte sono alcune delle tematiche fondamentali delle opere di Tolkien, cioè, possiamo ben dire con qualche certezza che la sceneggiatura del film sarà fedele allo spirito tolkieniano, che è la cosa più importante. “Amicizia” inoltre viene detto col termine “fellowship” e non “friendship”, al riguardo degli amici di Tolkien del TCBS. Il TCBS è la prima grande amicizia di Tolkien del tempo del liceo, grande almeno quanto quella degli Inklings di Lewis, Williams e Barfield, solo che finora se ne è parlato molto molto meno, in quanto temporalmente e fattualmente più distante dalla composizione dell’opera maggiore di Tolkien, Il Signore degli Anelli. Eppure, tramite il termine fellowship il richiamo alla Compagnia dell’Anello, o Fellowship of the Ring, è palese.

Venendo ora alle immagini, esse mostrano: la guerra e la Somme, momenti di amicizia del TCBS (una passeggiata serale e un brindisi), il rapporto con la moglie Edith nonché il suo famosissimo ballo che dette origine e vita a Beren e Lúthien, nonché altre che però non riesco ad identificare, come dei cavalieri che si scontrano sul campo di battaglia o una scena che sembra essere ambientata nel retro di un teatro.

Tutto ciò mi ha dato da pensare, ma soprattutto delle speranze concrete riguardo il film. Anzitutto, mi sembra quanto mai palese che non è stato costruito per essere un documentario, né con la tecnica del documentario. Insomma, non sarà filologicamente accurato. Ciò che pare sia presente sono dei fatti realmente accaduti, quelli maggiormente noti, entro una cornice ricostruita con finalità diverse dalla documentarizzazione fedele della biografia di Tolkien: finalità che appaiono essere quella di una interpretazione di Tolkien. Quale? Secondo me ciò che è emerge ci porta a dire inequivocabilmente che la direzione è quella di mostrare come i primi anni della vita del sarà Professore sono “la soglia della Terra di Mezzo”.

Non è un’espressione mia questa della “soglia”, ma di John Garth, studioso tolkieniano di altissimo livello che ha scritto una biografia sui primi anni di Tolkien, esattamente in merito allo stesso periodo di cui tratterà il film. Ivi Garth ci fa capire come quegli anni furono per Tolkien la soglia, la porta d’ingresso, il vero confine della Terra di Mezzo: dopo la Somme, dopo il TCBS, dopo Edith, egli era pronto a fare il suo ingresso nella Terra di Mezzo, per accompagnarci lì anche noi negli anni a venire.

È con una certa fondatezza, dunque, che possiamo oggi ipotizzare che la fonte del film è la biografia di Tolkien scritta da John Garth Tolkien e la Grande Guerra: la soglia della Terra di Mezzo, quanto ai temi evidenziati, le immagini che si sono viste, ed anche che ‘non’ si sono viste. Il grande assente infatti è padre Francis Morgan. Sappiamo che nel film ci sarà, in quanto è stato rivelato l’attore del cast che lo interpreterà, ma non è apparso nel trailer, come invece avrebbe potuto, essendo senza ombra di dubbio uno dei protagonisti della vita di Tolkien, non solo dei primi anni ma, indiscutibilmente, soprattutto di quelli. Proprio la sua assenza, unitamente a tutto il resto, ci suggerisce come proprio il testo di Garth sia la fonte della sceneggiatura del film, in quanto Garth ne fa scarsissima menzione e padre Morgan non è di certo uno dei protagonisti della sua biografia. Immagino dunque lo vedremo poco anche sul grande schermo. Spero che almeno quel poco che si vedrà potrà essere significativo, ben curato e rispettoso dell’identità e della cultura cattolica del sacerdote, nonché della sua persona come magistralmente Bru ce l’ha presentata nella sua recente biografia J.R.R. Tolkien e Francis Morgan: una saga familiare.

