“Tolkien Archivist” in Italia, a Barletta, nel 2019!

Immagine di proprietà di Oronzo Cilli e qui riprodotta per gentile concessione: tutti i diritti riservati
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Annuncio strepitoso di Oronzo Cilli: la prossima primavera avremo in Italia nientemeno che Catherine McIlwaine, ‘Tolkien Archivist’ delle Bodleian Libraries dell’Università di Oxford!
Come dice lo stesso Oronzo, curatore del blog Tolkieniano Collection e autore di apprezzati saggi bio-bibliografici sul Professore, McIlwaine “è il punto di riferimento degli studiosi tolkieniani che intendono compiere ricerche e studi sul grande patrimonio di manoscritti, e non solo, di J.R.R. Tolkien custoditi nella Weston Library di Oxford. Dal 2003, infatti, riveste il ruolo di ‘Tolkien Archivist’ e il suo lavoro è quello di preservare i documenti di Tolkien e, tra le altre cose, aiutare gli studiosi nelle loro ricerche”.
Si tratta inoltre della persona che ha curato la più importante e prestigiosa esposizione dedicata a Tolkien che ha luogo da giugno e si concluderà a breve negli spazi della Weston Library dell’Università di Oxford, Tolkien: Maker of Middle-earth, oltre ai due meravigliosi cataloghi.
Questo invito getta dunque un ponte ideale tra la mostra e l’altro grande evento di agosto, il Tolkien 2019. Che un simile evento si svolga in Italia è occasione da non perdere, ghiotta per vari motivi: conoscere una persona con un ruolo prestigiosissimo, condividere con lei e con altri studiosi giornate di studio, conoscere da vicino la comunità di appassionati che da tanto tempo ormai si dedica a offrire spunti sempre nuovi per cogliere ogni singola stilla della meravigliosa Terra di Mezzo di John Ronald Reuel Tolkien, trasmessaci dal figlio Christopher.
Siamo ansiosi di ricevere nuovi aggiornamenti in merito (oltre che di proporre i nostri contributi allo svolgimento delle giornate), di cui vi daremo tempestivamente ragguaglio!

Appunti (di ricerca) sul drago

Con il permesso dell’autore, vi proponiamo una succosa nota di Giovanni Carmine Costabile (già apparsa nel gruppo Facebook pubblico dei Cavalieri del Mark) in merito alle fonti letterarie sulla figura del drago relativamente alla loro attinenza con le opere di Tolkien. Buona lettura!

Ogni anno c’è qualcuno che scrive un nuovo saggio sui draghi in Tolkien, e ogni anno rileggiamo sempre la stessa roba che si poteva già trovare in Jonathan Evans nel 2000 (diciotto anni fa!). Questo significa che l’argomento draghi è esaurito? Assolutamente no. Significa solo che siamo pigri e ci fermiamo alla ricerchina da liceo. Però, appena uno allarghi un pò il campo, ci sono molte cose interessanti ancora non dette. Ecco un esempio.
Avete presente come si presenta Smaug?

“Le scaglie della mia corazza sono come scudi dieci volte più possenti, i miei denti sono spade, i miei artigli lance, lo sferzare della mia coda una saetta, le mie ali un uragano e il mio alito morte!”
—Smaug, J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, cap. XII, “Notizie dall’interno”.

In inglese:

“My armor is like tenfold shields, my teeth are swords, my claws spears, the shock of my tail a thunderbolt, my wings a hurricane, and my breath death!”
–Smaug, J.R.R. Tolkien, The Hobbit, ch. 12, “Inside Information”.

Ebbene, una presentazione del genere sembra proprio naturale per un drago, al punto che non ci chiediamo neanche quale possa essere la fonte di Tolkien. Eppure di fonti a riguardo c’è una grande abbondanza nella letteratura inglese, tutte raccolte da E.K. Chambers in questo passaggio del suo libro sulle rappresentazioni teatrali popolari inglesi:

“Perhaps the Dragon proved difficult to represent under village conditions. But I believe that he does figure, rather cryptically, more often than is at first sight obvious. A favourite combatant is Slasher, to the many variants of whose name Johnson’s story affords no clue. And to Slasher, more than to any other, belongs the vaunt:

My head is made of iron,
My body is made of steel,
My arms and legs of beaten brass;
No man can make me feel.

I formerly rejected a theory which made Slasher the representative of the hardness of the frost-bound earth in winter, and thought that the lines might merely refer to the armour of a champion. But I am now sure that I was wrong. They are the description of a dragon. The following catena will, I think, place this beyond doubt.

His sides wer hard ase eni bras,
His brest was hard ase eni ston.
[Sir Beues of Hamtoun, Auchmleck MS. (1330-40), 2676]

His skales bryghter were than glasse,
And moche harder than any brasse.
[Ibid , ed Pynson (c 1503), 2427]

And ouer, all with brasen scales was armd,
Like plated coate of steele, so couched neare,
That nought mote perce, ne might his corse be harmd
With dint of sword, nor push of pointed spere.
[Faerie Queene (1590), x. xi 9]

His scales glistering as silver, but far more hard than
brass.
[Johnson, ch in]

His skin more hard than brass was found,
That sword or spear can pierce or wound.
[Seventeenth-century Ballad]

They are all dragons.”

