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La mostra di Roma vista da noi

Finalmente, l’avverbio che per primo si impone una volta terminata di visitare la mostra intitolata: “Tolkien. Uomo, professore, autore”.

Finalmente una mostra che ha una risonanza nazionale ed istituzionale ai più alti livelli dopo che, per decenni, le sue opere sono state in varie occasioni sottovalutate, da alcuni anche mal considerate quando non addirittura boicottate. Sperando che questa mostra segni uno spartiacque tra un prima nebuloso ed un dopo splendente come una nuova alba, non si può fare a meno di rallegrarsi e gioire come Hobbit ad una festa di compleanno.

Il materiale selezionato, naturalmente una piccola parte nel tutto tokieniano, risulta interessante e inedito per molti aspetti. 

Una menzione particolare per un baule da viaggio con inciso “M. Tolkien”, con il quale Mabel, la madre di Tolkien, fece andata e ritorno dal Sudafrica. In un’epoca, siamo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, nella quale i viaggi avevano ancora alte percentuali di incognite e scomodità.

Detto questo, passiamo ad una piccola panoramica di cosa ci aspetta una volta varcata la soglia.

La mostra è situata in un’ala della Galleria Nazionale e gli spazi dedicati sono stati riempiti con criterio.

All’entrata un pannello informa su chi fosse l’autore e su alcuni aspetti della sua vita. Suggestive le foto di famiglia, un bianco e nero che svela ai nostri occhi un mondo lontanissimo, remoto, caratterizzato dai lunghi baffoni degli uomini e dagli ingombranti abiti delle donne. Lettere intervallate da una successione di libri, edizioni di quell’epoca, che Tolkien lesse e annotò con cura. 

Tra le lettere scambiate con gli amici, ne ricordiamo una del T.C.B.S. che tanta importanza rivestì nella formazione del ragazzo, poi uomo, John Ronald Reuel. Si aggiungano, sempre nel contesto epistolare, quelle con le varie case editrici. Dalla prima che lo pubblicò, la “Allen & Unwin” che comprende la critica positiva del figlio dell’editore all’epoca decenne a, purtroppo, quelle italiane che non lo capirono o sottovalutarono. Spicca soprattutto Elio Vittorini, direttore della collana “La Medusa” di Mondadori a partire dal 1960 che, dopo aver bocciato il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, stroncò Tolkien anche per un malcelato pregiudizio ideologico, come si evince dal suo appunto in mostra.

Proseguendo ci affacciamo in una saletta dove viene proiettato un emozionante filmato nel quale Tolkien descrive l’attimo che lo portò a scarabocchiare sulla pagina bianca del compito di un alunno: “In una tana sottoterra viveva un hobbit”. Chi ha letto il libro comprende come dietro quella piccola frase ci fosse un mondo che attendeva, da chissà quanto, di poter essere svelato.

Il video prosegue, sempre con la voce di Tolkien, con la negazione dell’allegoria nella sua opera e sul racconto di come a lui fosse sempre piaciuto inventare lingue. 

A cornice, nel resto della sala, un numero di opere, disegni, schizzi, quadri di vari autori e differenti segni che solo il gusto personale di ognuno potrà annoverarne alcune tra le preferite e altre non.

Non potevano mancare due mappe di una collezione privata riguardanti una l’intera Terra di Mezzo e l’altra Lo Hobbit in una versione che non avevo ancora visto.

Nella sala adibita a riepilogo degli innumerevoli frutti maturati dai libri, la grande parete con i poster dei film e degli attori mentre, nella parete accanto, la bacheca con i dischi in vinile tra i quali la colonna sonora del film di Bakshi e altri LP di alcuni complessi, come i Led Zeppelin, che furono ispirati dalla Terra di Mezzo. A certificarne l’ampia diffusione persino l’LP di una lettura con la voce di Mr Spock – Leonard Nimoy.

Nella stessa sala tre diorami e, per citare il più suggestivo, quello con Gandalf, a Moria, sopra il ponte mentre sbarra il passo al Balrog con la lava rossa e gialla che scorre sotto. Forse avrebbe dovuto avere una luce più soffusa per renderlo più coinvolgente.

