Tolkieniani Italiani – Intervista a Maurizio Migliori

Cari amici, Cavalieri del Mark e Tolkieniani Italiani,

ci sarebbero molti modi di cominciare questa breve biografia di Maurizio Migliori, che ho avuto il piacere di intervistare per voi. Io l’ho conosciuto ad un passo dal pensionamento, è stato (ed è ancora) uno dei miei professori all’università di Macerata: ho seguito molti suoi corsi e seminari sui testi di Platone e quello che ricordo con maggior piacere e commozione è stato il primo, quello sulla dialettica platonica, che seguii nel mio secondo anno di università.

Quel corso mi ha davvero cambiato molto. Mi ha insegnato a ragionare, a scavare dentro i testi, ad essere curioso e appassionato, ed a fare in modo che sia il desiderio l’asse portante, il traino e il metodo degli studi.

Ricordo ancora, tra l’altro, il giorno in cui il professor Migliori si presentò in aula con le lacrime agli occhi: era il 15 ottobre 2014, giorno della morte di Giovanni Reale. È stato uno di quei giorni in cui poter dire con orgoglio “io c’ero”. Non lo dimenticherò mai.

Giovanni Reale è stato colui che ha portato in Italia il nuovo metodo di Tubinga: la lettura dei dialoghi di Platone non come se fossero ciascuno di essi dei testi a sé stanti, ma come un tutt’uno, come un corpus unitario che trova la sua compiutezza nelle “dottrine non scritte”, quelle dottrine che Platone tante volte annuncia ma che non scrive mai, e di cui abbiamo delle tracce negli scritti dei suoi allievi, come Aristotele. Tramite Reale nacque così la “scuola Tubinga-Milano”, che ha rivoluzionato gli studi in materia.

Al suo ingresso in università, la Cattolica di Milano, il professor Reale ebbe come primo allievo, e primo laureato, Maurizio Migliori. È stato da allora, siamo negli anni caldi del ’68, che è iniziata una delle più proficue collaborazioni tra maestro e allievo che la storia possa ricordare: lo dico perché io, come tante altre persone, sono un po’ uno di quelli che hanno raccolto questa eredità a Macerata. Infatti, il professor Migliori per anni è stato impegnato in politica nelle lotte del ’68, e questo fu il motivo fondamentale per cui non entrò in università immediatamente, ma dovette aspettare 24 anni di insegnamento nelle scuole superiori prima di vincere la cattedra a Macerata, dove era all’epoca mancante un vero e proprio studio di antichistica in filosofia.

Grazie al professor Migliori la tradizione è proseguita anche qui da noi, e la scuola Tubinga-Milano è ancora viva ed è diventata la scuola Tubinga-Milano-Macerata. Ad oggi, il metodo della scuola sta venendo proposto dal professor Migliori e dalla sua allieva, la professoressa Arianna Fermani, in modo nuovo, sotto il nome di “Multifocal Approach”: nell’intervista è lo stesso Migliori a spiegare che cosa sia.

Da parte mia, posso solo dire che è stata una fortuna per me avere Migliori come professore, maestro ed insegnate: una persona viva, vivace, orgogliosa delle sue battaglie politiche nella sinistra (quella vera, direbbe lui) del 1968. Se noi oggi portiamo i jeans lo dobbiamo anche alle persone come Maurizio Migliori, che all’epoca ebbero il coraggio di andare contro i propri genitori anche per queste cose che oggi sembrano delle piccolezze: faccio l’esempio dei jeans proprio perché lui ce lo ha ripetuto un’infinità di volte a lezione, nelle sue “cavalcate selvagge” di esempi biografici per spiegare a noi studenti i dialoghi di Platone.

Nell’insegnamento, Migliori non ha mai fatto “ideologia”, mai: ci ha solo e sempre insegnato Platone, ed attraverso di lui ad essere dei filosofi. Un esempio umano, prima che accademico, che tutti noi dovremmo imparare a seguire. Dati soprattutto i trascorsi politici e ideologici del mondo tolkieniano di cui tutti sappiamo, e che non tutti vorrebbero vedere morti e sepolti.

Giuseppe Scattolini

 


Tolkieniani Italiani – Società Tolkieniana Italiana – Associazione “I Cavalieri del Mark”

Presentano

Trascrizione di Dante “Farmer Maggot” Valletta

dell’intervista orale realizzata da Giuseppe Scattolini

al Professor Maurizio Migliori

Università di Macerata Facoltà di Lettere e Filosofia – Gennaio 2019

 

Anzitutto grazie, professore, per aver concesso questa intervista ai Tolkieniani Italiani, alla Società Tolkieniana Italiana e ai Cavalieri del Mark. La prima domanda che le faccio è questa: lei è un appassionatissimo studioso di Platone; come si coniuga una vita di studi di altissimo livello su uno dei filosofi più grandi dell’Occidente con una passione come la sua? Perché vede, nei Tolkieniani è presente questa spaccatura fra appassionati che fanno fatica a studiare e ad appassionarsi, appunto, agli studi, e studiosi che invece perdono quella sana e genuina gioia della scoperta. Io nella mia esperienza di suo studente ho visto in lei una gioia costante unita ad una profondità unica di lettura; come si fa a tenere insieme questi due livelli, questi due binari che nel mondo Tolkieniano pare corrano parallelamente senza incrociarsi mai e che nonostante ciò sono tanto importanti sia in sé che l’uno per l’altro?