(E.K. Chambers, The English Folk-Play, pp. 177-78)

Potremmo credere che sia finita qui. Tolkien indubbiamente conosceva E.K. Chambers, visto che recensì una sua opera negli anni 50. Inoltre, conosceva The Faerie Queene di Spenser, che cita in Sulle fiabe (e come potrebbe un professore di letteratura inglese non conoscerlo?) e Bevis of Hampton è un romance medievale, di quelli che studiava insieme al Sir Orfeo e al Sir Gawain and the Green Knight.
Eppure c’è dell’altro. Qualcuno forse ha già indovinato di cosa parlo. Se apriamo la Bibbia sul libro di Giobbe, il capitolo 41 è interamente dedicato a un particolare tipo di drago, il drago marino, o Leviatano:

1 Ecco, è vana la speranza di chi lo assale;
basta scorgerlo e uno soccombe.
2 Nessuno è tanto ardito da provocarlo.
E chi dunque oserà starmi di fronte?
3 Chi mi ha anticipato qualcosa perché io glielo debba rendere?
Sotto tutti i cieli, ogni cosa è mia.
4 E non voglio tacere delle sue membra,
della sua gran forza e della bellezza della sua armatura.
5 Chi l’ha mai spogliato della sua corazza?
Chi è penetrato fra la doppia fila dei suoi denti?
6 Chi gli ha aperti i due battenti della gola?
Intorno alla chiusura dei suoi denti sta il terrore.
7 Superbe sono le file dei suoi scudi,
strettamente uniti come da un sigillo.
8 Uno tocca l’altro,
tra loro non passa l’aria.
9 Sono saldati assieme,
si tengono stretti, sono inseparabili.
10 I suoi starnuti danno sprazzi di luce;
i suoi occhi sono come le palpebre dell’aurora.
11 Dalla sua bocca partono vampate,
ne sprizzano fuori scintille di fuoco.
12 Dalle sue narici esce un fumo,
come da una pentola che bolle o da una caldaia.
13 L’alito suo accende i carboni,
una fiamma gli esce dalla gola.
14 Nel suo collo risiede la forza,
davanti a lui si fugge terrorizzati.
15 Compatte sono in lui le parti flosce della sua carne,
gli stanno salde addosso, non si muovono.
16 Il suo cuore è duro come il sasso,
duro come la macina di sotto.
17 Quando si rizza, tremano i più forti,
e dalla paura sono fuori di sé.
18 Invano lo si attacca con la spada;
a nulla valgono lancia, giavellotto,
corazza.
19 Il ferro è per lui come paglia;
il bronzo, come legno tarlato.
20 La figlia dell’arco non lo mette in fuga;
le pietre della fionda si mutano per lui in stoppia.
21 Stoppia gli pare la mazza
e ride del fremere della lancia.
22 Il suo ventre è armato di punte acute,
lascia come tracce d’erpice sul fango.
23 Fa bollire l’abisso come una caldaia,
del mare fa come un gran vaso da profumi.
24 Si lascia dietro una scia di luce;
l’abisso pare coperto di bianca chioma.
25 Non c’è sulla terra chi lo domi;
è stato fatto per non aver paura.
26 Guarda in faccia tutto ciò che è eccelso,
è re su tutte le belve più superbe».
[Giobbe 41, 1-26]

Tolkien, per chi non lo sapesse, contribuì alla traduzione della Bibbia di Gerusalemme, quindi conosceva anche questo. Qual è la vera fonte allora? La Bibbia o la Regina delle Fate? La Palestina o la Germania? Cristiano o pagano?

La risposta, come dico da tempo, é: entrambe.

Un 2019 col Calendario di Alan Lee

Le celebrazioni per il 2019 si potranno impreziosire con un pezzo pregiato che non mancherà di gratificare gli appassionati di tutto il mondo. Anche per il prossimo anno, infatti, Alan Lee ha prestato la sua maestria per la realizzazione dell’ennesimo, splendido calendario artistico che “cattura la bellezza, la magia, il mistero e i pericoli dell’amato mondo fantastico di J. R. R. Tolkien”, come si legge dalla descrizione ufficiale.

Questo incantevole pezzo da collezione è composto, come di consueto, da immagini di personaggi popolari e scene della Terra di Mezzo. Il prestigio della pubblicazione e dell’autore delle illustrazioni lo rendono senza ombra di dubbio il Tolkien Calendar ufficiale per eccellenza; l’edizione 2019 contiene 12 dei migliori acquerelli di Alan Lee, selezionati nel trittico delle Grandi Storie della Terra di Mezzo di cui quest’anno si completa il ciclo letterario grazie alle curatele di Christopher Tolkien – parliamo naturalmente de LA CADUTA DI GONDOLIN, BEREN E LÚTHIEN e I FIGLI DI HÚRIN. In aggiunta vi sono vari schizzi a matita, molti dei quali sono stati realizzati espressamente per questo calendario e costituiscono pertanto dei pezzi unici in senso assoluto: infatti, ogni acquerello è accompagnare da disegni a matita complementari, selezionati da Alan Lee stesso, a completare la decorazione di ciascuno dei dodici mesi dell’anno

Il Calendario Tolkien è diventato negli anni un vero e proprio  evento editoriale consolidato, atteso periodicamente con impazienza dagli appassionat idi tutto il mondo da oltre quarant’anni. Gli splendidi dipinti dell’ultima edizione rappresentano da sempre scene celebri delle opere principali del Professore di Oxford: nella sua intera produzione artistica, Lee ha regalato a tutti noi scene e scenari che prima avevamo solo immaginato, come l’incontro tra Gollum e Bilbo, le scorrerie di Smaug, scorci mozzafiato di Imladris e Mordor nelle celebri edizioni illustrate di ‘Lo Hobbit’ e ‘Il Signore degli Anelli’, ma con i nuovi dipinti e disegni del Calendario 2019 i lettori saranno trasportati nel profondo dell’incantevole Terra di Mezzo, più che mai.

