Tolkieniani Italiani – intervista a Giuseppe Festa

Chiunque si sia avvicinato al mondo degli appassionati tolkieniani negli ultimi vent’anni non può aver ignorato il notevole contributo in fatto di arte, sensazioni ed emozioni che Giuseppe Festa ha donato a tutti coloro con cui è stato in contatto. Ormai le manifestazioni e gli eventi che ha impreziosito con le sue note e le sue parole, comprese diverse edizioni di Hobbiton, non si contano più. E anche se ormai la sua strada ha preso un’altra direzione, leggerete dalle sue stesse risposte che ad ogni modo tra i Tolkieniani Italiani lui c’è sempre stato e sempre ci starà: il suo percorso e quello del Professore hanno davvero tanto in comune. Scopritelo dalle sue risposte alle domande sapienti di Giuseppe Scattolini.


Giuseppe Festa è un nome molto noto tra i tolkieniani, soprattutto per le musiche dei Lingalad in “Voci dalla Terra di Mezzo”. Io le adoro per vari motivi: i testi sono quelli di Tolkien, le melodie sono molto belle, l’ambientazione naturale e paesaggistica di molte di esse le rende uniche, e il Professore le avrebbe certamente apprezzate (la figlia Priscilla lo ha fatto). Quando nasce il progetto per la registrazione del cd “Voci dalla Terra di Mezzo”, e quali sono la storia passata, il presente e gli obiettivi futuri dei Lingalad?

Ho scritto i primi brani nel 1998, semplicemente per cantarli davanti al fuoco con gli amici, o durante qualche passeggiata nei boschi. Erano Beren e Tinuviel, La via prosegue senza fine e Montagne di luna inondate. Fu un amico a convincermi a farne un cd. Era un periodo di particolare ispirazione e ricordo che in una sola settimana composi tutte le altre tracce dell’album. Una volta pubblicate, cominciarono a girare online (eravamo agli albori di internet) e subito arrivarono delle richieste per suonarle dal vivo. Così chiesi al mio amico Fabio Ardizzone di formare un duo e provare a costruire un concerto acustico a lume di candela, proprio come degli Hobbit in una locanda della Contea. Quando le date cominciarono ad aumentare, richiamammo il batterista che suonava con noi ai tempi del liceo e con cui eravamo sempre rimasti in contatto, Giorgio Parato. Fu così che nacquero ufficialmente i Lingalad. La svolta del nostro percorso artistico avvenne nel 2003, quando ricevemmo un invito a suonare in America alla prima del film Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re. Quell’evento attirò l’attenzione dei media italiani e ci permise di farci conoscere di più.
Negli anni abbiamo aumentato l’organico del gruppo e abbiamo percorso sentieri anche lontani da Tolkien, ma sempre nutrendoci del forte potere evocativo della natura che troviamo nelle sue pagine. Il futuro è fatto del video di un concerto che pubblicheremo a breve e di un cd celebrativo dei nostri 20 anni di musica. Poi, chi lo sa? La via prosegue senza fine…

Oltre che cantante, Giuseppe, sei anche uno scrittore. Io in particolare ho letto “La luna è dei lupi”, che ho apprezzato tantissimo e per i tanti suoi aspetti. Parlaci un po’ dei tuoi romanzi, del loro significato, dello stile in cui li scrivi, e soprattutto del perché li scrivi: che cos’è che ti fa amare tanto la natura, e cosa ha da dire essa al cuore dell’uomo secondo te?

 Ho sempre raccontato storie attraverso le mie canzoni, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di più spazio per descrivere personaggi, trame e sotto trame. Così è nato Il passaggio dell’orso (Salani), il libro che ha segnato il mio esordio. Non pensavo che la scrittura sarebbe diventata il mio lavoro, ma alla fine è andata proprio così. Anche nei miei libri, come nella musica, i protagonisti assoluti sono il rapporto uomo-natura, gli animali, le foreste secolari. Sono convinto di amare così tanto la natura perché sono nato e cresciuto a Milano. Mi è mancata davvero tanto, soprattutto quando tornavo in città dopo i week end trascorsi dai miei nonni, che abitavano in un piccolo paradiso nei boschi, sul Lago d’Iseo.
A vent’anni feci un’esperienza di volontariato al Parco Nazionale d’Abruzzo e quei giorni ribaltarono la mia vita. Tornai e cambiai città, università e lavoro. Lasciai la facoltà di Ingegneria (con “grandissima gioia” di mio papà ingegnere) e virai su Scienze Naturali, dandomi all’educazione ambientale nelle scuole. Quell’esperienza al Parco ispirò anche Il passaggio dell’orso, che racconta la storia di un ragazzo di città alle prese per la prima volta con le foreste abruzzesi e i suoi orsi.
Negli ultimi anni ho scritto diversi romanzi, mentre l’ultimo nato, I figli del bosco (Garzanti), appartiene al genere non-fiction e racconta la storia vera di due lupi, che ho avuto la fortuna di vivere personalmente.

Dando uno sguardo sul tuo sito personale, http://www.giuseppefesta.com/, leggo che sei anche un educatore ambientale. Parlaci un po’ di questa tua professione: che cosa significa essere degli educatori ambientali oggi? E soprattutto: a parer tuo c’è una sorta di educazione ambientale ed all’amore per la natura in Tolkien?

Tolkien è stato un educatore ambientale ante litteram, e lo considero un mio maestro. Nelle mie attività con i bambini cerco di riempire di contenuti “magici” gli elementi naturali. Fin quando considereremo un albero solo un insieme di vasi del legno, linfa e cellulosa, faticheremo a creare con lui un legame emotivo. Bisogna coltivare i sentimenti per la terra prima di seminare i concetti ecologici. I bambini di oggi sono molto lontani dalla natura, spesso possono vederla solo attraverso lo schermo dei loro device tecnologici. Eppure in loro c’è una carica selvaggia incredibile e basta poco per abbattere quelle barriere attitudinali che li dividono dalla natura.
Purtroppo, se superano una certa età senza aver avuto esperienze significative e positive con la terra, allora il legame si spezza definitivamente. Dobbiamo agire prima, fargli vivere il bosco e gli animali come un’esperienza emotiva piacevole, divertente, sorprendente e appagante. Solo così avremo degli adulti con la voglia di adottare comportamenti sostenibili nei confronti del Pianeta. Conosciamo ciò che studiamo, ma proteggiamo solo ciò che amiamo.
Che bello se ognuno di noi potesse avere anche soltanto una briciola del rispetto e l’amore che gli Elfi nutrono per i loro boschi.