Sai, qui io credo che ci sia un dato della cultura dell’Occidente che ha radici molto lontane, come tu sai, e cioè la spaccatura tra Scienza e Mito, tra Filosofia, tra pensiero razionale e Mito, e cioè il fatto che un problema può essere affrontato razionalmente, come siamo normalmente abituati a fare, e può essere però affrontato anche con racconti; il Mito, il Grande Mito. Voglio dire, non credo di dover dimostrare che, non so, il nostro Leopardi, visto che siamo qui a Macerata, il nostro Leopardi nell’Infinito fa un discorso di una grandissima profondità teorica, su cui si può meditare e riflettere. Certo, il Mito va affrontato in un certo modo, non è la razionalità del ragionamento, delle matematiche, della Filosofia, e via dicendo, e tuttavia non è irrazionale, perché affronta un problema e cerca di inquadrarlo, cerca di presentarlo nella forma migliore. E allora, la separazione invece da noi… Be’, noi originariamente eravamo per il Mito, anche la nostra società è basata su grandi Miti, fin dall’antichità, il mondo Greco era basato su Omero, e poi su Esiodo, il mondo Ebraico, che poi sono confluiti, era basato sui grandi Miti della Bibbia, e via dicendo. Cristo stesso, ogni volta che deve spiegare una cosa, racconta una Parabola, non è che fa altro. Però questa separazione funziona, e allora non possiamo dire che il Mito non c’è nella nostra cultura, però certamente è estremamente secondario. La Scienza è sempre più, tra virgolette, “arida”, senza anima; non vi è nessun dubbio credo, da parte nostra, che quando il Racconto affronta un problema c’è una bellezza, se il mito è un Grande Mito, come solitamente è, che non è paragonabile alla bellezza del ragionamento. Il ragionamento è bello: un’equazione può essere bella, una partita a scacchi può essere bella, e tuttavia la bellezza del racconto è un tipo di bellezza diversa. La realtà non è mai semplice, ci sono bellezze e bellezze; la bellezza di un ragionamento nella sua perfezione, nella sua concatenazione; di una equazione quando un matematico, io non sono un matematico, dice “guarda che bella equazione!”, io capisco quello che lui prova, anche se io non provo assolutamente niente davanti a quella equazione; ma ricordo quando giocavo benino a scacchi che c’erano certi momenti in cui ci fermavamo dicendo: “Guarda che situazione bellissima!”. Ed è una bellezza reale, non è inventata, chi ha gli occhi giusti la vede, no? Quindi ci sono questi elementi, noi ci siamo un po’ inariditi, e di conseguenza il Mito stesso si impoverisce. La grande poesia di Leopardi richiede capacità razionali in modo da cogliere quella ricchezza, se no non la vedi, se no il Mito rimane senza luce, non riesce a fare quell’operazione di scaldarci il cuore, se possiamo andare sul poetico, che invece è proprio tipico del Mito. Allora, da questo punto di vista Platone, come tu sai benissimo, modula continuamente queste due cose. Non solo perché mette sempre in scena, come dire, un episodio, una “fiction”, a volte anche molto drammatica, compresa la morte di Socrate, una pagina immortale della nostra letteratura, una delle pagine senza le quali l’occidente non è occidente; la morte di Cristo e la morte di Socrate sono le due grandi morti che segnano tutta la nostra civiltà. Quindi Platone ha questa ricchezza, noi ci avviciniamo alla verità ragionando e ci avviciniamo alla verità mitologizzando. Bisogna usare entrambi gli strumenti. Tanto più il discorso poi è astratto… i valori.. e tanto più il Mito serve. E questo in Tolkien si vede benissimo. Il racconto di Tolkien è pieno, di valori. Io, a differenza di voi, non ho dedicato tutto il tempo che sicuramente voi avete dedicato e continuate a dedicare [a Tolkien], ma pensa a come è forte in Tolkien, secondo me, poi se sbaglio correggimi pure, il senso del limite, che è un grande concetto in Platone; che è il fatto che possiamo essere umani, o comunque di altre “razze”, ma sempre limitati, con certi condizionamenti. Quindi, come dire, i Nani hanno i loro, gli Elfi hanno i loro, gli Umani hanno i loro; e tuttavia l’intreccio tra questi dà luogo a una Compagnia che alla fine raggiunge una cosa che, obiettivamente, a metà del racconto sembra proprio che non ce la faranno. Quindi vedi che, come dire, il collegamento non è poi difficilissimo. Però bisogna avere un’apertura alla ricchezza di esperienze che la nostra vita e la cultura in cui viviamo ci mette a disposizione. Certo che se uno pensa solo a far matematica, e uno pensa solo a divertirsi nel Mito, fa male il Mito, e quello fa una matematica che, io spero che lo renda felice, ma ho qualche dubbio, insomma.

Lei professor Migliori è uno dei lettori di Tolkien della prima ora, domanda da collezionista: ricorda per caso se fosse la primissima edizione Rusconi quella che lei ha letto de Il Signore degli Anelli, quella con la copertina bianca e nera del 1970? Volevo anche chiederle: in merito alla sua lettura di Tolkien di anni fa, quali furono le sue impressioni sul testo in relazione a quegli anni caldi della politica italiana in cui lei fu impegnato in prima persona? Rispetto a ciò che ha vissuto e visto con i suoi occhi, come era recepito Tolkien negli anni ‘70 del secolo scorso?