Il calendario è disponibile dallo scorso 18 settembre e può essere ordinato sul bookshop online ufficiale (tolkien.co.uk), oppure sui siti di HarperCollins e Barnes&Noble.

Esce oggi “The Fall of Gondolin”

Christopher Tolkien aveva lanciato un avvertimento già in occasione dell’uscita di Beren and Lúthien, quando nella prefazione avvertiva che quella avrebbe potuto essere la sua ultima fatica editoriale. Fortunatamente le cose sono andate in modo diverso e oggi è finalmente venuto il giorno: utúlie’n aurë, per dirla alla maniera in uso nei Tempi Remoti, con riferimento al lancio dell’ultima delle tre Grandi Storie. Lancio che per ora riguarda solamente l’edizione in lingua inglese: per avere quella italiana bisognerà attendere ancora qualche settimana.

Alan Lee, che ha illustrato alla sua maniera (magistrale, ci fosse bisogno di specificarlo) anche quest’ultimo volume, in un’intervista rilasciata a Entertainment Weekly ha affermato che lavorare a questo ciclo conclusivo ha dato a Christopher Tolkien un nuovo slancio vitale e che l’erede del Professore si sarebbe letteralmente “gettato a capofitto” nella preparazione e nella cura del libro; l’artista inoltre ha aggiunto di essere «sicuro che sarà felice di avere questi libri nelle sue mani», ora che questo suo viaggio nell’esplorazione del legendarium si conclude.

La vicenda qui narrata, pur incompiuta, tramanda la tragedia della Rocca Nascosta: tale è infatti il significato del nome di questa fortezza, la cui epopea si pone idealmente a mo’ di ponte tra l’epoca mitica della Terra di Mezzo e quella successiva in cui le vicende assumono carattere storico – prefigurando alcuni degli scenari e dei personaggi che poi emergeranno nelle storie della Terza Era: i Balrog, le città sotto assedio e gli Uomini che dapprima si affiancano agli Elfi per poi progressivamente sostituirsi a loro nel vigilare sui reami dei Popoli Liberi.

Per ulteriori informazioni sul volume vi invitiamo a leggere il nostro articolo di aprile in cui davamo l’annuncio dell’opera.

Decifrando il monogramma di Tolkien

Un nostro simpatizzante, Gabriele Bonomelli, ci ha scritto proponendoci una curiosa e sorprendente analisi del monogramma di Tolkien, il celebre marchio che orna gran parte delle sue pubblicazioni – e non solo, tant’è che è diventato anche un tatuaggio piuttosto richiesto…

«Ultimamente mi è capitato di riflettere sul monogramma», ci ha confidato. «Inizialmente pensavo ci fossero solo le iniziali, ma ad uno sguardo più attento, mi sono accorto che invece comprende il suo cognome per intero. Una volta accortomi di ciò, ho fatto una ricerca su internet per avere conferma dell’ipotesi, ma ho solamente trovato spiegazioni che vedono, nel monogramma, semplicemente le iniziali JRRT».  In effetti, qualsiasi fonte ufficiale o autorevole nel campo delle ricerche biografiche sul Professore non ha mai riportato alcun altro riferimento se non alla nota sequenza di iniziali JRRT: ma Gabriele, basandosi sulla sua preparazione di storico medievale che gli ha offerto ripetute occasioni di confrontarsi con i monogrammi, sa bene che questi, in varie occorrenze, includono l’intero nome della persona e spesso ne comprendono perfino i titoli. Ne è un ottimo esempio il monogramma di Carlo Magno, riprodotto qui accanto, in cui i segni tracciati contengono tutte le lettere del nome KAROLVS (riuscite a individuare tutte le vocali nel centro del simbolo?).

Da qui l’idea che uno studioso come Tolkien, nel momento in cui si è preso la briga di costruirsi un monogramma, probabilmente non si fosse “fermato” alle semplici iniziali ma avesse voluto inserire, utilizzando anche i sistemi di scrittura della Terra di Mezzo, il suo cognome per esteso. Ecco dunque i dettagli di quella che potremmo chiamare “ipotesi Bonomelli”:
A sinistra vi sono le lettere identificabili come normali caratteri alfabetici, i primi cinque del cognome Tolkien. Per le ultime due, invece, le cose si fanno più intricate… «Ritengo siano entrambe scritte con caratteri elfici», ci spiega, «e a sostegno della mia ipotesi che Tolkien abbia usato anche questi caratteri nel monogramma, si noti come in esso siano visibili, prescindendo dalle lettere lì contenute, due segni di interpunzione dell’alfabeto elfico, uno in basso a sinistra e uno in alto a destra: sono semplicemente due punti fermi, che però chi si diletta di elfico sa che vanno usati tanto all’inizio, quanto alla fine del periodo. L’idea è, quindi, che Tolkien abbia inserito questi segni per iniziare e concludere la sua “frase” del monogramma, ossia il suo cognome, dando un segno del fatto che in esso avrebbe usato anche caratteri elfici. Tornando alla E, essa è per me evidente nel segno al di sopra del monogramma, che è quello del tethar utilizzato per trascrivere questa vocale (una specie di fiammella, evoluzione un po’ artistica del semplice trattino obliquo verso destra dell’originale): la N invece è più difficile da trovare. Io la vedo, scritta con la tengwa utilizzata per questa consonante, inscritta nelle due gobbe delle R. Le due ultime lettere, in elfico, sono secondo me plausibili anche perché si trovano una di seguito all’altra. Tolkien, infatti, per l’inglese utilizzava maggiormente il sistema di scrittura con il tethar sulla consonante successiva, il che corrisponderebbe alla sequenza di E ed N in caratteri elfici l’una di seguito all’altra (come se, scrivendo il cognome estratto dal monogramma, l’ultima parte fosse effettivamente scritta in tengwar, con E sopra N)».
Pur essendo un’interpretazione “non canonica”, secondo noi costituisce un punto di vista originale che volentieri proponiamo, come spunto per una chiacchierata in amicizia. Al di là del suo effettivo fondamento, ci sentiamo di ritenerla quantomeno più attinente di quanto non lo sia stato, ad esempio, il tentativo di analizzare il monogramma tolkieniano alla luce della sua somiglianza con un ideogramma orientale (http://thoughtsfromtheantipodes.blogspot.com/2012/04/development-on-tolkiens-monogram.html).
Cosa ne pensate?