Venendo invece alla tua sensibilità, qual è il tuo modo di approcciarti ai testi Tolkieniani? Ad esempio, c’è un passo del Signore degli Anelli in cui Tolkien fa la stessa cosa che fai tu nei tuoi romanzi. Nel capitolo “In tre si è in compagnia”, cito: “Qualche piccolo essere incuriosito si avvicinò ad osservarli quando si fu spento il fuoco. Una volpe, che attraversava il bosco per affari suoi personali, si arrestò qualche minuto ad annusare. «Hobbit!», pensò. «Incredibile! Avevo sentito dire che avvenivano strane cose in questo paese, ma trovare addirittura degli Hobbit che dormono all’aria aperta sotto un albero! E sono in tre! C’è sotto qualcosa di molto strano». Aveva perfettamente ragione, ma non riuscì mai a scoprire che cosa.” (traduzione Bompiani 2002) Quando leggi queste righe, quali sono le sensazioni che ti danno? Come stimolano la tua immaginazione?

 Nei miei romanzi (e anche nelle canzoni) ho sempre cercato un ribaltamento di prospettiva, provando a immaginarmi i pensieri degli animali, il loro giudizio su di noi e sul nostro mondo. Ho anche provato a immaginarmi i pensieri di elementi naturali come un albero, un fiume o una montagna (come nel cd Lo spirito delle foglie). Ovviamente ognuno di questi elementi naturali può essere visto come una tipologia umana in cui riconoscersi: il vecchio lupo alla ricerca di un branco, la giovane aquila pronta a spiccare il volo, la foglia che riflette sul passare delle stagioni e sul suo destino che la porterà ad essere parte del tutto e a rinascere sotto forme diverse.
Metterci nei panni degli altri ci aiuta a comprendere meglio la realtà che ci circonda. La stessa cosa, esasperandola al massimo, l’ho fatta nel libro che hai citato prima, La luna è dei lupi, dove gli animali parlano e riflettono sul mondo degli umani. Il libro diventa così uno specchio di noi stessi. E il lupo è, a mio parere, il miglior animale in cui specchiarci, visto che nei suoi occhi, ne sono certo, possiamo vedere una parte di noi che abbiamo perso. Scorgiamo un’empatia col mondo naturale, uno spirito di libertà che un tempo era nostro ma che ora abbiamo smarrito. Non dovremmo temere il lupo, ma l’esserci allontanati dal nostro essere lupi.

Per chiudere vorrei chiederti questo: quando Barbalbero dice di non stare dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla sua parte, a te cosa fa venire in mente?

Penso a un essere straordinario, uno dei più riusciti di Tolkien, che in questo caso non dice del tutto la verità: Barbalbero sa benissimo da che parte stare, e quando viene il momento di passare all’azione, lo fa con la massima forza e determinazione. Dovremmo prendere esempio da lui. Noi umani stiamo attraversando un momento storico che assomiglia molto a una lunghissima Entaconsulta. Si discute da anni su cosa fare per affrontare gli sconvolgimenti climatici che stiamo provocando noi stessi. Speriamo che alla fine delle discussioni si possa partire in una direzione precisa e marciare verso Isengard. Prima che sia troppo tardi.

 

Tolkieniani Italiani – Intervista a Paolo Pugni

Il nostro ciclo di interviste aggiunge un tassello pregiato: Greta Bertani ha avvicinato un altro pioniere della diffusione delle opere del Professore in Italia, nonché amico di vecchia data, portando tra le  pagine dei Tolkieniani Italiani il contributo offerto dalla perizia di Paolo Pugni. Se il nome non vi dice nulla non preoccupatevi e leggete tutto quel che segue, abbiamo fatto in modo che raccontasse a dovere di sé.

 


 

Buongiorno Paolo, forse non tutti conoscono la tua passione per Tolkien, che è nata molti anni fa. Tu hai tradotto, assieme a Franca Malagò, l’edizione italiana della Biografia di Tolkien scritta da Humphery Carpenter ed edita da Ares già nel 1991. Ci puoi raccontare com’è stata questa esperienza e cosa ti ha lasciato? Tu nella vita sei consulente aziendale, aiuti le aziende nelle strategie di marketing. Cosa ti sei portato nella vita di ogni giorno anche quando ti dedicavi ad altro?

Avevo avuto la fortuna di leggere la biografia di Carpenter in inglese e me ne ero innamorato: quando un libro ti appassiona al punto da tormentarti, allora l’autore diventa un grande amico. Vorresti averlo accanto a te per fargli mille domande e proseguire nel racconto. La biografia di Carpenter fu la risposta a queste mie aspettative. Logico che proposi subito di tradurla per renderla disponibile agli appassionati italiani. Era giù uscito l’altro delizioso lavoro del medesimo autore sugli Inklings con Jaca Book. Tradurre è stato entrare nella caverna del drago per dare senso a tutta l’opera di JRRT. E ci siamo sentiti in obbligo di avere una cura speciale per ogni vocabolo, così come sia Carpenter che soprattutto JRRT l’avevano messa nella loro scrittura. Mi ha lasciato una attenzione particolare per il linguaggio, prolungando un segno già impresso dal corso di scrittura che avevo seguito con Giuseppe Pontiggia nel 1988. All’epoca ero ancora un dipendente. Mi occupavo di marketing dentro una multinazionale e tradurre era un modo per portare il sogno e la passione dentro il lavoro. Lavoravamo in coppia in modo molto stravagante per l’epoca. Io traducevo registrando audiocassette (sì, quelle vecchie per le quali serviva a volte la… matita) e Franca sbobinava la mia traduzione mettendo ordine e riformulando il testo per renderlo migliore. E’ stato anche un modo per essere insieme durante le mie trasferte.

Sei persona dalle mille attività: consulente aziendale e ti occupi di marketing, sei autore di saggi su disparati argomenti (ecologia, vita di coppia, marketing). Tra queste cose so che, assieme a tua moglie Franca, tenete incontri di formazione per coppie e genitori. Sappiamo che Tolkien e sua moglie Edith erano entrambi orfani, e, nella biografia, ci vengono accennate le loro paure ed i loro desideri rispetto all’educazione dei figli. Ipotizziamo di annullare spazio e tempo e che tu e Franca vi trovaste davanti la giovane coppia formata da Ronald ed Edith, gravata della notevole responsabilità di crescere dei figli e cementare una famiglia in un momento di seria recessione economica. Che consigli ti sentiresti di dare loro?

Wow! Che domandone! Quello che posso suggerire a loro, come a tante coppie di oggi, è di credere alla loro unione. Come peraltro Beren e Luthien, chiamiamoli così, fecero. Loro contro il mondo. Se la coppia non è forte, la famiglia fa fatica. Insieme si affrontano tutte le sfide con le quali la vita può provocarci. Spiegheremmo loro, che già ben lo sapevano avendolo vissuto sulla loro pelle, che la vita sa essere difficile, ma il loro amore è sicuramente più forte finche lo tengono come sostegno per ogni fatica. Confidando in Dio. Annunceremmo loro che commetteranno tanti errori nell’educazione dei figli, ma se avranno veramente a cuore il loro bene, la somma sarà positiva. Per la verità, più che incontrarli come giovane coppia per consigliarli, preferirei incontrarli in riva al mare nella loro vecchiaia per farmi dire come hanno fatto ad arrivare sin lì con tanto coraggio e successo.