Dunque, ecco sinteticamente come il trailer ci permette di sperare che il film sia: anzitutto una storia non documentaristicamente ricostruita, ma che ci faccia capire come e quanto Tolkien da giovane fece delle esperienze che lo segneranno per tutta la vita e lo condurranno ad essere l’autore de Il Silmarillion e del Signore degli Anelli, nonché de Lo Hobbit. Inoltre, e devo dire finalmente, il TCBS passerà ad essere conosciuto dal grande pubblico, e la vita di Tolkien passerà in primo piano nelle discussioni assieme alle sue opere maggiori, come è giusto che sia, perché la sua vita è davvero la soglia della Terra di Mezzo, ed oltre che soglia io userei i termini “matrice”, “sorgente”, “origine”, ma anche “motivo”, perché, come di spiegano tanto Garth che Verlyn Flieger, fu per dare voce ai tanti soldati ed amici morti in guerra, alla sua Generazione Perduta, che Tolkien scrisse i suoi racconti e ci portò nella Terra di Mezzo.

Certamente, le mie sono per lo più delle speculazioni, ma io le chiamerei soprattutto speranze: speranze riguardanti la possibilità, ora concreta o per lo meno fondata sul trailer, che la vita di Tolkien possa essere rappresentata degnamente, con rispetto, e soprattutto con utilità per tutti coloro che ancora non conoscono la vita di Tolkien o non hanno compreso quanto lo studio della biografia sia importante per comprendere davvero i suoi testi e la sua persona. La portata rivoluzionaria di questo film si profila essere grande come la trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson, se solo sarà poi effettivamente realizzato con altrettanta maestria.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Simona Jero

Fra i tanti illustratori che si ispirano alla Terra di Mezzo per le loro creazioni, un gran numero si sono avvicinati a questo tipo di raffigurazioni dopo l’uscita della prima trilogia di P. Jackson (non solo per motivi anagrafici, va detto). Inevitabile quindi che queste produzioni artistiche risentano in maggiore o minor misura delle suggestioni cinematografiche. Ma non mancano le eccezioni di pregio: Giuseppe Scattolini ci permette di conoscere meglio Simona “Brunilde” Jero, esponente della corrente di chi invece si affida alla propria visione presentando scenari e personaggi dall’aspetto originale.


Carissima Simona, la prima cosa che vorrei chiederti è: quando ed in quali circostanze hai conosciuto Tolkien? Cosa ti ha appassionato fin da subito dei suoi testi? Quando hai deciso di cominciare a fare delle opere d’arte sui suoi scritti, e perché?

Dunque, andando a ritroso con gli anni, direi molto tempo fa. Precisamente intorno al 1992 quando un amico mi diede in prestito una copia de “La compagnia dell’anello.” Confesso che non è stato amore a prima vista – forse, perché ero troppo giovane – ma una passione che si è consolidata dopo la visione dei film. Sebbene la mia opera preferita rimanga tuttora Il Silmarillion. Delle opere del professore mi risulta difficile dire cosa mi affascina, se non affermare che sono intrise di magia; non nel senso comune della parola, ma nel senso che rappresentano per me un qualcosa di unico e straordinario. L’idea di realizzare delle tavole è nata quasi spontaneamente, e, soprattutto, dal desiderio di dare un volto ad alcuni personaggi che mi hanno affascinato e mi affascinano particolarmente.

Come ti ho detto più volte, secondo me la tua arte è tra le più originali quanto allo sguardo e all’interpretazione di Tolkien, soprattutto perché rimane difficile per tutti gli artisti riuscire a prendere realmente le distanze dai due artisti tolkieniani per eccellenza, John Howe e Alan Lee, e se vogliamo anche dal terzo, Ted Nasmith. Spiegaci ampiamente che cosa ti ispira di Tolkien, come tu lo interpreti, e se l’arte può essere una fonte interpretativa dei testi tolkieniani in una misura inferiore, simile o addirittura superiore a quelle della filologia, della filosofia, della teologia, della ricostruzione storico-biografica e bibliografica, od altre.