Le lingue degli Elfi, gli indici dei due volumi

Qualche tempo fa è finalmente uscito anche il secondo volume di Le lingue degli Elfi della Terra di Mezzo, che completa la trattazione introduttiva del primo volume aprendo all’analisi fonetica, morfologica e sintattica di Telerin, Quenya e Sindarin.

Ricordando che per qualsiasi informazione sulle modalità di acquisto siete invitati a scriverci tramite la nostra pagina dei contatti, diamo un’occhiata più da vicino ai contenuti elencati nei rispettivi indici (le copertine sono state realizzate da Gianmarco Ganna per il primo volume e da Emanuele Manfredi per il secondo):

 

La STI… sulle tracce del drago!

La tana del drago, si sa, è un luogo oscuro e sovente velato di malizia. Covo in cui il mostro custodisce avidamente il tesoro, spesso conquistato a prezzo di malvagità ed efferatezze, nella mitologia costituisce in molti racconti il teatro della prova suprema dell’eroe di turno: questi deve varcare la soglia, affrontare il nemico dando prova di tutto il suo valore e, se ne esce vincitore, conquistare il meritato premio. Non abbiamo necessariamente l’ambizione di emulare gesta simili (sempre a meno che qualche strano vecchio “di passaggio” non ci dia una… spintarella), ma tra un paio di settimane di certo ci metteremo sulle tracce della mitologica creatura.

Dal 17 al 19 agosto, infatti, il centro storico de L’Aquila sarà il teatro di una tre giorni all’insegna della cultura, del gioco e dello spettacolo. Presso il Parco del Castello e all’interno dell’Auditorium del Parco avrà luogo l’edizione 2018 della manifestazione Sulle tracce del Drago, giunta quest’anno alla nona replica, che si propone di portarci tutti a esplorare l’affascinante confine tra il mito, le storie e il gioco.

Come si legge nella descrizione ufficiale dell’evento:

L’iniziativa, che si innesta nel cartellone delle manifestazioni estive della Perdonanza Celestiniana si avvarrà dell’esperienza dell’associazione L’Aquila Rinasce, ideatrice e organizzatrice dell’evento, ma farà anche da catalizzatrice a un intero circuito di associazioni e soggetti attivi nel campo del sociale, delle politiche giovanili e della promozione culturale. Ogni serata avrà un tema dedicato

e uno di questi temi sarà per l’appunto la Terra di Mezzo di J.R.R. Tolkien, che ci onoreremo di illustrare a tutti coloro che interverranno. La nostra attività si integrerà al meglio con un ventaglio di proposte a tema che vedrà una piazza d’armi con esibizioni dei maestri della scherma, l’arte della spada tradizionale, concerti di musica celtica e medioevale, una mostra di miniature fantasy oltre a stage di pittura, conferenze, arene multimediali, dibattiti, presentazioni di libri, seminari e laboratori, giochi di ruolo e da tavolo, proiezioni di film e perfino un’originale caccia al tesoro, che animerà la città intera attraverso le vie di tutto il centro storico per valorizzare luoghi e monumenti caratteristici.

La manifestazione si propone un doppio obiettivo: nell’ambito sociale e delle politiche giovanili vuol definire un modello positivo di aggregazione, di promozione culturale e di dialogo, coinvolgendo altri soggetti del mondo no profit locale, come il circuito di promozione sociale Social Innovation Hub. Per intrattenere al meglio i visitatori e dare modo di rifocillarsi tra un’avventura e l’altra, all’interno del villaggio saranno presenti stand di artigiani, botteghe ambulanti che offriranno lo straordinario cibo di strada dell’Italia centrale, birre artigianali, fumetterie.

Non vediamo l’ora di esserci! Sarà impegnativo, ma cercheremo di essere all’altezza e di divertirci facendo ciò che amiamo – stimolare la conoscenza delle opere di Tolkien e della loro attualità. E voi ci sarete?

Isil, la Luna nella Terra di mezzo

La scorsa notte abbiamo assistito allo straordinario spettacolo di quella che, a detta degli astronomi, è stata l’eclissi lunare più lunga del secolo. Ma vi siete mai chiesti come l’avrebbero interpretata gli abitanti della Terra di Mezzo?