Allora qui c’è proprio, sai, una delle storielline carine che posso raccontarti. Ovviamente non mi ricordo se fosse l’edizione del ‘70, io ce l’ho ancora, se fossimo a casa mia andrei a controllare, ma direi di no, non credo fosse quella; credo di averla comprata diciamo nel 1980, quindi dubito che sia quella. Era il “volumone” della Rusconi, anzi adesso dovrei comprarne un altro perché è veramente un po’ consunto, perché l’ho letto io, l’ha letto mia moglie, l’hanno letto i miei figli, quindi a forza di rileggerlo, un libro grosso in quel modo, ha i segni dell’amore con cui è stato accompagnato. No, il punto che a me interessa raccontarti è che, sai, anche quando ho insegnato, io ho insegnato per vent’anni alle superiori, ma tu mi conosci, io sono una macchinetta, continuo a inventar cose, e anche in quegli anni, che erano poi anni molto particolari, gli anni 70-80 sono stati anni di barricate, di continue invenzioni di cose, sperimentazioni, e via dicendo; e quindi la sezione F del mio Istituto, che era la mia sezione, del mio Istituto; e tutta Como sapeva che voleva dire questo, organizzavamo continuamente cose. E una delle cose che abbiamo organizzato, con un giovanissimo mio amico, che sarebbe poi diventato Professore Universitario proprio nel settore della Comunicazione, Fausto Colombo, che insegna in [Università] Cattolica; e gli ho detto: “Vieni a fare una serie di incontri” e via dicendo, anche perché Fausto era, ed è, un tipo brillantissimo, molto vivace, quindi figurati, in un Istituto Magistrale… e lui ha fatto una serie di lezioni bellissime, molto utili alle ragazze, ma anche utili a me, e durante una di queste lezioni, me lo ricordo benissimo, ha citato Tolkien, e si è rivolto alle ragazze dicendo: “Ma l’avete letto, no? Non l’avete letto? Ma che cosa avete fatto!? È un libro bellissimo! Che va letto!” Nota che non aveva ragioni ideologiche eh, non è certamente un uomo di destra, anche se gli anni erano quelli, e Tolkien aveva quella forte caratterizzazione ideologica, ma Fausto, come il sottoscritto, non si lascia condizionare dal timbro che ci mette sopra altra gente, eventualmente vado a leggere, e vedo se il timbro è meritato o no. E io sono rimasto folgorato da questa affermazione di una persona che io stimavo tanto. Ha detto: “È un libro bellissimo! Che dovete leggere assolutamente!” Lui si rivolgeva alle ragazze, ma io poi ci metto per me, quindi quanto prima mi sono comprato i libri, e pensa che sono partito da Lo Hobbit, neanche dal “grande” Tolkien; e comunque anche, per chi non ha letto il Signore degli Anelli, già Lo Hobbit è un bel libro, obiettivamente, cioè se uno parte prima dal Signore degli Anelli, secondo me, non lo so, si può discutere, potrebbe avere qualche piccola delusione. Quindi, letto Lo Hobbit, poi subito dopo mi sono letto Il Signore Degli Anelli, senza lasciarmi certo condizionare da quello che in quegli anni si faceva, i campi Hobbit e via dicendo. Anche perché sinceramente io, lui poi era cattolico, sicuramente un moderato, elementi di cultura di destra non ne ho visti proprio. Ma credo che non fosse questo che gli interessasse, anzi, ci scommetto proprio; voi lo sapete meglio di me, che conoscete Tolkien per tanti aspetti della sua vita, delle sue scelte. A me non mi sembra che sia un libro, come dire, ideologicamente impegnato. Un libro valorialmente impegnato, culturalmente impegnato, quello sì. Ma i valori non sono proprietà di qualcheduno, che se le mette in tasca e dice sono miei.

Grazie alla biografia di Tolkien e agli studi in merito, sappiamo quanto lui, ricordato oggi dai Tolkieniani come “il Professore”, tenesse ai suoi studenti. Era un vero e proprio Maestro per loro, e forse se avesse dedicato loro meno tempo, avrebbe scritto di più e avrebbe fatto più studi. Tuttavia non possiamo nemmeno dire che il tempo passato con gli studenti sia tempo perso: lei che nella vita ha avuto un grande Maestro, oltre che suo professore, come Giovanni Reale, cosa può dirci riguardo al rapporto che si instaura in ambito accademico tra un Professore e il suo studente, il Maestro e l’allievo, quanto è importante il tempo che si dedica a questa che potremmo definire istruzione orale, le cui uniche tracce scritte sono quelle lasciate nell’anima? Questo tra l’altro è certamente un lato dell’insegnamento che Platone stesso valorizzava tantissimo; cosa può dirci in merito rispetto, dunque, tanto ai suoi studi quanto alla sua esperienza diretta, tanto di studente e allievo che di professore e Maestro, studioso tra l’altro di un grande come Platone?

Qui il riferimento a Platone è interessante, perché Platone, come tu hai ricordato, ritiene che il vero insegnamento è quello che si fa guardandosi negli occhi, parlandosi, ricercando insieme, e via dicendo. E tuttavia Platone Per i suoi tempi ha scritto un sacco di roba; cioè rispetto al momento storico in cui lui ha scritto, lui ha scritto un’enciclopedia, perché i testi erano tutti brevi, anche per ragioni economiche; e lui ha scritto veramente tantissimo, basta prendere ad esempio, dato che ce li abbiamo, I Dialoghi; o un libro di dieci libri come La Repubblica, o uno in dodici come Le Leggi, e poi un sacco di Dialoghi anche molto lunghi, e poi un sacco di Dialoghi brevi; allora: perché? Per il motivo per cui ha scritto Tolkien, secondo me. Perché lì il problema non è del tempo, il problema è dello sguardo, il Maestro è colui che guarda e che fa le cose sempre pensando ai suoi allievi. Non pensa al suo successo… ma oddio poi sai, ci sono le debolezze umane, però come dire l’asse, il binario su cui è situato è: “Questa cosa allora è utile, questa cosa magari li fa pensare, li fa scoprire, li fa sentire” questa cosa, più del tempo, è importante, perché tu ti poni in un’ottica di servizio, un’ottica in cui quello che conta è, sì, certo, anche il tempo, perché se non c’è tempo questa operazione… cioè non so quanto tempo ci ha messo a scrivere tutti quei libri il buon Tolkien, ma certo ci ha dedicato tanta fatica, tanto tempo, per gli altri; e devo dire è anche riuscito. Allora, in questo senso, io credo che tutte le letture ideologiche sono proprio sbagliate, perché si mettono su un asse completamente diverso. Io lavoro per te, allora andiamo a vedere che cosa, che tipo di lavoro mi proponi, qual è la speranza che uno scrittore, un Maestro, ha nei riguardi dell’effetto che determina nel lettore o nello studente: se uno vuol convincere di una sua tesi, politica, ideologica, il lettore, non può dire che sta lavorando per lui. Sta lavorando per quella idea, cosa legittima magari, non discuto, ma non sta lavorando per il ragazzo, per il giovane, per il lettore. Lavorare per il lettore vuol dire: “Qualunque sia la cosa che tu pensi, o che tu penserai (a meno che tu non sia proprio… come dire, l’incarnazione del male, adesso non voglio citare le cose precise ma, proprio spregevole e indegno del rispetto, proprio: il male), a me va bene quello che tu pensi. Poi magari se non siamo d’accordo litighiamo, certe volte il litigio fa anche bene alla circolazione sanguigna, no? A me interessa che tu abbia la percezione di certe cose. Dicevo prima del senso del limite: che lo veda, nel racconto, nella debolezza, anche dell’eroe più fulgido, no? Chi è l’eroe, in quel racconto? Tu che sei un Tolkieniano di ferro, vedi che è una domanda da far tremare le vene ai polsi! Perché alla fine nessuno è l’eroe, e un po’ tutti sono eroi alla misura umana. Ognuno, alla sua misura, riesce a realizzare qualcosa. Allora, tu pensa appunto al dibattito su cui io ho sorvolato, ma che quando ero negli anni ottanta era invece sugli scudi: allora, da una parte la sinistra che temeva l’irrazionalismo, questa era la paura: “Eh no, bisogna affrontare le tematiche secondo una logica in cui la situazione economica, la situazione politica, la lotta di classe…” cioè una serie di cose, non ho niente da dire su questa faccenda, ma perché ogni posizione che non sia ancorata a questo modo di ragionare, e che sia evocativa, che sia poetica, deve essere subito abbandonata perché irrazionalista? Chi l’ha detto? La poesia deve essere razionale? No, Dio ci liberi! No? Deve essere profonda, intelligente, evocativa. Deve suscitare grandi sentimenti; non so se possiamo dire se Shakespeare è razionale, non capisco che c’entri. Invece l’altra parte, la destra, andava verso la mistica, quindi prendeva dei valori, quelli sì, temo, irrazionali, e li faceva diventare il testo; e a me non sembra che il testo dia questo. Come al solito, come dicevo fin dall’inizio, c’è questa separazione, che non ha molta ragione d’essere, non ha molta ragione di essere applicata a un’opera così bella come il Signore degli Anelli, rovinando poi tutto, alla fine.