Anzitutto ti ringrazio per le tue parole gentili, e per la considerazione che hai, da sempre, a proposito delle mie umili interpretazioni. E dico umili quando, giustamente, vengono menzionati artisti di quel calibro. Ho voluto prendere le distanze da suddetti artisti, e da altri, in primis, perché secondo me non ha senso rifarsi a quanto è già stato realizzato, benché esso possa costituire una fonte di ispirazione. Semplicemente perché tutto ciò si ridurrebbe a una sterile imitazione e nulla più.   Riconosco che, in un Universo vasto come quello tolkieniano, così inflazionato di immagini, è difficile – ma non impossibile – essere originali. È difficile anche essere competitivi in un ambito nel quale si avvicendano artisti abilissimi e dal grande talento. Ho spesso notato che chi fruisce dell’arte tolkieniana guarda a opere che siano specchio della realtà, e cerca l’iperrealismo in rappresentazioni che, a mio avviso, dovrebbero accostarsi maggiormente al mondo delle fiabe piuttosto che a quello reale, fotografico, in cui viviamo tutti i giorni. Ma questa è solo una mia libera considerazione personale, ed è un altro discorso. Come ho già detto prima, l’opera che mi ha ispirato maggiormente è stata Il Silmarillion, e non nego che i miei personaggi preferiti siano quelli malvagi. Non chiedermi il perché… In Melkor vedo il vero protagonista – tragico – del Silmarillion; uno dei più potenti Valar ma anche quello con sentimenti più umani, il quale riflette altresì la stessa natura degli Uomini. Ho iniziato a ritrarre lui, intorno al 2012, “osando” rappresentarlo nella sua forma più umana – o, se vogliamo, angelica. Cogliendo forse quella che potrebbe essere la sua vera essenza. Mi sono discostata volutamente dall’impronta di epicità con cui molti artisti rappresentano scenari e personaggi. Ho scelto di riportare tutto a una dimensione più “umana”, e, per questo motivo, riconosco che per molti sia difficile accettare questo genere di interpretazioni. Tuttavia, è ciò che sento e che vedo.Certo, secondo me l’arte si può equiparare tranquillamente ad altri mezzi rappresentativi; e, se non erro, Tolkien stesso aveva dichiarato di essere favorevole alla rappresentazione artistica delle sue opere.

Ti fai chiamare Simona “Brunilde”, e con le tue opere racconti soprattutto personaggi tolkieniani della Prima Era della Terra di Mezzo. È un caso o c’è un nesso?

Il nome “Brunilde” è una sorta di legame affettivo con il mio barbagianni, che ho chiamato Brunilde, alcuni anni fa. E, sì, in questo nome vi è un velato nesso con una passione parallela per la mitologia nordica.

Dei tuoi dipinti amo due cose: anzitutto lo sguardo delle persone ritratte, che ne rispecchia l’anima. La seconda è il fatto che lavori in analogico e non in digitale. Per te è importante ritrarre l’anima dei personaggi e riportarla su tela, e l’uso dell’olio su carta ha una qualche influenza in questo? 

Ti ringrazio! Sì, credo che in un contesto di questo tipo sia opportuno riuscire a scandagliare i personaggi a livello interiore, non tanto riproponendo in una qualsiasi rappresentazione un mero esercizio tecnico. Personalmente io uso il metodo tradizionale perché è quello con cui mi sento più a mio agio, e mi permette di trasmettere le mie sensazioni. Esattamente, io cerco di ritrarre l’anima e le mie interpretazioni sono da definirsi oniriche piuttosto che realistiche. Ci tengo a sottolinearlo. Sono davvero felice che tu sia riuscito a cogliere questo particolare.

Cosa ne pensi degli artisti che lavorano soprattutto o esclusivamente in digitale? È una forma d’arte che si può applicare a o che Tolkien avrebbe apprezzato?

Uhm… non saprei, ci sono artisti che riescono a dare il meglio in digitale, altri in analogico o con una commistione di entrambe le tecniche. Sono scelte, probabilmente determinate da questioni di affinità, praticità, emozioni. Io credo che Tolkien avrebbe preferito un approccio più classico, forse non necessariamente analogico, conoscendolo così come la storia ci tramanda. Era un uomo del suo tempo che rifuggiva il progresso, sicuramente non avrebbe guardato di buon occhio una trasposizione che vira un po’ troppo verso il “fantasy” – come alcune elaborazioni, abbastanza ardite, che abbiamo apprezzato nel film, ad esempio.