La fede di Tolkien è evidente, non solo dalla sua vita ma anche, sebbene in maniera meno esplicita, nelle sue opere. Credi che egli oggi possa ancora costituire un esempio per le nuove generazioni che, magari anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, si avvicinano in questi anni? A tal proposito, credi che il successo delle trilogie di Peter Jackson e la tanto annunciata serie tv possano contribuire a far avvicinare i giovani all’approfondimento delle opere di Tolkien seguendo un metodo serio, oppure che essi possano accontentarsi di un tipo di fruizione più superficiale?

Il problema non sta nelle opere di JRRT né nella trasposizione in video. Il problema sta nella capacità di chi legge, ascolta, vede di andare oltre la superficie. Io posso anche riempire le mie opere di simboli e segni, ma se nessuno li coglie…. Non ho idea di come sarà la nuova serie tv, i film di Jackson li ho trovati splendidi e fedeli. Certo che se, come scrisse Paola Mastrocola in La scuola spiegata al mio cane, ad una generazione che sospira “c’è del marcio in Danimarca” quella nuova risponde “bhe, ma perché andare sino in Danimarca?” fraintendendo completamente la citazione dell’Amleto, non c’è più partita. Io mi auguro che siano da stimolo almeno per pochi. Così come fu per me: vidi una sera in tv, non riuscivo a dormire, una trasmissione che proponeva i nuovi film in distribuzione. Uno di questi era il cartone animato del Signore degli anelli: la versione di Ralph Baski del 1978. Rimasi folgorato. Andai a vederlo da solo al cinema Piccolo Eden di largo Cairoli a Milano. Il film si fermava al rapimento degli hobbit da parte degli orchi, o poco più in là. Uscii perduto dal cinema. Il giorno dopo alla libreria Puccini di corso Buenos Aires comperai la trilogia. Mi ricordo così bene questi particolari? Come due giovani che incontrarno un amico speciale “erano circa le quattro di pomeriggio”.

Tra gli studi tolkieniani in Italia, dall’inizio ad oggi, cosa trovi interessante e cosa a tuo giudizio manca o, piuttosto, si dovrebbe mettere in cantiere? Cosa pensi delle pubblicazioni delle tre grandi storie del Silmarillion curate negli ultimi anni da Christopher Tolkien?

Confesso: conosco poco. Ho dovuto fare scelte nella vita e dopo un intenso periodo tolkeiniano, culminato con la presenza insieme a grandi personaggi al convengo per i centenario della nascita di Tolkien che si svolse al Centro Culturale Manfredini il 28 novembre 1992, insieme a me parlarono quel giorno il cardinal Biffi, Franco Cardini, padre Guido Sommavilla e Raffaele Vignali, dovetti concentrarmi sul lavoro e perdere di vista gli studi Tolkeniani. Apprezzo comunque i nuovi saggi pubblicati, credo che ci sia ancora molto da raccontare e spiegare.

Questa intervista viene pubblicata sul sito STI, e fa parte di una serie di altre interviste la cui realizzazione è nata all’interno di un gruppo di studiosi raccolti attorno ad una giovane ma promettente associazione: I Cavalieri del Mark, gruppo locale marchigiano, ma con una forte presenza sui social e che collabora con molti studiosi italiani. Quanto credi che sia importante una rete interconnessa di studiosi, una sorta di gruppo di studio in cui le singole persone possono confrontare le loro idee?

Tantissima, specie oggi dove la comunità è stata riscoperta e rilanciata. Aiutarsi nel approfondire ciò che si ama è un dono per tutti.

Tolkieniani Italiani – intervista a Paolo Gulisano

La serie di interviste dei Tolkieniani Italiani prosegue con un nome ben noto ormai da lungo tempo tra gli appassionati: si tratta di Paolo Gulisano, uno dei primi in Italia a scrivere e pubblicare su J.R.R. Tolkien. Di seguito le risposte alla serie di quesiti postigli da un Giuseppe Scattolini particolarmente ispirato.


Paolo Gulisano: nel mondo tolkieniano sei conosciuto come un divulgatore di massimi livelli. Tuttavia, è sufficiente una piccola ricerca per vedere coi propri occhi quanto ampia e varia sia la tua produzione. Ed il tuo mestiere è fare il medico. Chi è allora Paolo Gulisano? Il medico? Il divulgatore? Lo studioso? Lo scrittore?

Sono un medico di professione e uno scrittore per passione. Potrei anche dire che sono un medico umanista:una categoria che si sta assottigliando in un tempo che vede unevoluzione della medicina in senso sempre più tecnicistico, se non addirittura burocratico. Questo significa che il significato del mio lavoro è il prendermi cura, delle persone, naturalmente, ma potrei dire che mi prendo cura anche della cultura, della storia, e questo è il nesso col mio impegno di scrittore, di saggista, di divulgatore. Tutto allinsegna del prendersi cura, quindi.

Parlando della tua passione tolkieniana, come hai conosciuto Tolkien? Il Professore di Oxford è solo una tra le tante delle tue passioni o ha un posto privilegiato nel tuo cuore?

Ho conosciuto Tolkien alla fine del Liceo. Ero un appassionato di Miti e saghe antiche. Venni a conoscenza che un autore contemporaneo (Tolkien era morto 5 anni prima che leggessi Il Signore degli Anelli) si era cimentato in una riscrittura delle antiche leggende medievali. Sinceramente, ero un po’ perplesso, ma grazie a Dio sono curioso e volli leggerlo: ne rimasi folgorato. Mi trovai ovviamente di fronte a molto di più che una semplice rivisitazione degli antichi miti, ma ad unopera epica originale, straordinaria. Era uno dei libri più affascinanti che avessi mai letto, e tenete conto che di libri ne leggo veramente tanti. Posso quindi dire che Tolkien da allora ha occupato un posto davvero privilegiato nel mio personale orizzonte culturale e nei miei affetti. Certamente, ho anche altri interessi e autori che mi sono cari, ma molti di loro- come Lewis o Chesterton- si intrecciano col Professore di Oxford. Devo dire inoltre che la storia e la cultura delle Isole Britanniche ha sempre esercitato nei miei confronti una notevole attrazione, e la gran parte delle mie opere è dedicata a questi temi: dallIrlanda alla Scozia, alla Letteratura Vittoriana. Da Oscar Wilde al Peter Pan di Barrie, dalle rivolte irlandesi allindipendenza della Scozia, negli ultimi 20 anni mi sono mosso molto con la penna tra Dublino e Oxford, tra Londra e Glasagow!