Da un lato i popoli in possesso delle conoscenze più avanzate, come Elfi e Uomini dell’Ovest, quasi certamente avevano maturato un’ottima conoscenza di astri e corpi celesti nel corso di lunghi secoli di osservazioni astronomiche, ma d’altro canto vi sono anche molte leggende che trattano della Luna e del Sole in modo molto più romantico e suggestivo. Ad esempio, secondo varie concezioni la Luna era legata ad un’entità o personalizzazione maschile; celeberrimo è il caso di Tilion, l’Uomo Nella Luna dei miti elfici. Questa visione corrisponde a quella della mitologia dell’Europa settentrionale, in particolare per i norreni Máni era il dio lunare maschile (mentre Sól ne era la controparte solare femminile), al contrario di altre mitologie in cui alla Luna veniva attribuita personalità femminile (è il caso delle divinità greco-romane: Luna, Selene, Ecate…), Presso i Númenóreani, per lungo tempo amici devoti dei Priminati, la concezione elfica aveva attecchito ed era stata mantenuta: un volume della History of Middle-earth, Sauron Defeated, registra che gli abitanti dell’Ovesturia chiamavano il Sole e la Luna rispettivamente Ûri e Nîlû, ma questi due astri avevano anche i nomi collettivi di Ûriyat (“Due Soli”) o Ûrinîl(uw)at (“Due Sole-Luna”) .

La versione più antica, tramandata nel Silmarillion, narra che in seguito all’oscuramento di Valinor dovuto alla drammatica distruzione dei Due Alberi, Telperion, l’Albero Bianco, poco prima di cedere al freddo abbraccio della morte diede un ultimo Fiore d’Argento: secondo la tradizione degli Antichi Giorni, Aulë e il suo popolo costruirono un vaso per trasportarlo nel firmamento, dove Tilion, uno dei cacciatori di Oromë, ebbe il compito di guidare la Luna nuova attraverso la volta celeste.

Si dice che questo episodio abbia segnato l’inizio della Prima Era. Ma dopo sette “giorni” lunari, Arien, la Fanciulla del Sole, fece per la prima volta mostra di sé. La prima Luna era assurta nel cielo sopra Valinor all’estremo ovest del Mondo, ma Varda stabilì che sarebbe dovuta passarvi di sotto per poi sorgere in Oriente, come avviene ancora oggi. Ma secondo le leggende degli Elfi Tilion non era costante nel mantenere la rotta stabilita: a volte dimorava troppo a lungo sotto la terra, altre volte compariva in cielo assieme al carro solare di Arien. Egli ne era infatti fortemente attratto e finì per avvicinarvisi troppo, causando quindi l’annerimento di una faccia della Luna.

Vi sono anche altri racconti leggendari, ben più drammatici: altri due volumi della HoME, The Lost Road e The Shaping of Middle-earth, sembrano addirittura rivestire della narrazione mitologica un episodio che ha tutte le caratteristiche della catastrofe cosmica! Si dice che verso la fine dei tempi Melkor scoprirà il modo di scardinare la Porta della Notte, dopodiché distruggerà sia il Sole che la Luna – e al giorno d’oggi le più avanzate osservazioni astronomiche hanno confermato che esistono varie cause che potrebbero portare a eventi distruttivi di questo genere, dalle supernovæ ai lampi gamma. Chissà!

I cancelli di Moria

Quando la Compagnia arriva ai Cancelli di Moria, non importa quante volte si sia letta o vista la scena: sarà sempre un tumulto di emozioni. Da quel momento in poi comincia la parte del viaggio che più di ogni altra segnerà profondamente tutto il resto dell’avventura dei Nove Viandanti. Non appare casuale, quindi, che questa sorta di “iniziazione” abbia luogo varcando una soglia sormontata da un’iscrizione in Sindarin, la lingua legata alla sapienza più antica e misteriosa della Terza Era, quella con cui gli enigmatici Elfi tramandavano sapienza e potere da ormai molti millenni.

Il varco occidentale di Moria, ben custodito dalle Porte di Durin, è rinomato e alla fine della Terza Era ha già una lunga e prestigiosa storia alle spalle, che forse non tutti sanno. Siccome si tratta di un’opera grandiosa, oltre che celebre e suggestiva, vogliamo far luce sui suoi aspetti salienti a beneficio dei nostri lettori.

Un confine tra Elfi e Nani

Le Porte di Durin, note anche con il nome di Porta Occidentale di Moria o Porta degli Elfi, vennero costruite in un tratto delle Mura di Moria che costeggiava le scure pendici del monte Dentargento a realizzare un ingresso a ovest per la grande città nanica di Khazad-dûm. Durante la Seconda Era si giunse alla decisione di aprire una via da quel lato per facilitare i contatti e i commerci con gli Eldar che popolavano l’attiguo regno dell’Eregion. La Porta degli Elfi venne così realizzata per mezzo di un raro e irripetibile esempio di cooperazione tra Nani ed Elfi: costruite tra il 750 e il 1500 della Seconda Era, fondendo in un unico manufatto le eccellenze artigiane elfiche e nanesche, fu a lungo il simbolo del periodo di pace che precedette l’ascesa di Sauron a nuovo Nero Nemico. Furono i due più rinomati artieri di quel tempo a compiere l’opera, il signore elfico dell’Eregion Celebrimbor e il nano Narvi, nei giorni che precedettero gli Anni Oscuri in cui Sauron instaurò il suo dominio di tenebra nella Terra di Mezzo. Anche in quel frangente pacifico però  l’amicizia tra regni degli Elfi e dei Nani era un evento raro e speciale, ma durante quel lasso di tempo le porte erano aperte e i commerci tra Agrifogliere e Nanosterro si svolgevano con regolarità e senza restrizioni. In seguito alle guerre che si scatenarono a partire dalla seconda metà della Seconda Era, però, dapprima le porte furono sigillate; quando poi Khazad-dûm fu abbandonata, poco più di un millennio prima di essere riaperte dalla Compagnia dell’Anello, il segreto che permetteva di aprirle andò dimenticato.