Parliamo un po’ del tuo recente artbook, partiamo dalla fine: hai citato molte persone nei ringraziamenti (compreso l’emozionatissimo sottoscritto), non ultimi, dopo Natalia Vasilieva, Gianluca Comastri, Veerena Stima, la Società Tolkieniana Italiana ed il suo presidente Ninni Dimichino. Che tipo di rapporti hai avuto ed hai tutt’ora con la STI? Sono cambiati dopo che il tuo Glaurung è diventato il simbolo della Hobbiton 2018?

L’opera di Natalia Vasilieva mi ha dato lo spunto per realizzare alcune immagini e, come sappiamo, è una narrazione alternativa al Canone nella quale gli stessi avvenimenti del Silmarillion ci vengono raccontati dalla prospettiva del Nemico. Una versione molto toccante che si apre a risvolti inaspettati. A livello personale mi ha colpito molto, ed è quasi la stessa interpretazione che ho dato io stessa leggendo per la prima volta Il Silmarillion. Ci dimostra come ciò che appare bianco può essere nero, e viceversa, a secondo della prospettiva in cui si guarda. I rapporti con la STI sono attualmente di reciproca stima e amicizia, e sono davvero felice che esistano realtà di questo tipo – come la Società Tolkieniana Italiana e l’Associazione dei Cavalieri del Mark a unire i semplici appassionati come la sottoscritta, e gli addetti ai lavori, con un confronto costruttivo.

Il titolo dell’artbook è See through your eyes. Da dove nasce l’idea per questo titolo? Come lo tradurresti e come va interpretato? Che cosa hai voluto proporre alle persone attraverso di esso?

L’idea di questo titolo è nata dalla frase con cui Natalia Vasilieva ha autografato la copia del “Libro Nero di Arda” che mi diede in regalo. La frase è, appunto: “See through your eyes”, che significa guardare attraverso i propri occhi. In questa frase è racchiuso il significato e l’intento della sua opera e, di riflesso, della mia. L’intento è quello di andare oltre le apparenze e sondare nel profondo di ciò che ci viene proposto.

Tolkien Archivist a Barletta il 18-19 maggio

È notizia di ieri: Oronzo Cilli ha comunicato, mediante la creazione di un evento Facebook, le date definitive per lo svolgimento dell’evento culturale a tema tolkieniano che aveva già preannunciato sul finire dello scorso ottobre. Continua a leggere

Tolkieniani Italiani – Intervista a Fabio Porfidia

Giunge il turno di coinvolgere nella nostra carrellata un altro amico di vecchissima data, stavolta pescato dalla fertile fucina dei bravi illustratori nostrani. Fabio Porfidia, già membro dello storico smial  Sackville di Bergamo, racconta qualcosa di sé (e non solo) rispondendo ai quesiti di Gianluca Comastri, tra cui non manca qualche gustosa anticipazione. Se vorrete scambiare qualche parola direttamente con lui, non sarà difficile: lo trovate in gran parte delle fiere più prestigiose che abbiano anche una parte “comics”.

 


Fabio, anche tu sei tra coloro i quali, partendo da una formazione di tutt’altro tipo, sono approdati al mondo della Fantasia e vi si sono insediati stabilmente. Quando hai capito che per te il disegno era il modo più pieno di vivere concretamente gli stati d’animo delle storie che di ispirano? E oggi, dopo anni di riscontri positivi, che cos’è per te disegnare – oltre, naturalmente, a un lavoro?