Per ultimo vorrei farle una domanda sul “multifocal approach” che lei in primis e l’intero settore di antichistica degli studi storici in Filosofia dell’Università di Macerata state portando avanti e proponendo al mondo accademico nazionale ed internazionale. Tolkien si studia e si capisce solo mettendo insieme un gruppo di persone molto preparate in ambiti diversi, dalla traduzione alla filologia, dalla linguistica alla filosofia, fino agli studi storici, biografici e teologici. Secondo lei, il metodo del multifocal approach può essere utile anche negli studi Tolkieniani? Può spiegarci in poche parole e nei limiti del possibile in che cosa esso consiste? Ed infine, proporre un nuovo paradigma alla comunità scientifica è certamente cosa ardua; cosa consiglia ai Tolkieniani che desiderano vedere Tolkien studiato all’Università? Lei appoggerebbe ad esempio una domanda di Dottorato in cui Tolkien sia compreso?

Perché no? Io ho discusso una Tesi, mi ricordo, sull’uso in guerra, guerra contemporanea, cioè di oggi, delle forze corazzate rispetto alle altre forze. Siccome nessuno se la sentiva di fare il correlatore, io che mi sono occupato, siccome sono pazzo, anche di queste cose, ho fatto un dibattito interessantissimo, c’erano tutti i colleghi con gli occhi fuori dalle orbite; quindi, affrontato con la dovuta… ecco, però mi raccomando eh? Poi entriamo nel merito della tua domanda, senza paludare troppo il nostro Tolkien. Un ragazzo di liceo, quindi un po’ cresciutello, che si legge Tolkien e ne rimane incantato, a me va benissimo. Poi c’è una lettura che può fare un “intellettuale” messo tra virgolette, penso, come termine, serio. Poi c’è una lettura che può fare uno studioso di Tolkien, ad un altro livello. Vedi: il multifocal già comincia a vedersi. Bisogna dire che la lettura del ragazzo non è vera? Che l’esperienza che ha fatto, che magari gli ha fatto scoprire una serie di valori, non è importante? Gandalf! Quanto fa scoprire Gandalf? Secondo me è un personaggio meraviglioso. Io purtroppo non ho mai potuto approfondire tematicamente, uno deve decidere che vita fare, e quindi dedicandomi a Platone, dedicandomi a tante altre cose, ho fatto l’esperienza del lettore di Tolkien, ma non approfondita come certamente meritava. Ma appunto allora che cos’è il multifocal approach? Multifocal approach vuol dire che noi dobbiamo prendere atto che anche la realtà più semplice come questa penna che tengo in mano, in realtà è estremamente complessa. È complessa in sé stessa: è fatta di tanti pezzi, ha una funzione. Questa penna qua viaggia nel tempo: la porto nell’antico Egitto, gliela regalo. E questi possono valutare: che bel colore, che bella situazione, fa anche un rumore; tic e tac, guarda che carino! Punto. Perché non c’è la carta, e non credo che sulla pelle di montone o sul papiro questa punta rotolante produca grande effetto, dubito. Capisci cosa voglio dire? Cioè anche una cosa ridicola come una penna, dentro ha un sistema di relazioni complicatissimo, quindi può essere vista come oggetto estetico, come una di quelle penne d’oro, con l’inchiostro, che si regalano magari il giorno che si va in pensione, no magari alla laurea di uno in Legge, che magari vuol fare il notaio; ecco, capisci? Può avere un valore estetico, può avere un valore di ricordo: la penna d’oro di mio padre è lì nel mio cassetto, e lì sta. Certo non la uso, perché chi usa più le penne di quel tempo? Però è lì, perché ha un valore di un certo tipo. E poi vi è un valore di uso… cioè, è chiaro? Le cose hanno questa complessità interna ed esterna, e solo approcciandole dai vari punti di vista noi possiamo dire di avvicinarci all’oggetto, perché tanto l’oggetto nella sua perfezione non lo avremmo mai, perché tutto ha tante facce, e noi vediamo sempre una faccia e non le altre. Può essere utile affrontare Tolkien in questo modo? Ma io mi chiedo com’è possibile non affrontarlo in questo modo!? La Compagnia dell’Anello: più multifocale di quello! Non so se ci sono studi del genere, ma se tu avessi qualcuno che vuol fare uno studio io gli direi: le varie anime della Compagnia dell’Anello! Perché certamente come la vive Aragorn, e come la vive Gandalf, e come la vive Frodo, e come la vive il nano, eccetera, non è la stessa cosa, perché ognuno di loro rappresenta una cultura diversa, ha delle aspettative diverse e delle aspettative comuni; il gioco è sempre simile e dissimile, identico e diverso, E allora sarebbe interessante vedere in che misura Tolkien stesso è riuscito a darci questa calibrazione. Essendo un artista magari c’è riuscito, non lo so, io non ho, non ho mai fatto… Uno dei miei sogni era andare in pensione, cosa che ufficialmente è successo tre anni fa, ma tu sai che continuo a lavorare come prima, quindi…  Se alla fine mi fermerò e verrò a Macerata una volta ogni