A partire dalla tua notevolissima esperienza e dai tanti incontri tolkieniani che hai tenuto fino ad oggi, qual è la tua opinione sull’impatto che la cinematografia tolkieniana ha sui tolkieniani? E non penso solo alle due trilogie di Peter Jackson, ma anche al precedente film di Ralph Bakshi, e al presumibilmente prossimo biopic sul giovane Tolkien e alla serie tv che dovrebbe uscire nel 2020, oltre che alle fan-fiction come l’eccellente “Born of Hope” e le altre minori, a parer mio, come “I diari della Terza Era” e “La caccia a Gollum”.

Sicuramente la cinematografia ha avuto un impatto potente sullimmaginario dei lettori, specialmente quelli più giovani; se chiedessimo ad uno di questi lettori di descriversi ad esempio Aragorn, credo che nella quasi totalità dei casi verrebbe fuori il ritratto di Viggo Mortensen, e così per gli altri personaggi. La mia generazione invece aveva negli occhi le illustrazioni dei grandi disegnatori. Il grande merito delle trilogie jacksoniane è stato quello di diffondere ad un pubblico vastissimo lopera tolkieniana. Gli Elfi, i Nani, nonché lidea stessa di un mondo che non esiste ma che è plausibile si è diffuso, è diventato parte dellimmaginario collettivo, e un lettore di narrativa fantastica non è più visto come un personaggio strano ed eccentrico, da compatire. Credo che anche le produzioni in divenire potranno contribuire a realizzare quello per cui personalmente mi batto da tanto tempo: mostrare Tolkien come un vero e proprio Classico della Letteratura.

Riguardo invece a due grandi di cui hai scritto, John Henry Newman e Gilbert Keith Chesterton: sappiamo per certo che entrambi influirono su Tolkien, e che lui li conosceva molto bene. Secondo te, come e in quale misura il Professore di Oxford è stato influenzato, anzi, dirò meglio, educato da questi due grandissimi pensatori?

Molti critici ed interpreti tolkieniani hanno sottolineato limportanza delle fonti narrative sullopera di Tolkien: i miti nordici, lEdda, il Kalevala. Tutto vero. Ma egli non sarebbe diventato lAutore che conosciamo senza altri fondamentali contributi avuti nella sua formazione culturale e umana. Al massimo sarebbe diventato uno studioso ancora più prestigioso, autore di grandi lavori esegetici. Uno straordinario filologo. Invece divenne un eccezionale romanziere, e questo anche grazie a questi due maestri, Newman e Chesterton. John Henry Newman, il fondatore dellOratorio di Birmingham, una delle scuole frequentate dal piccolo Ronald, arrivò a lui attraverso la mediazione della madre, che si era convertita al Cattolicesimo proprio grazie al grande teologo, e alla mediazione del suo tutore e mentore, padre Francis Xavier Morgan. Tolkien crebbe nello spirito di Newman, che è uno spirito di ricerca della verità, e di affidamento alla luce gentile della Fede. Fu la religiosità di Newman solida, ortodossa, intellettualmente vivace- ad educare ed edificare la coscienza e il senso religioso di Ronald. Chesterton, invece, di cui Tolkien fu attento lettore, gli aprì la prospettiva dellimmaginazione. Unimmaginazione che non è finalizzata solo alla rievocazione di battaglie e dinastie del passato, ma diventa strumento per indagare nel cuore di ogni creatura, per descrivere vizi e virtù, per ritrarre la condizione umana. Una fantasia che non è fuga dalla realtà, ma apertura di prospettive. Tolkien stesso riconosce questo debito nei confronti di G.K. Chesterton nel suo fondamentale saggio sulla letteratura fantastica pubblicato in Albero e foglia.

Infine: ti sto intervistando per conto dei Tolkieniani Italiani. Siamo sul sito STI, io sono il presidente dei Cavalieri del Mark, ed a pubblicare questa intervista sarà Gianluca Comastri, di Eldalië. Tolkieniani di tutta Italia non legati da nessun vincolo che non sia la comune passione tolkieniana ed i medesimi valori leggeranno le tue parole, studiosi e appassionati. Pensi che questa nuova iniziativa possa andare lontano e mantenere le promesse?

Non solo lo penso, ma me lo auguro con tutto il cuore. Il mondo dellassociazionismo tolkieniano italiano ha una lunga storia alle spalle, nasce ben prima dei film e di tutti i fenomeni anche ludici (pensiamo ai Cosplay) che ne seguirono. Ha bisogno senzaltro di realtà competenti e appassionate in cui condividere questa passione, e Tolkieniani Italiani ha tutte le caratteristiche per rappresentare questo desiderio.  

Tolkieniani Italiani – Intervista a Sebastiano Brocchi

L’attività dei Tolkieniani Italiani sul nostro sito inizia con l’intervista a un amico e autore di narrativa.

Sebastiano B. Brocchi, nato il 18 marzo del 1987, è originario di Montagnola (Svizzera) dove risiede tutt’ora. In terza liceo lascia gli studi per diventare scrittore e ricercatore autodidatta nel campo della storia dell’arte, della filosofia ermetica, della simbologia sacra e dell’alchimia interiore. Nel 2004 ha pubblicato la sua prima opera, il breve trattato “Collina d’Oro – I Tesori dell’Arte”. Negli anni successivi hanno visto la luce “Collina d’Oro Segreta” (2005), libro che ha suscitato scalpore nella cronaca ticinese, e “Riflessioni sulla Grande Opera” (2006), considerato dagli specialisti un testo magistrale di alchimia. É del 2009 il saggio, dedicato all’interpretazione esoterica delle fiabe tradizionali, “Favole Ermetiche”. Nel 2011 dà alle stampe la prima opera di narrativa, il giallo storico “L’Oro di Polia”, mentre nel 2012 prende avvio la saga fantasy dei Pirin con la prima edizione del volume “Le Memorie di Helewen”. Il secondo volume della saga, “Hairam Regina”, viene pubblicato nel 2016. É inoltre autore di numerosi articoli, interviste a importanti personalità internazionali e approfondimenti apparsi su riviste e siti web sia svizzeri che italiani. La sua opera tutta, da Favole Ermetiche a L’oro di Polia, per non parlare della saga di Pirin, sta ricevendo grande riscontro sia da parte del pubblico sia della critica, un riscontro a nostro giudizio meritatissimo. Lo intervista per noi Giovanni Carmine Costabile.

 

Vuoi raccontarci come è nata l’ispirazione per la trilogia, che ricordiamo comprende Le memorie di Helewen, Hairam Regina e Le gesta di Nhalbar, oltre ad alcuni derivati multimediali come il videogame Eselmir e i cinque doni magici?