Ciao a te e tutti i lettori! Sì, ho seguito un percorso di studi molto “razionale” (liceo scientifico e laurea in economia), ma l’ho sempre trovato frustrante: le uniche materie in cui andavo davvero bene erano quelle letterarie ed artistiche. In realtà ho sempre sentito il bisogno di disegnare come valvola di sfogo. Nel periodo universitario avevo quasi completamente abbandonato il disegno perché era una distrazione dal faticoso studio che stavo portando avanti. Però poi la letteratura mi ha riportato in carreggiata. Penso alla scoperta di Lovecraft, che mi ha fatto rinascere la voglia di rappresentare ciò che i racconti ti evocavano nella mente; parallelamente iniziai a frequentare il gruppo tolkieniano Sackville. Fu proprio grazie a loro che ebbi la possibilità di esporre qualcosa di mio in pubblico per cui da lì, oltre al filone gotico, iniziai a disegnare anche fantasy (inteso in senso lato, so bene che Tolkien è molto più che fantasy!). Dopo poco, nel 2006, iniziai a frequentare la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano: dopo la laurea in qualcosa che mi aveva inaridito, volevo per la prima volta in vita mia studiare qualcosa che mi piacesse davvero. Da lì in poi ho avuto molta fortuna.

Oggi disegno o dipingo quasi tutti i giorni. Dico “quasi” perché insegnando ho sempre necessità di studiare, approfondire vari argomenti (non sempre direttamente legati al disegno, ad esempio mi appassionano tantissimo la storia, la paleontologia e il mondo naturale in genere). Inoltre gestire le mail o la messaggistica con editori e committenti a volte implica  anche mezze giornate a spippolare sulla tastiera senza toccare un foglio. Frustrante ma necessario! Disegnare mi piace sempre tantissimo, anche se farlo per qualcun altro non sempre è gratificante come quando lo fai per te stesso. Talvolta non riesci a far passare la tua visione al committente: quando avviene spesso è frustrante, ma talvolta ti fa scoprire nuove soluzioni inaspettatamente belle. Insomma, ti obbliga costantemente a rimetterti in gioco. Un po’ mi manca il periodo in cui avevo il tempo di disegnare tutto quello che mi passasse per la testa. Però di contro oggi vivo grazie al disegno e di questo devo essere enormemente grato a chiunque mi supporti e mi commissioni qualcosa. O mi intervisti 😉

Ormai sei piuttosto noto tra chi frequenta gruppi ed eventi tolkieniani, però basta un’occhiata a qualche tuo portfolio, a una delle tantissime fiere in cui sei ospite oppure sul bel sito web Lo Scrigno di Carter, per scoprire che con le tue opere rendi omaggio a diverse saghe. Una graduatoria è fuori luogo, ma chiedere che cosa in particolare ti ha catturato della Terra di Mezzo di Tolkien mi pare lecito…

Io piuttosto noto? Ogni tanto qualcuno mi dice frasi del genere e ci resto sempre spiazzato. Stando gran parte della tua vita barricato in studio a disegnare non ho molto la percezione di quanto si diffonda quello che faccio. Però mi fa molto piacere che la gente mi inizi un po’ a conoscere!

Tolkien sicuramente è uno degli scrittori con cui mi trovo più a mio agio nel disegno. Avendo letto il suo Legendarium sono sempre rimasto colpito dalla varietà del suo mondo e dalla profonda ricchezza: cerchi immagini epiche, ci sono; cerchi immagini orrorifiche, ci sono; cerchi immagini eteree, ci sono; cerchi i nani, ci sono (i nani sono importanti)! Mi spiace davvero molto avere così poco tempo libero perché ci sono davvero tantissime scene che vorrei illustrare. Tralaltro sono a buon punto nella raccolta del materiale per “In Viaggio per Arda” volume 2.

Da lettore a dire il vero attualmente apprezzo soprattutto il genere distopico o la fantascienza più psicologica, ma da disegnatore sicuramente tutta l’epica e il fantasy offre un bacino enorme estremamente appagante da rappresentare. In questo ambito ho apprezzato moltissimo i romanzi di Martin su “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. Purtroppo anche qui ho pochissimo tempo per leggere e quasi sempre lo dedico alla lettura di romanzi o giochi di ruolo per cui ho lavorato (e posso assicurare che è una mole imponente, visto soprattutto che a leggere sono molto lento!).

Ti contraddistingui per un certo rigore nella consultazione delle fonti: in tempi non sospetti hai ritratto gli Ent come giganti, uscendo dallo stereotipo degli alberi con viso e arti, mentre più di recente hai rispolverato un elemento non certo noto alle masse – il disegno di Tolkien I Vene Kemen, da cui hai tratto una rivisitazione apprezzatissima. Quanto è complesso, dopo l’epoca dei film, distaccarsi da un certo tipo di rappresentazione che ormai è radicato in un numero sempre crescente di appassionati?