tanto, be’, Il Signore degli Anelli è sicuramente uno dei libri che devo rileggere, è nell’elenco di quelli che (spero di campare molto a lungo per poterli rileggere) spero proprio di poterlo rileggere insieme a tanti altri libri che vorrei rileggere, e magari farò attenzione a questa cosa, ma voi che siete così tanto impegnati nell’approfondire, non so se qualcuno ci ha pensato a una cosa del genere, ma mi sembra non priva di interesse, perché in fin dei conti il viaggio è unico, il problema è unico, perché il problema è il Male che arriva e che quindi va affrontato con il massimo di unità possibile, con tutte le tensioni e le rotture che continuamente avvengono, le cadute, i tradimenti… Tradimenti è un po’ “pesante” però ci si arriva certe volte proprio vicino vicino, no? E però uno è Nano, quell’altro è Elfo, e non si trovano simpatici d’emblée, no, immediatamente; quell’altro è Umano, e quindi come dire c’è quello di una città, quello di un’altra città, e quindi se tu questo gioco polivalente, che sarebbe bello ricostruire e vedere in che misura ha peso nella vicenda, considerando che poi è questo che spiega l’imprevedibilità, fino al tradimento da parte di quello che avrebbe dovuto essere il capo dei Maghi, degli Stregoni, non so qual è il termine più giusto, e che invece a un certo punto subisce anche lui il fascino del male, perché appunto siamo sempre in relazione, bene e male ci sono tutti e due, ed ogni volta noi siamo lì che tiriamo. E quello che fino a quel punto sembrava l’elemento forte di cui Gandalf si fidava, è quello che rischia di aiutare, di determinare la vittoria del peggior nemico, che poi uno ci pensa un attimo e dice: “evidentemente ha perso il lume della ragione”, perché col Male non si può fare un patto, perché se il male è male, non rispetterà il patto; o lo rispetterà solo fino a quando, se, come, gli pare a lui. Perché non gli puoi dire: “ma tu adesso mi stai tradendo”, il male ti guarda e ti dice: “Tradendo? Non capisco la parola, non è nel mio vocabolario”. Sarebbe interessante secondo me questo approccio, vedere in che misura Tolkien stesso ha giocato sui vari tavoli. Ci vuole uno studioso che gli dedichi il tuo tempo. Può essere una bella tesi di laurea, sicuramente.

Grazie Professore, grazie mille.

Va bene, spero, non so se ti sembra interessante è quello che abbiamo detto…

Interessantissimo, veramente. Una delle più belle interviste che abbiamo mai fatto.

Allora… no, no, a me basta che… perché la cosa a cui io tengo sempre è che uno non esca dicendo: “Ma tu guarda quanto tempo perso” allora non ne è valsa la pena, allora è un peccato. Se invece sei contento, basta, siamo contenti tutti.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Giulia Nasini

Con l’approssimarsi del Tolkien Reading Day andiamo a conoscere Giulia Nasini, un’artista che sarà ospite dell’appuntamento indetto dai Cavalieri del Mark per sabato 23 marzo. Il contesto è quello della settimana dedicata alle letture tolkieniane, con i due giorni di anticipo sulla data canonica calibrati per sfruttare il weekend. Lo stesso presidente Giuseppe Scattolini è autore dell’intervista, da buon mecenate quale si sta rivelando!


Carissima Giulia, è per me un piacere intervistarti, essendo un’amica che ho conosciuto di persona nonché una conterranea marchigiana. Vorrei partire chiedendoti questo: la nostra regione ha tanti limiti e tante bellezze, ciò che ti propone è una sfida che accetti con piacere? Cosa significa essere un’artista emergente nelle Marche?

Giuseppe, innanzitutto grazie mille per questa possibilità: per me è un grande piacere poter parlare del mio percorso e condividere questa esperienza relativamente nuova. Per rispondere alla tua prima domanda, devo dire che da tempo non vedo più le Marche come una regione con limiti, ma semplicemente come il luogo in cui ho vissuto la mia infanzia e i miei affetti. Non nascondo che io abbia spesso rimuginato sulle difficoltà di svolgere un lavoro come quello che ho scelto in una città dove le possibilità per un’artista non sono molte – e ho sognato di spostarmi lontano anche con una certa convinzione – ma negli ultimi mesi ho iniziato ad apprezzare di più ciò che ho intorno, o forse ho iniziato a vedere davvero dove mi trovo. Non sento più il bisogno di fuggire, ora che sto diventando più consapevole di quello che sono e che voglio essere. È anche vero che i mezzi che abbiamo oggi mi permettono di avere contatti con chiunque nel mondo, in qualsiasi momento, e di conseguenza lavorare come voglio e con chi voglio. La sfida per me è stata accettare ciò che realmente volevo dalla mia vita, e così facendo mi si sono aperti gli occhi e finalmente ho potuto vedere la bellezza della mia regione senza pensare ai limiti e alle possibilità lavorative che avrei potuto avere in altre città.