Sono passati diversi anni, una quindicina almeno. Credo che le prime ispirazioni mi siano venute già sui banchi di scuola, alle medie, e negli anni del liceo iniziavo già a riempire cartelle di schizzi e appunti… penso che l’idea di una “grande saga”, nel senso di un universo corposo che si prestasse a un’espansione narrativa molto ampia e articolata, mi sia venuta dall’amore incondizionato che provai per i film di “Star Wars”. Tuttavia, fu con l’uscita della trilogia cinematografica de “Il Signore degli Anelli” che scoprii l’universo tolkieniano e – sebbene a chiaroscuri – compresi di voler indirizzare la mia saga su quel filone letterario anziché su una space opera. Dicevo “a chiaroscuri” perché sebbene molti elementi tolkieniani mi avessero assolutamente catturato ed entusiasmato, altri aspetti, come penso sia naturale, non li sentivo molto sulle mie corde. Ma al di là di queste “spinte” iniziali derivate in parte dalla cinematografia, devo dire che un’altra mia grande passione già in quegli anni giovanili fosse la storia antica. Avrei tanto voluto emulare (nel mio piccolo, è chiaro) la maestosa eredità dei grandi poemi epici e di altre opere intramontabili prodotte dalle civiltà del passato: opere intrise di una forza magica, che ha sempre esercitato su di me un fascino molto maggiore rispetto alla letteratura  contemporanea.

 

Come già hai avuto modo di sapere questa serie di interviste vuole rintracciare l’eredità di Tolkien negli autori fantasy italiani contemporanei (in lingua italiana, nel tuo caso, essendo svizzero). Perciò ti chiedo direttamente: che ruolo ha avuto Tolkien nella tua scrittura? Come lo hai conosciuto? In che rapporto ti consideri rispetto a colui che da molti è considerato il padre del genere fantasy?

Sicuramente, come in parte già accennato, la principale influenza tolkieniana l’ho ricevuta dalle  recenti trasposizioni cinematografiche. Sono quelle ad avermi fatto avvicinare all’opera del Professore, ma sarò sincero: malgrado la grande ammirazione e il trasporto per l’autore, non ho in seguito approfondito  la sua opera tanto da potermi definire un esperto. Molti pensano che alcuni elementi della saga “Pirin” si rifacciano a Tolkien, e magari quando me lo fanno notare mi trovo nell’imbarazzante situazione di non sapere di cosa stiano parlando: nella maggior parte dei casi, la verità è che Tolkien ed io abbiamo attinto da simili fonti, ma si tratta di fonti ben più antiche. Ho iniziato già da adolescente a divorare letteratura – spesso di origine precristiana o medievale – che spaziasse dalla mitologia ai testi sacri di varie religioni, passando dal folklore alle fiabe e leggende di diversi popoli. Perciò è facile che qualora compaiano elementi comuni tra le mie opere e quelle di Tolkien, più che una derivazione diretta possa trattarsi di una rielaborazione di archetipi, parole, simboli, dei secoli o dei millenni passati. Inoltre, ed è un elemento che purtroppo è emerso fin troppo poco dagli studi tolkieniani, il Professore condivideva una passione che ha dominato anche la mia ricerca personale: l’Alchimia, intesa come scienza della trasformazione interiore dell’individuo. Personalmente ho ritrovato moltissimi elementi della più pura tradizione alchemica ed ermetica nell’opera di Tolkien. Gli esempi non si contano: potrei citare il gonfalone di Gondor (riproposizione dell’albero alchemico con le sue sette stelle), o le fasi narrative ispirate alle fasi della Grande Opera: discesa nelle miniere di Moria (Nigredo) assedio della città bianca di Minas Tirith (Albedo) e raggiungimento del fuoco del Monte Fato (Rubedo). I vari riferimenti al Fuoco Segreto…

Ciò che ho maggiormente apprezzato di Tolkien, oltre alla cura per la lore, allo stile aulico e la profondità quasi “religiosa” o meglio ancora “esoterica”, sono gli elementi anche esteticamente più riusciti, ovvero ad esempio l’eleganza della civiltà elfica, o di alcuni luoghi emblematici come Minas Tirith (alla cui interessante tipologia costruttiva e ai suoi precedenti ho dedicato, tra l’altro, un articolo intitolato “La città concentrica. Archetipo del cosmo e della fortezza interiore”).

Quel che invece ho apprezzato meno in Tolkien – ma devo dire in particolare nella  trasposizione cinematografica – è l’indugio in elementi più grotteschi, come le varie razze di orchi, e il fatto che un mondo potenzialmente così bello si trovi di fatto – all’epoca degli eventi principali – al tramonto e in rovina. Credo che questa sia un’altra grande differenza rispetto alla mia saga “Pirin”, almeno per quanto riguarda le ambientazioni. Gli eventi salienti della trama descritti nel secondo e terzo volume (perché il primo volume costituisce una sorta di retrospettiva, se vogliamo) si svolgono all’epoca del massimo splendore delle civiltà del continente, cioè in un mondo ancora brulicante di vita e iniziativa, monumentale e popoloso, che richiama i fasti degli antichi imperi.

 

Complimenti per la sezione dedicata alla vita e alle usanze dei Pirin. Sembra quasi di leggere uno dei trattati filosofici utopistici sulla città perfetta che abbondano nella tradizione occidentale, dalla Repubblica di Platone alla Città del sole di Tommaso Campanella, per non parlare ovviamente di Utopia di Tommaso Moro. Scorgo anche un influsso sottile del socialismo ottocentesco, se non sbaglio, nella particolare attenzione all’aspetto del lavoro nel regno dei Pirin. Ma ovviamente un altro modello è senz’altro la Contea di Tolkien. A cosa pensavi in realtà? Ho indovinato qualcosa?

Ti ringrazio. Sì, hai azzeccato buona parte dei principali “influssi”. Aggiungerei anche alcune allusioni a realtà idilliache e utopiche descritte nei racconti orientali e mediorientali, come la celebre Śambhala, i vari miti edenici e sulle età dell’oro di varie civiltà, senza dimenticare un luogo che ha sempre esercitato grande influenza sul mio immaginario: il continente perduto di Atlantide, di cui adorai la descrizione platonica. La Contea tolkieniana può condividere con la mia Lothriel forse l’atmosfera serena e “fuori dal mondo”, ma la prima è molto più rustica e semplice rispetto alla seconda, la quale è invece più monumentale, elegante e sofisticata.