Se non ricordo male per quella rappresentazione degli Ent contribuì a suo tempo, durante un incontro Sackville, una chiacchierata con Gabriele Marconi, seguita da un’attenta rilettura di tutti i passi in cui gli ent venivano descritti da Tolkien. I Vene Kemen era una immagine che volevo realizzare da oltre un anno, forse addirittura due. Per tutto questo tempo ho tenuto “Racconti Ritrovati” sulla scrivania con un segnalibro alla pagina del bozzetto di Tolkien e un chiodo fisso: “appena ho un po’ di tempo, rifaccio quella mappa”. Ad ogni modo sì, per me attenermi alle fonti è importantissimo e tengo a restare quanto più fedele possibile, sebbene alcune reinterpretazioni siano particolarmente efficaci visivamente. Parlo ad esempio della torre di Orthanc a Isengard, descritta da Tolkien come un cilindro nero completamente liscio e reinterpretata in modo egregio dalle illustrazioni di Alan Lee e John Howe, sebbene completamente differente. I film sono stati un ottimo prodotto, merito anche degli artisti che ci hanno lavorato, però come tutte le volte in cui un’opera letteraria finisce su schermo, va a condizionare l’immaginario. Inevitabilmente su alcuni aspetti, anche inconsciamente, ne sarò sicuramente succube. Però da lettore ho avuto delle immagini mentali abbastanza solide che sono state davvero poco scalfite dai film. E ad esse ritorno quando voglio disegnare: il mio Denethor non ha davvero nulla in comune con quello del film, ma semplicemente perché fin dalla prima lettura me lo ero immaginato così come l’ho disegnato anni dopo.

Sempre a proposito di rappresentazioni celebri e di mostri sacri della matita, hai in curriculum anche un workshop con John Howe: ce ne riassumi le impressioni che ti ha lasciato in non più di venti righe di testo?

Non più di 20 righe… Proviamoci! Anzitutto ho avuto modo di studiarmi l’artista e le opere ancora nel periodo 2004-2005, anno in cui i Sackville avevano fatto una bellissima iniziativa al liceo Mascheroni dedicata a Tolkien. Io proposi una rassegna sui principali artisti tolkieniani, tra cui ovviamente John Howe. Un paio d’anni dopo, organizzando l’ultima (e mai troppo celebrata) edizione de I Borghi dell’Anello provai a contattarlo per chiedergli se fosse stato possibile averlo ospite. Non l’avrei mai immaginato, ma rispose nell’arco di un’ora (sebbene declinasse l’invito perché in quel periodo fuori Europa). E poi finalmente un paio d’anni fa ebbi occasione di conoscerlo di persona nel corso organizzato a Milano. E’ stata un’esperienza incredibilmente emozionante perché, oltre a dare delle nozioni, ha portato tutto il suo vissuto e ci ha fatti riflettere su diversi aspetti sia tecnici che emotivi. Un momento particolarmente emozionante poi ha segnato l’ultima giornata. Dato che normalmente disegno in tradizionale, ma dipingo in digitale, volevo cogliere l’occasione per rispolverare gli acquerelli dopo anni e anni di abbandono. Quindi, una volta impostata la tavola con la bozza a matita e avere dato il tono di sfondo, gli chiesi quale fosse l’approccio migliore per iniziare a dipingere. Lui mi chiese se potesse sedersi, prese un piccolo foglio e iniziò a dipingere l’occhio di un drago. Ricordo che la classe (eravamo una trentina) si ammutolì e nel giro di pochi secondi erano tutti attorno al mio banco dove John stava dipingendo. In rete si trova il video (non realizzato da me perché all’epoca non ero ancora così tecnologico!). Beh, adesso sono il fortunato possessore di un acquerello originale di John Howe! Davvero una bellissima esperienza. Mi spiace tantissimo non essere riuscito a prendere parte al corso proposto pochi mesi fa. Ma immagino e spero ci saranno altre occasioni!