Sulla tua pagina facebook ufficiale (https://www.facebook.com/giulianasinillustration/) dichiari che hai iniziato da bambina a disegnare e ad innamorarti della creatività. Quanti anni avevi e cosa realizzavi? La tua passione tolkieniana è nata allora o più tardi? Esiste un legame o una certa continuità per te tra la passione artistica e creativa e quella per Tolkien e i suoi testi?

Ricordo distintamente gli anni delle scuole elementari, quando passavo la maggior parte delle mie giornate a disegnare per me stessa o i miei compagni. Tra le altre cose, mi piaceva creare le mie bambole personali disegnandole sulla carta, e ho continuato a inventarne di nuove anche quando ormai non ero più una bambina: col passare degli anni quelle bambole sono diventate i miei personaggi preferiti dei libri che amavo. In realtà a volte lo faccio ancora adesso, solo che ora lo chiamo “character design”! Per quanto riguarda Tolkien e i suoi scritti, certamente sono legati alla mia creatività di ragazzina. Una delle mie bambole preferite era infatti la rappresentazione di Goldberry, la bellissima e bionda moglie di Tom Bombadil. Inoltre, durante gli anni delle scuole medie, scoprii la trilogia di Peter Jackson grazie a un’amica e compagna di classe, e vedendo gli artisti Alan Lee e John Howe lavorare insieme alla pellicola decisi definitivamente quale lavoro avrei fatto “da grande”.

Fino al settembre 2018 non hai mai intrapreso il tentativo di fare della tua passione la tua vita, un mestiere. Che cosa ti ha spinto a farlo? Pensi che tutti dovremmo inseguire le nostre passioni e tentare di realizzarle? E cosa diresti tu ai tanti che oggi hanno perso la fiducia nel fatto che i propri sogni possano realizzarsi?

Questa domanda è difficile… Per me è stato un viaggio un po’ travagliato, e la scelta di buttarmi in questa esperienza è stata ponderata. Non ero convinta di quello che stavo facendo in tutto e per tutto, e ho avuto bisogno di qualche spintarella e di tempo. Nonostante io sia sempre stata sicura di ciò che volevo per me stessa, non ho mai realmente pensato di meritarne la possibilità. Era solo questione di tempo prima di decidermi definitivamente a darmi una chance, e lo sapevo da anni, ma ancora adesso a volte mi sento fragile come durante lo scorso settembre. La mia è una passione durata tutta la vita, che non è legata al disegno di per sé, ma al mondo del fantastico e l’evasione da una realtà in cui sono sempre stata stretta. Non avrei potuto tenerla “a bada” ancora per molto! Penso che ognuno debba ascoltarsi e muoversi nella direzione giusta per sé stesso, ma con cautela e ragionevolezza. Credo che ci sia un percorso da seguire e non mi pento di aver aspettato tanto prima di espormi, perché ogni tappa mi ha portato a questo momento.  osa direi a chi ha perso la fiducia? Anche io l’ho persa, tante volte e per lunghi giorni. Se devo essere sincera la perdo ancora adesso, e tra le cose che mi spingono a provare e a migliorare è proprio sentire di non essere sola ad avere paura di fallire. Probabilmente l’importante è stringere i denti, avere fiducia e lavorare ogni giorno. Io nel mio percorso ci credo veramente, nonostante tutti i giorni difficili.

In particolare, dichiari che l’arte dell’illustrazione è il tuo vero sentiero, la via che ti senti di dover seguire nella vita. Che cosa vuoi comunicare attraverso il tuo lavoro, quali sono gli intenti e le finalità che stanno dietro le tue capacità ma soprattutto i tuoi desideri creativi?

L’illustrazione è il mio vero percorso perché io amo leggere. È la mia attività preferita fin da bambina e i libri illustrati sono stati ciò che mi ha più segnato caratterialmente quando ero piccola. In particolare le illustrazioni in bianco e nero delle favole dei fratelli Grimm, Perrault e Andersen, di cui ancora a distanza di anni ho ricordi vivissimi. Non ho intenti particolarmente alti, in realtà: mi piacciono le favole e le storie di creature fantastiche perché mi portano in mondi dove sono libera dai pensieri e le gabbie delle mie stesse ansie e paure. Mi piacciono le forme volatili, leggerissime e delicate. Vorrei portare un po’ di questa leggerezza nella mia “vita umana” e condividerla con gli altri e, per ora, riesco a esprimere questa mia necessità solo disegnando.

Noi ci siamo conosciuti tramite la comune passione tolkieniana: qual è il tuo rapporto con Tolkien, e come le sue opere ti sono di ispirazione? I testi tolkieniani che cosa ti suggeriscono? Ti hanno mai aiutato nella vita a superare ostacoli, momenti difficili, od in cui magari la tua vena creativa si stava affievolendo? Come può, in sostanza, il Professore essere uno stimolo e un sostegno per un artista oggi?

La prima volta che ho letto un testo di Tolkien – “La Compagnia dell’Anello” – non ero pronta, ero in terza media e avevo appena finito la maratona della trilogia di Peter Jackson. È stata una lettura lunga e a tratti difficile, e quello che mi aveva realmente ispirato era stata la descrizione di alcuni paesaggi. Ricordo che comprai insieme a mia sorella tutta la trilogia, una mappa gigantesca della Terra di Mezzo e Il Silmarillion. Inaspettatamente, la cosa che più mi colpì ai tempi fu l’incipit proprio del Silmarillion, che raccontava di Ilúvatar, la nascita degli Ainur e della loro Grande Musica. Quel sentimento mistico, ma così limpido e trasparente come una melodia, era esattamente ciò che cercavo, ed è quello che mi ha più ispirato di tutte le opere del Professore (e continua ancora adesso a ispirarmi!). Di nuovo ecco la mia necessità di semplicità e leggerezza.