 

Il primo volume, Le memorie di Helewen, si apre con una scena, l’arrivo della zattera dei genitori di Nhalfordon-Domenir alla dimora di Helewen, dove affidano loro figlio alle cure del tutore, un Pirin, che lo istruirà in merito alla storia (e alle storie) del mondo, della sua stirpe e di sé medesimo, narrazioni che costituiscono il resto del libro, con poche interruzioni. L’impressione che se ne ricava è di un impianto accuratamente studiato per introdurre il lettore gradualmente nel tuo mondo. Hai avuto qualche ispirazione nel disegnare questa struttura espositiva? Un lettore tolkieniano non può che pensare ai Racconti ritrovati

In realtà credo che in questo senso la maggiore fonte d’ispirazione sia stata la Shahrazād delle “Mille e una notte”. Ma anche il ciclo arturiano, in particolare nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes. Senza dimenticare altri celebri cicli di racconti (qualche traccia appena accennata di Decamerone, tanto per dirne una…). Non tralasciamo la grande influenza dei cosiddetti “testi sacri”. Da quelli indiani fino alla Bibbia, passando dall’epica omerica.

In generale, come giustamente evidenzi, il primo volume vuole introdurre al “mondo narrativo” in modo graduale, evidenziando il background attraverso l’espediente di racconti inanellati ma di epoche diverse. Lo stile narrativo e la psicologia dei personaggi, nel primo volume, sono volutamente vicini all’astratto, al fiabesco, all’archetipico, con personaggi semplici, in grado di rappresentare un determinato valore etico e umano. Con il procedere della narrazione, nel secondo e terzo volume, gli eventi si fanno ravvicinati, proprio come i personaggi, che acquistano via via una psicologia sempre più stratificata, poliedrica, sfuggente, difficile da inquadrare nell’ottica di stereotipi caratteriali. I sentimenti iniziano a scendere dal loro “piedistallo” di archetipi e si fanno squisitamente umani, sofferti, talvolta incomprensibili. Viene progressivamente mostrato il male che si cela nel bene e il bene che si cela nel male, la luce nell’ombra e l’ombra nella luce, un po’ come nel simbolo del Tao.

 

Come Tolkien, anche tu ti ispiri chiaramente alle tradizioni popolari e folcloriche raccolte nelle fiabe e nei racconti di mezzo mondo. Credi anche tu che, come sintetizza mirabilmente C.S. Lewis, grande amico di Tolkien, “un giorno sarai abbastanza grande da ritornare a leggere le fiabe”? O forse, come dice il comico Alessandro Bergonzoni, “dobbiamo smetterla di raccontare favole ai bambini per addormentarli. Iniziamo a raccontargli favole per svegliarli”?

Assolutamente sì. Sono anzi convinto che non solo i bambini, ma anche la gran parte degli adulti non sospetti minimamente l’immenso patrimonio di saggezza racchiuso da fiabe, favole e racconti considerati “per l’infanzia”. Libri come “La Storia Infinita”, “Il Mago di Oz”, “Pinocchio”, “Il Piccolo Principe”, passando dalle fiabe tradizionali raccolte dai Fratelli Grimm, La Fontaine ecc… sono solo alcuni esempi di opere dal contenuto filosofico altissimo, immenso, molto più di certi libri ritenuti “per adulti” ma che, al contrario, si soffermano talvolta su aspetti della vita molto più superficiali, transitori, futili, o che imbrigliano la saggezza in uno sterile linguaggio razionale, dimenticandosi di parlare realmente al cuore, all’anima.

I più grandi autori di fantasy del Novecento, come Tolkien o Lewis, Ende (il mio preferito) ma mi permetto di annoverare  anche qualche autore tra virgolette “minore”. come Gaiman con il suo Stardust, hanno saputo affidare alle loro opere “per ragazzi” uno spessore iniziatico che le avvicina ad alcuni dei più eccelsi componimenti del passato, come ad esempio il misticismo della poesia Sufi, i Veda, ecc…

Una profondità che personalmente non riconosco ad autori odierni di bestseller del fantasy “per adulti”, preoccupati soltanto di avvincere con trame politiche, violenza ed erotismo: ingredienti che li rendono soltanto commercialmente più appetibili ma che, dal mio punto di vista, non li renderanno immortali, perché privi di un vero Messaggio in grado di valicare i tempi e gli spazi.

 

Un altro grande elemento che ho riscontrato in comune con Tolkien è il ruolo centrale dell’amore, soprattutto coniugale e parentale, e quindi della donna, dei genitori e dei figli. Come in Tolkien, per ogni dio c’è una corrispondente dea, anzi addirittura, nel mondo di Pirin, ogni dio ha un aspetto maschile e un aspetto femminile, il cui nome si ricava aggiungendo ‘ah’ al nome del dio maschile (Aedaran→ Aedaranah), oppure mutando in ‘h’ la ‘r’ finale (Foladar→ Foladah). Come in Beren e Lúthien, spesso per i tuoi personaggi è l’amore per una donna eccezionale a motivare le loro imprese (penso soprattutto a Theoson, l’amante di Uhilyn, ma anche a Osondel, desideroso di prole, alla rivalità tra Filo Carminio e Filo Cobalto per la bella Budalidor, all’amore di Folsarèd per la ninfa-cerva…). Cosa puoi dirci a riguardo?

Hai colto quello che è sicuramente un risvolto fondamentale della mia opera. Con “Pirin” ho cercato di raccontare molte forme dell’amore e di come questo possa abbassare o innalzare l’individuo nel suo percorso di affinazione e maturazione. Anche qui vale quanto detto in precedenza riguardo all’evolversi narrativo della trilogia: nel primo volume troviamo amori molto fiabeschi, incondizionati, univoci,  assimilabili a quelli dei grandi drammi shakespeariani, dello stilnovismo o della poesia trobadorica. L’avanzamento della narrazione, il suo passaggio temporale dal “tempo del mito” al “tempo degli uomini”, complica decisamente le cose. “Hairam Regina” è dominato dalle grandi passioni, anche distruttive, un costante rimescolarsi emotivo, mentre “Le Gesta di Nhalbar” (il più mistico dei tre) conduce a nuove e più profonde riflessioni, abbracciando suggestioni iniziatiche che avvicinano i personaggi alla comprensione di più vasti misteri divini, e dunque a forme di amore che travalicano i destini e gli interessi individuali.

 

Avendo menzionato una chicca linguistica della tua opera, non posso che interrogarti anche sulla creazione dei linguaggi del tuo mondo. Quali sono i tuoi modelli linguistici? Tolkien prese essenzialmente a modello il gallese e il finlandese per le sue lingue elfiche, nel tuo caso sbaglio a dire che si sente anche un influsso mediorientale?

Non sbagli. Gli influssi sono molteplici ma è innegabile l’apporto da matrici linguistiche sanscrite, mesopotamiche, egizie, semitiche, greche, latine. Non mi sono fatto mancare neanche ispirazioni precolombiane e da altri ceppi linguistici più circoscritti, di varie parti del mondo. In qualche caso si trovano anche inversioni, o sottili giochi di parole (Helewen s’ispira alle parole inglesi Hel e Heaven, per alludere al fatto che in ogni uomo convivano inferni e paradisi) o citazioni derivate dalla cultura fantasy e fantascientifica più recente. Il nome del Dio supremo Inkahal, ad esempio, è ispirato all’Incal di Jodorowsky, mentre il nome del regno di Lothriel evoca sicuramente atmosfere più tolkieniane.