Vieni dal territorio bergamasco, in cui praticamente da sempre opera lo storico smial dei Sackville, uno dei primi e più attivi della penisola (restano celebri proprio le tre edizioni de I Borghi dell’Anello, tra il 2004 e il 2006): oggi che percezione hai del “movimento” dei tolkieniani italiani? Che cosa offre e in cosa manca ancora per essere la casa ideale di un disegnatore volenteroso e appassionato?

La percezione che ho sicuramente è molto sfalsata dal fatto che anni fa, da studente, avevo parecchio tempo libero che oggi non ho. Per cui sicuramente vedo le cose in modo differente. Ricordo che nel periodo in cui entrai nei Sackville (2003) esistevano già da un paio d’anni. Il boom del gruppo, poi diventato associazione, è stato sicuramente in concomitanza con l’uscita della prima trilogia di Jackson. Si poteva apprezzare l’interpretazione dei film o no, ma sta di fatto che in moltissimi si iniziarono ad interessare a Tolkien. All’epoca frequentavo moltissimo lo smial, anche se poi la scuola, prima da alunno, poi da insegnante, mi impedì di partecipare agli incontri. Ricordo con particolare affetto, oltre a I Borghi, l’evento che organizzammo nel 2012: There and Back Again: sulle tracce di Bilbo Baggins, a cui peraltro anche tu hai preso parte attiva! Adesso riesco ad andare agli incontri 2-3 volte l’anno, però resto sempre in contatto e se si volesse organizzare altri eventi, sarei ben felice di esporre con loro. Ricordo il periodo d’oro dei Borghi con particolare nostalgia comunque. Era anche il periodo delle Hobbiton a San Daniele del Friuli, le uniche a cui sono riuscito ad andare.

Mi sembra che anche adesso ci sia un certo fermento tolkieniano, anche per merito della secondo trilogia di Jackson, sebbene con meno traino rispetto al SdA e forse più polemiche (“la viverna!!!!”, “troppa computer grafica!!!”, “ma quelli non sono nani!!”, “Tauriel l’elfa che si innamora di un nano? Ma poi chi cacchio è Tauriel!?”…) prova ne è le tante iniziative più o meno direttamente legate a Tolkien. Però non ne ho molto il polso: riesco solo ad avere una visione parziale ai vari eventi a cui vengo invitato in quanto ospite, per cui non so l’organizzazione che vi sta dietro e se questa sia seminale anche in ambito artistico. Una cosa che ho notato di oggi, a differenza dell’epoca 2004-2006, è la frammentazione. Non mi riferisco agli smial (non so nemmeno quanti ne sopravvivano), ma parlo delle principali realtà tolkieniane italiane. E’ un vero peccato, visto che personalmente ho ottimi rapporti con tutti i gruppi dello scenario, vedere attriti quando il fine comune dovrebbe essere valorizzare l’autore che tutti apprezziamo! Si dovrebbe cercare ciò che unisce non ciò che divide. Però è solo lo sproloquio di un’imbrattafogli.

J.R.R. Tolkien visto da Stefano Giuliano

Poco più di cinque anni fa usciva nelle librerie una ben riuscita riedizione dell’analisi comparativa dei temi de Il Signore degli Anelli, frutto delle fatiche intellettuali di Stefano Giuliano – amico e collaboratore della nostra Società di provata fedeltà nel tempo (ormai lungo!). In occasione della “ricorrenza” vogliamo riportare l’attenzione su questo volume, che nelle pagine dell’editore veniva presentato con queste parole a firma di Luca Siniscalco:

La componente connessa all’impianto mitico, simbolico ed archetipico di Tolkien è oggetto del recente saggio di Stefano Giuliano, J. R. R. Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli(Edizioni Bietti, Milano 2013). Si tratta dell’edizione riveduta – di fatto esito di una sostanziale riscrittura – del volume Le radici non gelano (Ripostes, Battipaglia 2001) la quale, attraverso un’esposizione lucida e coinvolgente, si pone l’arduo compito di proporre una nuova chiave di lettura de Il Signore degli Anelli, unendo ipotesi ermeneutiche eterodosse ad un valido apparato scientifico, basato su una bibliografia davvero sterminata. 