Un’ultima domanda: come ti confronti con gli artisti tolkieniani contemporanei e cosa nei pensi dei loro vari stili? Secondo te la tecnica dell’arte digitale va bene per rappresentare Tolkien al meglio o bisogna invece tornare ai vecchi ma consolidati e classici metodi? Tra l’altro, essendo tu anche un’artigiana del legno, come si potrebbe realizzare un’opera tolkieniana lignea, proponendo questa novità un po’ a tutta l’arte tolkieniana in generale?

Sono di parte: per me Tolkien è strettamente collegato ad artisti come Alan Lee e John Howe, perché sono loro che mi hanno aperto gli occhi tanti anni fa. Le loro matite sono incredibili e devo ammettere che per me nessun dipinto digitale potrà mai avere lo stesso fascino di un semplice schizzo o delle tavole ad acquerello di Alan Lee. Non conosco tutti gli artisti contemporanei che illustrano le opere tolkeniane, ma spesso mi sono imbattuta in lavori digitali a tema Silmarillion o Il Signore degli Anelli e ho apprezzato molto anche quelli, nonostante le mie preferenze personali. Probabilmente ho una visione un po’ tradizionalista e arretrata, dato che io stessa preferisco evitare di lavorare in digitale, ma ognuno ha la propria personalità e i mezzi con cui ci esprimiamo e che apprezziamo di più sono soggettivi e personali. Infine, la prima cosa che vedo nella mente quando penso alle storie di Tolkien trasportate su legno è un enorme porta intagliata e decorata a pirografo. Una porta che potrebbe trovarsi a Gran Burrone, altissima e intricata. È piuttosto improbabile che io possa lavorare a un progetto del genere (almeno per adesso!), perciò mi accontento di sognare di creare una piccola serie di quadretti in legno di ciliegio con illustrazioni di paesaggi tolkieniani incisi a laser su tavoletta. Prima di decidere di intraprendere una strada tutta mia ho lavorato quasi un anno in un’azienda che si occupa di incisioni laser, e ho ancora questa idea in mente. Chissà, magari avrò l’occasione di poterla realizzare presto!

Spero di aver risposto abbastanza esaustivamente, ma soprattutto spero di non essermi dilungata troppo. Ringrazio di cuore a Giuseppe per questa enorme possibilità, per la sua gentilezza e il suo supporto. Per me è stato un vero piacere e ancora non so come esprimere la gratitudine e la sorpresa nel constatare quanto qualcuno possa apprezzare il mio modesto lavoro!

Tolkieniani Italiani – Intervista a Mila Fois

Miti e cultura nordeuropea oggi come oggi hanno una presa molto intensa sull’immaginario quotidiano di un gran numero di persone. Per accostarli nella loro originaria genuinità occorre però sobbarcarsi un paziente e meticoloso studio delle fonti, oppure il rivolgersi a una persona esperta e fidata che a sua volta abbia alle spalle un retaggio di pari caratteristiche. Una di queste persone è senza dubbio Mila Fois, che vi invitiamo a conoscere (e in seguito a consultare, almeno mediante le sue numerose pubblicazioni) scorrendo le risposte all’intervista che Giuseppe Scattolini ha ottenuto di trascrivere e offrirci per la pubblicazione.

Preparatevi a un primo tuffo nell’affascinante mondo delle mitologie antiche…


Mila Fois, sei una lettrice ed un’appassionata di mitologia e di Tolkien: sono due passioni diverse o sono la stessa? Tolkien corre sui medesimi binari della mitologia cui si ispira o le sue opere funzionano diversamente?

Credo che ogni appassionato di Tolkien in fondo sia anche un amante della mitologia, così come che uno dei tratti più affascinanti e caratteristici delle opere del Professore sia il fatto che vi si possano trovare numerosi echi di miti e leggende che fanno parte del nostro passato. Sono due binari che spesso e volentieri si incontrano, arricchendosi vicendevolmente. Come sappiamo, Tolkien studiò con impegno e passione le grandi saghe del passato e queste gli furono d’ispirazione per il suo grande lavoro di creazione della Terra di Mezzo. Il Professore aveva un nobile scopo, ovvero quello di restituire all’Inghilterra l’apparato mitologico che questa aveva perduto con l’invasione normanna, oltre che in seguito a una troppo rapida industrializzazione che portò a una corsa verso le grandi città, lasciando indietro tutto ciò che apparteneva alla tradizione. Il suo è stato un attingere a piene mani dalla sorgente del mito per poi restituirlo completamente rinnovato: un lavoro davvero degno di ammirazione.

Negli anni hai scritto tantissimi libri sulle mitologie di tutto il mondo: qual è l’intento che ti ha ispirata negli anni e qual è stata l’idea, o il motivo, che ti ha spinta a partire?

Quando ho iniziato a interessarmi di mitologia, la più nota era quella classica, studiata anche nelle scuole, mentre delle altre si sapeva davvero poco. Vi era un grande divario tra i libri disponibili per chi volesse iniziare a conoscere miti come quelli celtici, norreni, indiani o mesopotamici: erano infatti reperibili solo tomi pensati per accademici o volumetti per bambini. Avrei voluto trovare una via di mezzo e, dal momento che ne sentivo il bisogno, ho pensato di crearla io. La collana Meet Myths nasce dunque per aiutare chiunque, anche coloro che non hanno tanto tempo a disposizione, a conoscere le splendide leggende che animavano il mondo degli antichi. Mi spingono tuttora a continuare questo percorso l’amore e la curiosità verso i miti del passato, assieme al desiderio di renderli accessibili a tutti.

Negli studi tolkieniani siamo soliti collegare Tolkien ai miti nordici, soprattutto a quelli di area balcanica, celtica, islandese… non sono certo però che tutti abbiano bene in mente la grandissima diversità che c’è tra le varie concezioni mitologiche interne al mondo nordico: puoi spiegarci qualcosa in merito alle varie differenze intercorrenti tra le mitologie nordiche?