Accanto il flipper a tema con l’ambientazione del film di Peter Jackson. Naturalmente una divertente partita è d’obbligo. 

A completare la sensazione di essere diventati parte della Terra di Mezzo, sette riproduzioni a grandezza naturale dei costumi di scena della trilogia cinematografica di Peter Jackson sembrano accompagnare la visita. Tre di essi, Éowyn, Faramir e Théoden, sono collocati proprio accanto al video che trasmette i film a getto continuo: in un angolo, Gandalf sembra vegliare alle spalle di Sam e Frodo; accanto alle bacheche, Galadriel rievoca la scena di “Un viaggio inaspettato” in cui sembra svettare contro il cielo di Imladris. Chi ci segue da qualche tempo avrà senz’altro notato il tocco creativo della nostra socia Veronica “Veerena” Stima, sempre generosamente disponibile nell’abbellire i nostri eventi con le sue creazioni: poterle ammirare anche in questa cornice è davvero un’emozione particolare.

Come non soffermarsi poi di fronte al grande pannello che elenca le lingue della Terra di Mezzo, un elenco di popoli; Elfi, Uomini, Nani… e non mancano quelli schierati con l’Oscuro Signore. Il mosaico di lingue e reami composto da Tolkien è maestoso quanto la sua opera. Peccato solo che il tabellone riporti alcuni collegamenti che non corrispondono a quelli presenti nello schema originale – lo sappiamo perché anche questo contributo viene da un nostro socio e consigliere!

Nella sala centrale, il pezzo forte sono le molte e varie edizioni pubblicate nel mondo. Alcune riconoscibilissime quali inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese mentre altre, che possono variare dallo slavo, alle lingue nordiche e asiatiche, purtroppo senza una didascalia informativa restano difficili se non impossibili da decifrare. In un azzardo mi sentirei di ipotizzare, non affermare, di aver visto una edizione cambogiana. O era nepalese?

Edizioni di tutti i tipi, dalle copertine sobrie e sgargianti con illustrazioni diversissime tra loro a seconda della nazione di riferimento.

Davvero imponenti le teche che racchiudono questo tesoro editoriale e che occupano tre pareti e, sopra la centrale, vengono proiettati dapprima un gigantesco ed inquietante disegno del Re stregone che all’improvviso scompare per lasciar posto a Saruman con accanto un Uruk-hai. 

Al centro di questa sala una struttura a quattro pilastri con ai lati dei tavoli e, su uno di loro, l’edizione americana del 1938 con la copertina azzurra che incornicia un disegno di Tolkien. All’interno della struttura, una mappa digitale della Terra di Mezzo con impressa la data del 3019 e l’apparire cronologico delle tappe del viaggio di Frodo.

Non resta che salire le scale per il piano superiore, dove ammiriamo altre lettere, quadri e la proiezione di un disegno raffigurante Faramir ed i suoi che catturano Frodo e Sam.

Di particolare interesse, nella parete accanto al corridoio che porta alla sala opposta, i pannelli con le frasi di ammirazione, considerazione, riconoscimento a Tolkien da parte di vari personaggi: Stephen King, l’ex presidente Barack Obama e di Ringo Starr che si rammarica nel non esser riuscito, con gli altri Beatles, a comprare i diritti cinematografici dell’opera. Per inciso, lui avrebbe voluto interpretare Sam.

Ma quelle che rendono più onore e stima sono pronunciate da Isaac Asimov, vale la pena leggerle ed assaporarle.

Sempre al piano superiore il resoconto di Tolkien dei suoi viaggi in Italia, soprattutto le tappe di Venezia ed Assisi, dei quali non anticipo nulla se non le benevole, ammirate e sentite parole rivolte verso questi luoghi e il rammarico di Tolkien nel non saper parlare la nostra lingua.

Una mostra da vedere e centellinare con la calma non di un Ent ma di uno Sveltolampo e, consiglio spassionato, assolutamente da rivedere in un giorno successivo a quello dell’inaugurazione, in modo da non farsi distrarre dalla gioiosa confusione di tanti, troppi Hobbit.