[Qui l’articolo completo].

Anche Mauro Scacchi, sul suo blog, ne aveva pubblicato una recensione: siamo lieti di riproporvela, con il permesso gentilmente concesso dall’autore.


In attesa del film “Lo Hobbit. La desolazione di Smaug”, tra una settimana nelle sale italiane, ci si può immergere nella Terra di Mezzo grazie ad un testo unico nel suo genere: “J.R.R. Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli”(Bietti, 2013). Pubblicato per la prima volta con il titolo “Le radici profonde non gelano. Il conflitto fra tradizione e modernità in Tolkien” (Ripostes, Salerno 2001), derivato a sua volta dalla tesi di laurea dell’autore, “Il rito d’iniziazione come esodo. Tolkien e il tramonto dell’occidente” (subito viene in mente Spengler), il volume si ripresenta oggi profondamente rivisto ed aggiornato. Ospita il testo la collana Archeometro diretta da Andrea Scarabelli, fucina di proposte dal grande valore culturale. L’autore, Stefano Giuliano, classe ‘64, ha collaborato con la cattedra di Storia delle Religioni all’Orientale di Napoli, si è occupato di immaginario religioso, medievale e letteratura cavalleresca scrivendo per riviste specialistiche. Diverse antologie legate a Tolkien hanno incluso suoi lavori ed è stato responsabile di “Minas Tirith”, testata della Società Tolkieniana Italiana. Il libro vanta una prefazione di sicuro spessore, “Alla ricerca delle radici della narrativa tolkieniana”, scritta da uno dei maggiori conoscitori del professore oxoniense, Gianfranco de Turris. Ivi si legge: «un saggio che analizza influenze e suggestioni che stanno al fondo della narrativa tolkieniana, con speciale riguardo al “Signore degli Anelli”, ricorrendo proprio a quegli strumenti d’analisi sino ad oggi poco approfonditi, quali la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la mitologia indoeuropea, l’epica medievale, i romanzi arturiani, le chansons de geste e le saghe norrene che gli consentono d’individuare non solo il senso simbolico di personaggi e azioni, ma anche archetipi di eventi e personaggi, idealtipi che si sono trasmessi dalle origini della civiltà, funzioni e meccanismi ancestrali». Da un’intuizione di Franco Cardini, il viaggio della Compagnia dell’Anello e in special modo di Frodo assurge a percorso iniziatico di morte e resurrezione, di andata agli inferi e ritorno. Dalla Contea a Mordor si snodano catabàsi (discesa nei Tumuli, a Moria, a Mordor) e successive riemersioni in cui i personaggi si scoprono cambiati, più saggi e indipendenti. Le comparazioni con i miti classici e cristiano-giudaici sono puntuali ma ancor più lo sono i rimandi alle leggende celtiche e norrene da cui Tolkien prese l’argilla per comporre le figure e le storie del suo Secondary World. Il Lord of the Rings è stato definito «la fiaba più lunga del mondo» e come tale affonda le radici nel substrato mentale del passato; è quindi possibile una sua lettura attraverso la tripartizione funzionale con cui Dumézil analizzò gli indoeuropei. A “Il Maestro della Terra di Mezzo” di P.A. Kocher (Bompiani, 2011) ed altre opere significative, quali quelle di Thomas Shippey e di Gulisano, si aggiunge ora l’eccezionale tomo di Giuliano, ricco di spunti e riflessioni nonché dotato di vasta bibliografia e di ampio apparato di note. Sulla scorta dei pensiero di Eliade e dello stesso Tolkien sul simbolismo delle fiabe, l’autore dona alla saggistica italiana un gioiello raro in cui il sacro si scontra con lo scientismo, Gandalf, Aragorn e Frodo contro Sauron e Saruman. Un piacere inaspettato per ogni vero appassionato di Tolkien.

[Fonte https://mauroscacchi.wordpress.com/2013/12/07/tutti-i-segreti-del-signore-degli-anelli-in-j-r-r-tolkien-di-stefano-giuliano/]