Ad ogni modo la formazione della lingua dei Pirin è stata uno degli aspetti più laboriosi, perché volevo che fosse strutturata in modo “credibile”, con un vocabolario e proprie regole grammaticali. Non un linguaggio “di facciata” utile soltanto per comporre qualche breve formula magica come se ne trovano diversi esempi nella letteratura coeva, bensì una lingua “funzionante” a tutti gli effetti. Tra l’altro nella colonna sonora del videogame “Eselmir e i cinque doni magici” si trova una canzone interamente scritta in lingua Pirin (il cui testo e la cui melodia sono tratti direttamente dal primo volume della trilogia di romanzi) che per l’occasione è stata intonata da due promettenti studenti di musica del Liceo Cantonale di Bellinzona. Questo ha rappresentato un’ulteriore sfida verso il realismo di questa lore, perché ha permesso alla lingua Pirin di staccarsi dalle pagine stampate e di raggiungere il banco di prova del livello fonetico. Un passaggio delicato poiché, per essere credibile, una lingua deve anche distinguersi per una particolare tonalità, cadenza, pronuncia, e risultare naturale.

 

Mi ricollego all’ultima domanda e alla precedente sulle fiabe per chiederti: viene spontaneo un dubbio leggendo la saga dei Pirin. Se, come dicevo prima, è chiaro che, provenga dalle Storie di Erodoto o dalle Mille e una notte, entrambe fonti anche di Tolkien, si respira, più ancora che in Tolkien stavolta, un’aria di folklore orientale di riscontro a tant’altro celtico e nordico, sbaglierei a dire che, lette nel modo più giusto, anche le storie dei Pirin si possono definire Favole Ermetiche, il titolo di un altro tuo libro molto apprezzato?

Decisamente. È una saga dalla fortissima componente ermetica ed esoterica, proprio perché in questo vasto corpus di trame e sotto-trame (quasi duemila pagine soltanto i romanzi, senza contare i derivati multimediali) ho cercato di condensare i frutti del mio percorso interiore. Non si tratta di libri che nascono a scopo di intrattenimento. Il loro intento maggiore è quello di lasciare qualcosa al lettore, che possa accompagnarlo nella vita di tutti giorni, verso la propria realizzazione personale, umana, la riscoperta e la coltivazione di quella “scintilla divina” che lo rende un miracolo unico e irripetibile. Questo non avviene soltanto in modo esplicito attraverso ciò che effettivamente i racconti spiegano: si può dire anzi che la componente narrativa sia la punta dell’iceberg. Si tratta di una saga estremamente simbolica: quasi tutti gli eventi e i personaggi, ma anche i luoghi o gli oggetti, possono essere riconducibili al vissuto interiore di ognuno, e ci sono dunque diversi possibili livelli di lettura.

Da qui l’esortazione dell’oracolo rivolta ai Pirin “Dovrete trovare l’oro per il vostro tempio molto più in profondità”.

 

Infine chiudiamo con una domanda tecnica. Hai speso chiaramente grande quantità di tempo ed energie per realizzare un mondo dettagliato e coerente, in altre parole hai fatto un gran bel lavoro di worldbuilding. Hai dovuto fare molte ricerche per riuscire in un mondo completo e coerente? Come rapporteresti il tempo, suppongo preliminare, dedicato al puro worldbuilding, rispetto al tempo di scrittura vera e propria dei romanzi? E, per concludere, se dovessimo decidere, in vena di grandi semplificazioni, di definire ogni mondo con un semplice aggettivo, Arda è ‘elfica’, Narnia è ‘allegorica’, il Potter-verse è ‘magico’, Westeros è ‘machiavellico’, il mondo dei Pirin è…?

Se dovessi quantificare in modo molto approssimativo, direi che il worldbuilding abbia rappresentato un buon 70% del lavoro e dunque del tempo. In fondo, una volta definita gran parte della lore, il grosso del lavoro di stesura ovvero della parte spiccatamente narrativa è durato relativamente poco. Basti pensare che tra la pubblicazione del secondo e del terzo volume (il più lungo dei tre) è passato più o meno un anno.

Volendo trovare un aggettivo per il mondo dei Pirin credo si possa proporre il termine “mistico”, nel senso più ampio e intimo di un sentimento del sacro non inquadrabile in un contesto religioso e dogmatico, in una corrente o ideologia.

 

Di nuovo, a nome mio personale di Giovanni Carmine Costabile, del supervisore delle interviste Gianluca Comastri, del gruppo Tolkien nelle Marche – I Cavalieri del Mark, e di tutta la Società Tolkieniana Italiana, grazie di cuore!

Un sentito ringraziamento anche a voi tutti per l’interesse dimostrato nei confronti del mio lavoro, e a te Giovanni, in particolare, per questa bella intervista da cui traspare tutta l’attenzione e sensibilità del tuo approccio ai libri che affronti, e l’invidiabile cultura che ti permette di cogliere preziose connessioni ipertestuali che ad altri magari sfuggono.

 

L’intervistatore

Giovanni Carmine Costabile (Dott. Mag., 1987-) Libero ricercatore, scrittore, traduttore, pubblica articoli su Tolkien e la letteratura medievale su riviste prestigiose come Tolkien Studies (2017), Inklings Jahrbuch (2017), Mythlore (2018). Relatore di conferenze in Italia e Inghilterra dal 2016, già membro attivo della Tolkien Society inglese, Società Tolkieniana Italiana, Medieval Academy of America. Nel 2018 conduce ricerche su Tolkien e Gawain presso la Weston Library di Oxford e di seguito pubblica la sua prima monografia, Oltre le Mura del Mondo : Immanenza e Trascendenza nell’opera di JRR Tolkien, con prefazione di padre Guglielmo Spirito, introduzione di Oronzo Cilli e postfazione di padre Alberto Quagliaroli, volume che riscuote il plauso generale della critica in Italia e all’estero.

I Tolkieniani Italiani sul nostro sito

Siamo lieti di annunciare che prende il via proprio oggi, alla vigilia di Ognissanti (o Samhain) del 2018, una delle cose che reputiamo più belle alle quali ci stiamo dedicando da qualche tempo: Tolkieniani Italiani, uno spazio in più ambienti (web, social network e soprattutto incontri dal vivo) che raccoglierà e presenterà una serie di attività ideate e realizzate da tutti coloro che  si riconoscono in un certo modo di vivere e condividere valori e atmosfere della Terra di Mezzo.