Esse erano state modellate come porte a filo, gli stipiti invisibili all’occhio, quindi abbinate in modo da combaciare  perfettamente con la roccia della montagna facendo sì che, quando chiuse, le porte non potevano essere scorte nemmeno dall’acuta vista di un Elfo. Le lastre erano state costruite da Narvi in un materiale grigio più duro della stessa roccia, in cui Celebrimbor aveva realizzato gli intarsi in ithildin, portentoso metallo che potrebbe essere visto solo quando fosse stato illuminato dalla luce delle stelle e della luna. Quando ciò accadeva e gli splendidi intarsi argentei si rivelavano nella loro luminescente magnificenza, si potevano scorgere un martello e un’incudine quali emblemi di Durin, una corona e Sette Stelle che con ogni probabilità simboleggiavano la corona dello stesso Durin, quindi due alberi sormontati ciascuno da tre mezzelune probabilmente a simboleggiare l’Albero degli Alti Elfi , infe una stella solitaria quale emblema della Casa di Fëanor. Agli angoli superiori destro e sinistro erano stati incisi due caratteri tengwar calma per la lettera C e óre per la N, evidentemente come tributo a Celebrimbor e Narvi, mentre in basso campeggiava una ando (D) in riferimento a Durin. 

Dall’interno le porte potevano essere aperte semplicemente a spinta. Come riportato nei Racconti Incompiutial tempo in cui Moria era abitata dai Nani vi erano due guardiani di stanza permanente a presidio delle porte, con il compito di vigilare il varco e di agevolare eventualmente l’entrata a chi ne avesse diritto e necessitasse di un aiuto nell’apertura.

L’iscrizione sull’archivolto

La frase che a un tratto s’illumina sui portali di pietra è uno dei campioni in lingua più lunghi in assoluto e mostra molte delle caratteristiche principali del Grigio-elfico, oltre a una serie di particolari eccezioni alle regole sin qui note. I caratteri in cui è vergata risalgono ai Tempi Remoti: infatti il modo di scrittura prende il nome dal Beleriand, la terra abitata dagli Elfi che nella Prima Era combatterono per la salvezza loro e del mondo contro il primo Oscuro Signore. Ma il manufatto è decisamente più recente: .
La prima apparente stranezza sta proprio nel fatto che il cancello del regno dei Naugrim recasse un’iscrizione nell’idioma degli Eldar: ma da quella direzione provenivano in massima parte artigiani e commercianti di stirpe elfica dall’Eregion, che in quei secoli tessevano ripetuti e proficui scambi commerciali con il popolo di Durin, così non deve sorprendere che il messaggio fosse scritto appositamente in elfico.
La frase con cui inizia l’iscrizione, Ennyn Durin aran Moria, significa Le porte di Durin, signore di Moria: La seconda parte è la celeberrima pedo mellon a minno, cuore dell’enigma (e di un equivoco che ancora si trascina, perfino nel testo italiano pubblicato…).

  • Ennyn è la regolare forma plurale di annon porta: il Sindarin ha infatti la peculiarità di formare i suoi plurali in modo diverso a seconda di quale sia la vocale dell’ultima (o unica) sillaba e i sostantivi in o formano il loro plurale tramutandola in y. In questo caso, la a iniziale viene modificata a sua volta per un fenomeno fonetico che prende il nome di metafonesi.
  • Aran significa re o signore. Si noterà che non vi è nessuna particella al posto della preposizione “di”: questo perché il Sindarin può formare frasi genitive semplicemente per giustapposizione, sottintendendo il “di”. Non è l’unico modo per realizzare costrutti simili, ma è un modo lecito e molto usato anche nella non certo abbondante letteratura a nostra disposizione.
  • Pedo e minno sono due verbi all’imperativo , parla ed entra. In Grigio-elfico questo modo verbale è riconoscibile per la tipica –o finale che lo contraddistingue.
  • Mellon è l’ormai arcinoto protagonista della scelta di traduzione che lo ha fatto conoscere a tutta italia come un plurale: in realtà, visto l’esempio precedente di annon, ormai si sarà ben compreso che si tratta invece un tipico singolare (cosa che Vicky Alliata di Villafranca all’epoca non poteva sapere in alcun modo). Si tratta anche della soluzione all’enigma che apre i portali e a questo proposito c’è da dire che a causa di un’altra caratteristica fonologica (cioé dei suoni delle parole) del Sindarin, o meglio della sua assenza, forse qualcosa si sarebbe potuto intuire: più sotto la spiegazione di questa sibillina conclusione intermedia.

La seconda parte dell’iscrizione riporta sostanzialmente i nomi degli artefici di quella splendida opera. Im Narvi hain echant, che significa letteralmente Io, Narvi, le feci, una sorta di marchio apposto dal rinomato artiere di Khazad-Dûm, mentre Celebrimbor o Eregion teithant i thiw hin sta per Celebrimbor dell’Agrifogliere tracciò queste lettere.