Questo spazio naturalmente sarà aperto al confronto e allo scambio anche con chi proviene da “altri mondi”: la prima testimonianza di ciò è esibita proprio con l’esordio, che si concretizza con una prima iniziativa che lasciamo presentare al suo sostenitore e promotore più ispirato: Giuseppe Scattolini, fondatore e presidente dell’associazione Tolkien nelle Marche – I Cavalieri del Mark con cui noi di STI abbiamo raggiunto un’intesa e stretto un’amicizia che speriamo duratura, gratificante e stimolo di crescita per tutti noi – andando ad aggiungersi ai nostri ormai storici compagni di viaggio di Eldalië, Collezionisti Tolkieniani, Tolkieniana.Net e Tolkien Italia.

Auspicando  che sarà il primo passo di un lungo cammino fianco a fianco, lasciamo dunque la parola e l’attenzione a Giuseppe Scattolini.


Carissimi amici, Cavalieri del Mark, Tolkieniani Italiani,

quest’oggi sono stato chiamato a presentarvi una nuova iniziativa dei Tolkieniani Italiani, in quanto è nata in una discussione tra amici avvenuta in uno dei canali dei Cavalieri del Mark, di cui sono presidente. Ringrazio quindi anzitutto Greta Bertani, che ha lanciato l’idea di raccogliere “interviste” che porteremo avanti, e poi tutti coloro che hanno pensato a farne un ciclo intero che verrà definendosi in itinere. Ringrazio anche chi rende possibile questo progetto particolare, e chi accoglie questo mio articolo nei propri canali. Grazie sentitamente a tutti.

Per capire le intenzioni che stanno dietro all’iniziativa, dobbiamo capire la volontà profonda di coloro che l’hanno lanciata. Penso che sia palese e noto a tutti quanto la realtà tolkieniana italiana sia stata finora un luogo non esattamente pacifico, né accogliente, soprattutto per i neofiti e per chi tra i propri interessi ha l’esclusivo approfondimento di Tolkien. Penso che saremo tutti d’accordo nel dire che uno dei passaggi chiave de Il Signore degli Anelli sia il ritorno di Gandalf nel capitolo “Il Cavaliere Bianco”. Qui Gandalf, non più “il Grigio” ma “il Bianco”, dice alcune delle parole decisive dell’intero libro: dichiara di essere “Saruman come doveva essere”.

Saruman infatti, nelle intenzioni dei Valar che mandarono gli Istari sulla Terra di Mezzo, doveva essere la guida principale contro Sauron e le forze del male. Avrebbe dovuto in sostanza essere lui ad incontrare Thorin in quell’incontro casuale di Brea, avrebbe dovuto essere lui a chiamare Bilbo per essere il quattordicesimo della compagnia di Scudodiquercia, avrebbe dovuto essere lui a guidare la Compagnia dell’Anello ed a cadere nell’affrontare il Balrog di Morgoth a Moria. Ma Saruman non c’è mai stato in queste circostanze. Ha preferito gli alti torrioni, far godere ai popolani del suo aiuto e della sua conoscenza solo quando costretto, di mala voglia, e senza mai confondersi tra loro, senza mai sporcarsi col fango delle strade.

Tutt’altro, noi sappiamo, ha fatto Gandalf, Grigio come le giornate piovose che ha affrontato pur di raggiungere e guidare i suoi compagni, o come le chiazze di fango scuro rimaste sulle sue vesti. Potremmo anche immaginarci come, cosa che Tolkien non dice e non incoraggia a dire, ma per amor di interpretazione lo diremo noi, in principio anche le vesti di Gandalf fossero bianche, ma col tempo si sono colorate dello stesso colore dei luoghi dove camminava, grigi, bui, tetri, sporchi, mentre Saruman è rimasto, più che il bianco, “il puro”, colui che con gli affari piccoli dei mortali non aveva intenzione, non l’ha mai avuta, nemmeno quando era “buono”, di sporcarcisi.

Purtroppo, il mondo Tolkieniano non è mai stato come dovrebbe essere, ma è sempre stato il Saruman della situazione: attento a non avere a che fare cogli affari dei mortali, e tendente non a guidare ma a comandare, a togliere di mezzo ed eliminare in nome del progresso, a diventare il Multicolore quando avrebbe dovuto essere Bianco. Tendente soprattutto a fare delle promesse che poi non avrebbe mantenuto, e ad ingannare quanti incappavano nelle sue reti.

La nostra volontà profonda, Tolkieniani Italiani, è sostanzialmente questa: dare vita a una realtà tolkieniana nazionale come sarebbe dovuta essere da cinquant’anni a questa parte. Questo significa che mai più nessuno verrà lasciato solo, che tutti avranno il diritto di avere una realtà tolkieniana vicino a casa loro e degli amici con cui parlare di Tolkien. Significa che non è necessario che tutti dobbiamo sempre trovarci in uno stesso posto, che siano rocche medievali, fiere del fumetto e quant’altro: Tolkien deve abitare nei nostri cuori, nelle nostre case e vicino ad esse, negli amici di una vita.

Gli studiosi al fianco degli appassionati, gli appassionati al fianco degli studiosi, approccio totale alle opere di Tolkien, amicizia e fraternità: questi sono i valori da portare avanti. Non le fiere col biglietto d’ingresso a pagamento, dove si parla di fumetti e non di letteratura: Tolkien per essere capito va accostato alla filosofia, alla letteratura, alla teologia, agli ambiti del sapere umano profondo, non alle feste in maschera. Per un motivo molto semplice: le feste in maschera accadono un giorno o due nell’arco di tutto l’anno, Tolkien invece ti accompagna tutti i giorni della vita, in quelli belli e in quelli brutti, ti fa provare gioie profonde e grande nostalgia per un mondo perduto che ti spinge ad essere migliore nella quotidianità.

Tolkien è molto più di un passatempo, è una presenza costante, un appoggio sicuro, una roccia nel mezzo del mare in tempesta. Per questo le realtà tolkieniane non possono essere il mare in tempesta, ma la roccia salda cui appigliarsi. Pacifiche, belle da vivere: un mondo come sarebbe dovuto essere, ad immagine e somiglianza degli altri vari paradisi terrestri di cui Tolkien ci parla, come la Contea della Terza Era, Númenor durante i primi secoli della Seconda, Valinor della Prima e di ogni altra Era della Terra di Mezzo.

L’idea di questo ciclo di interviste nasce da qui, come prima pietra della grande casa che desideriamo costruire così come dovrebbe essere: iniziamo ad incontrare e far incontrare le persone, discutere della passione tolkieniana, ampliare delle realtà finora rimaste chiuse, asserragliate nelle loro fortezze che aprono solo ogni tanto e come se fosse una grazia concessa. Non ci si può vergognare di essere tolkieniani amici, come se si fosse appassionati uno scrittore di bassa categoria o si leggessero dei testi di scarso valore. È ora di mostrare al mondo, anche al mondo accademico, quanto è grande questo autore.

Giuseppe Scattolini