  • Hain è il plurale del pronome relativo non altrimenti attestato #han, il cui significato è lo o quello e mostra la regola su come si formano i plurali dei sostantivi in –a– (cosa che si riscontra anche, ad esempio, in edain come plurale regolare di adan), cioè con la trasformazione di quest’ultima in –ai-.
  • Echant è il passato di un verbo echad– che ha accezione fare, dare forma, foggiare e mostra invece uno dei modi in cui si coniuga il passato nei verbi Sindarin: quando il verbo è in terza persona forma il suo passato per mezzo della desinenza –ant, che rimpiazza qualsiasi altra eventuale consonante finale (gran parte dei verbi come questo, i cosiddetti “derivati”, hanno l’ultima sillaba in –a-: per il resto, la formazione del tempo passato Grigio-elfico comprende una serie di casistiche piuttosto lunga e articolata, ma per comprendere l’iscrizione sull’archivolto è sufficiente limitarsi a questo).
  • Teitha– è un verbo che sta per disegnare, tracciare e forma il passato esattamente come nel caso precedente.
  • La parte interessante sta nelle ultime tre parole, che non si trovano come tali su nessun lemmario. Il motivo sta in un’altra regola fonetica del Sindarin: in questi casi si innesca infatti il complesso e affascinante fenomeno delle mutazioni. Le forme basi delle ultime tre parole sarebbero rispettivamente in tîw sin: e sono l’articolo plurale, tîw come plurale di têw lettera e sin come plurale di sen che significa questo, questa. Ora, la –n finale di in, pur venendo omessa per elisione, innesca la cosiddetta mutazione nasale che trasforma la t– in th– (e di ogni consonante iniziale affetta bisogna conoscere ogni forma di mutazione…), mentre la semivocale –w innesca mutazione blanda (detta anche lenizione) nella s– che segue, trasformandola in h-.

Chi è riuscito a seguire ogni passaggio sin qui, il che non è scontato (ma il Sindarin questo è), probabilmente ha ancora un barlume di lucidità per domandarsi come mai non si riscontrino mutazioni in mellon e minno. Se lo chiedono, per la verità, anche tutti gli specialisti di lingue elfiche… Si possono azzardare due spiegazioni: la meno probabile è che in Eregion si parlasse all’epoca un dialetto Sindarin in cui le vocali non innescavano lenizione; la meno improbabile è che, come detto nel post precedente, mellon sia stato lasciato intenzionalmente in forma non lenita come “promemoria” per chi fosse in grado di intendere e che, al contempo, la congiunzione a non innescasse lenizione in senso generale. Nel sistema immaginato da Tolkien le varianti locali del Sindarin erano molte, forse più di quante egli avesse preso direttamente in considerazione, ma di nessuna abbiamo una descrizione grammaticale completa. Il che lascia il campo a una serie sterminata di tentativi di deduzione, almeno fino a quando non saranno (se mai lo saranno!) pubblicate altre note di estremo interesse per il Sindarin, al pari di quelle uscite negli ultimi anni per il Quenya, che hanno colmato diverse lacune nel sistema verbale. Non rimane che attendere e sperare…

Bibliografia

Dove non specificato altrimenti le informazioni sono tratte da Il Signore degli Anelli, a eccezione delle note alla traduzione della frase dell’archivolto che invece sono state diffuse nel numero 17 di Parma Eldalamberon.

“Le radici profonde”, la ristampa in libreria

Di recente si è avuto l’annuncio di una ristampa di Le radici profonde –  Tolkien e le Sacre Scritture, opera d’esordio con cui Greta Bertani ha offerto uno spunto per la lettura dei testi di Tolkien in relazione alla sua intensa devozione da cristiano cattolico. Come riportava l’annuncio dei tempi della prima edizione, datata autunno 2011, l’idea di fondo è che la subcreazione tolkieniana “nasce e si abbevera alle fonti della Sapienza Biblica” e la sua concezione ultima maturò sia a causa “di un appassionato studio personale, che attraverso la mediazione degli autori del Medioevo anglosassone che rappresentarono sempre la grande passione e la principale missione universitaria di Tolkien”. Il volume pertanto sviscera la tesi di un possibile doppio piano di lettura dei testi del Professore, di Oxford,  che da un lato scelse (meditatamente) di modellare i suoi testi sugli schemi narrativi della favola e del mito, entrambi considerati veicoli di trasmissione di elementi culturali tra il popolo che non aveva accesso all’istruzione alta, dall’altro attinse a piene mani anche alle fonti veterotestamentarie, anch’esse legate ad ambientazioni e a periodi storici in cui la componente mitica e mitologica era molto presente e molto sentita nel quotidiano di tutte le civiltà.

Questo naturalmente non significa che l’autrice abbia voluto sostenere una sorta di “parallelismo” tra i cicli di Arda e i testi biblici, cosa che lo stesso Tolkien negò apertamente e cercò di evitare: al contrario, si vuol evidenziare che dalle pagine tolkieniane emerge l’eco di ciò che entrambe le fonti trasmettono ai lettori,  come scrive con perizia Andrea Monda nella prefazione al volume:

Il presente saggio non dovrebbe riaprire (in Italia il condizionale è sempre d’obbligo) la strana discussione, che da anni si trascina nel nostro paese, intorno alla “lettura cattolica” dell’opera narrativa di Tolkien: la Bertani come non intende ridurre in cattività la Bibbia, così non vuole rinchiudere la ricchezza dei romanzi tolkieniani nella prigione dorata dell’allegoria, ma solo esprimere tutte le risonanze che la lettura di quei romanzi provocano in una lettrice che, proprio come Tolkien, si è nutrita sin dalla giovinezza attingendo e gustando le bellezze del testo biblico.

Abbiamo avuto modo di rivolgere a Greta Bertani tre domande, a cui gentilmente ha risposto senza risparmiarsi, con l’intento di offrire un quadro generale del suo rapporto con il suo testo e con i testi che lo hanno ispirato. Ecco cosa ci ha detto:

Tolkien con le sue opere è da sempre fonte di ispirazione per un enorme numero di autori in tutto il mondo. Nel tuo caso, qual è stata la molla che ti ha spinta a passare all’azione, convincendoti che era il momento di offrire al dibattito anche queste tue riflessioni?

E’ stata la fortuna, o meglio come direbbe Gandalf “ in questo caso c’era più di una forza in gioco”. Mi ero laureata nel 1995, convinta di avere fatto un lavoro mediocre, ma col desiderio di condividere certe mie intuizioni, che al tempo non avevo trovato nel materiale da me consultato. Solo dieci anni dopo, trovai, in modo del tutto casuale (anche se secondo me non è stato il “caso”) un articolo che citava la mia tesi e le riteneva degna di pubblicazione. Fu un fulmine a ciel sereno. Contattai l’autore dell’articolo (Paolo Pugni, che avevo conosciuto ai tempi della tesi ed al quale, per gratitudine, ne avevo inviata una copia) che mi incoraggiò ad andare avanti, aiutandomi e sostenendomi passo passo. Insomma, avevo bisogno di una buona iniezione di autostima, e di un amico che camminasse accanto a me. Un po’ come Virgilio con Dante.

– L’intenso modo in cui Tolkien visse la sua fede è cosa nota, tuttavia dobbiamo constatare con rammarico che quest’argomento finisce sempre per risultare causa di accese dispute fra lettori di vedute diverse, per quanto lui stesso si sia sempre preoccupato di non impostare le sue narrazioni in ottica “catechistica”. Secondo te, in quale direzione ci si potrebbe muovere per portare il dibattito su toni costruttivi e fare in modo che anche i lettori non cattolici possano confrontarsi, nel pieno rispetto di ogni punto di vista civile e fondato, a questi temi?

E’ una domanda complessa. Innanzi tutto devo dire che in questi sette anni, dalla pubblicazione del libro, la mia conoscenza del panorama tolkieniano italiano così come della critica italiana ed estera è notevolmente migliorata. Anzi, posso dire che al tempo della stesura del mio saggio non sapevo nulla di associazioni varie sul nostro territorio, né di tutte le polemiche attorno all’interpretazione cattolica di Tolkien, e credo che il mio scritto risenta di questo. Tornando alla domanda, credo che si debbano riscoprire tre grandi valori, un po’ dimenticati in tutti i campi della vita sociale: l’amore per la verità, il rispetto per l’interlocutore ed un po’ di sana umiltà. Mi spiego meglio: è innegabile che Tolkien fosse profondamente cattolico, così come è innegabile che egli abbia pescato molto dal mito, dalle saghe nordiche e pagane. Credo che noi cattolici dovremmo si, evidenziare, gli elementi cristiani, ma allo stesso tempo non si possono negare quelli pagani ( e non mi risulta che qualcuno lo faccia, al massimo non sono stati inclusi nelle analisi), d’altronde chi si professa non credente non può non ammettere l’elemento cristiano dell’opera, ponendo accento esclusivo sullo studio delle fonti letterarie epiche e mitiche. Dicevo poi che serve rispetto per l’interlocutore, perché, e questo è tanto più vero con la grande letteratura, ognuno può vedere sfumature diverse, esiti diversi che nemmeno l’autore stesso aveva previsto. La grande letteratura, quella vera, che ci tocca il cuore, è così: esalta il nostro sentire, il nostro io, in essa ci rispecchiamo, di conseguenza a noi saranno tanto più evidenti quegli elementi che ci corrispondono a scapito degli altri. L’umiltà poi serve per non pretendere che il proprio punto di vista sia l’unico valido.

– Per finire, una domanda un po’ bizzarra ma che ci incuriosisce per focalizzare meglio il tuo rapporto con la tua opera: qual è la parte del libro che ti si è rivelata più congeniale, che hai scritto con più slancio e con più trasporto rispetto alle altre, sempre che ve ne sia una?

La stesura del libro è stata molto strana. Innanzi tutto si è protratta per sei lunghi anni a causa di impegni familiari. Spesso avevo intuizioni (che poi verificavo) in momenti e luoghi impensati. Credo, comunque, che la parte più bella, affascinante e difficile, ma che al contempo mi ha donato di più, sia stato l’ultimo capitolo, quello sulla morte. Mentre per il resto del libro seguivo comunque le intuizioni già espresse nella mia tesi, in questo caso sono partita da zero, semplicemente accettando la sfida di una famosa frase del Silmarillion: La morte dono di Dio agli uomini. Non avevo altro ed ho cercato di andare a fondo a questa affermazione. Spero di avere raggiunto l’obiettivo, almeno in parte, dandone una possibile lettura d’aiuto per altri, così come lo è stato per me.