Nonostante ormai, grazie anche al mondo del fumetto, del cinema e della musica, le mitologie nordiche siano entrate nell’immaginario comune, permane talvolta un po’ di confusione. I miti celtici, per esempio, sono spesso confusi con quelli scandinavi, e tutto ciò che viene dal nord viene etichettato come mitologia nordica senza fare distinzioni. Mentre la tradizione norrena vedeva come proprie figure di riferimento divinità come Odino, Thor, Frey o Freyja, quella celtica ha toni e atmosfere molto diversi, e in particolare in Irlanda si contano numerose ondate di popoli invasori, uno dei quali è quello dei Tuatha Dé Danann, guidato da figure quali Nuada, Lugh, Ogma o il Dagda. Ancor più a nord troviamo la mitologia finnica, anch’essa, come le precedenti, molto amata da Tolkien. In questo caso la terra è pervasa da spiriti e incontriamo sciamani in grado di entrare in comunicazione con loro. Questi sono solo tre esempi, ma ciascun popolo ha una propria storia da raccontare ed è magnifico avere l’opportunità di ascoltare la loro voce anche dopo secoli, scoprendo le peculiarità di ognuno di essi e lasciandoci incantare dalle gesta di divinità ed eroi.

Rispetto a queste mitologie e alle differenze che hai ricordato, Tolkien secondo te si ispira di più a una in particolare o a tutte loro? Come hanno potuto queste mitologie dare forma alla Terra di Mezzo?

Tolkien amava molto i miti del nord, e ce lo ha dimostrato dedicando loro interessanti studi. Beowulf, La Leggenda di Sigurd e Gudrun, La Caduta di Artù e La Storia di Kullervo sono solo alcuni esempi del suo legame con la tradizione anglosassone, norrena, bretone e finlandese, ma questi cicli narrativi hanno influito molto anche in maniera meno evidente, permeando la trama stessa del mondo da lui creato, prendendo vita all’interno della Terra di Mezzo. Chi conosce le saghe norrene non faticherà a trovare molti elementi in comune con il mondo di Tolkien: tra elfi, nani, draghi e magici anelli, l’immaginario nordico sembra prendere vita, rinnovandosi e mostrando di avere ancora molto da raccontare. Alcuni personaggi tolkieniani sono ispirati a eroi della leggenda, come nel caso di Turin Turambar e Kullervo, lo sfortunato eroe del Kalevala. Lo stesso Gandalf (che porta un nome norreno) racchiude in sé sfumature che lo legano allo sciamano Väinämöinen, a Merlino e persino al dio norreno Odino. I punti di contatto sono numerosissimi, ma questo non va in alcun modo a inficiare l’originalità della creazione di Tolkien. Ciascun demiurgo interviene plasmando la materia, e così ha fatto il Maestro, prendendo miti e leggende che sentiva sempre più evanescenti, quasi stessero svanendo, offuscati dai fumi neri dell’industrializzazione o spazzati via dall’irruenza di nuovi dominatori, e rendendoli di nuovo vivi, capaci di farci meravigliare, riportandoci alle nostre radici con gli occhi lucidi e pieni di bellezza. Tra tutte, penso che la mitologia norrena sia quella che abbia avuto un ruolo preponderante (i nomi dei nani che accompagnano Bilbo, così come quelli di molti altri personaggi, vengono proprio dall’Edda Poetica) ma di certo non fu la sola a ispirare la penna del professore.

Le mitologie che Tolkien conosceva non erano solo quelle del nord Europa, ma anche della Grecia, ad esempio, o di altri paesi ancora più lontani dal suo, l’Inghilterra. Lui ci dice che il suo intento era quello di dare una mitologia all’Inghilterra, al suo paese, alla sua terra natale. Secondo te, nel farlo, hanno avuto per lui un peso anche i miti di altre terre, oltre quelle più prossime alla sua? Quali possono essere questi altri miti che hanno ispirato Tolkien, oltre quelli nordici e greci?

Oltre alle mitologie più vicine a Tolkien da un punto di vista geografico e culturale, ovvero quella norrena, assieme a quella celtica, greca e anglosassone, certamente il Professore ha tratto ispirazione anche dal Kalevala, l’epopea nazionale finlandese che raccoglie antichi canti tradizionali di matrice sciamanica. Non dobbiamo però dimenticare l’influenza che ebbero il cristianesimo e, perciò, anche tutte quelle culture che hanno fortemente lasciato la loro impronta nella Bibbia, come quella mesopotamica e persiana, nell’immaginario tolkieniano, specialmente quando si parla di creazione e dei primissimi abitanti della Terra di Mezzo.

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“La voce di Arda”, web radio su Tolkien

Tra appassionati tolkieniani ci piace da sempre socializzare, comunicare e scambiarci pareri sulle opere del nostro autore prediletto. Ogni lettura, spunto, contributo o l’uscita di nuove opere artistiche ispirate alla Terra di Mezzo diventa un “pretesto” per accrocchiare capannelli in cui dire, anche animatamente, la propria. Ma l’Italia è anche il paese della radio e il web ha offerto le risorse per una sorta di ritorno di fiamma di ciò che furono le radio libere degli anni Settanta del secolo scorso e sono in tanti che si sono cimentati con il broadcast mettendosi al microfono e attivando un servizio che permette di produrre vere e proprie trasmissioni radiofoniche via rete, con tanto di podcast dove archiviare le puntate. Potevano dunque mancare all’appello le web radio tolkieniane? Ovviamente no. Qui abbiamo l’occasione di presentarvi un interessante progetto tutto dedicato ai nostri temi principali: La voce di Arda.

In questo mondo caotico dove la bellezza viene sempre più sminuita spesso troviamo interessi che possono accomunarci, farci aggregare per creare una realtà solida, una realtà di amicizia: per alcuni di noi questo mezzo è stato Tolkien.

Due amici, Edoardo e Simone, si sono scoperti accomunati dalla stessa passione: la lettura e l’esplorazione del mondo di Tolkien fin nei minimi dettagli. Da questa passione sono nate due pagine Facebook, Le Migliori frasi del Silmarillion (che a oggi conta oltre 15.000 like) e Alte Navi, Alti re, sette Pietre e un Albero Bianco (il cui punto di forza è il dinamismo e la trattazione puntuale dei temi più in voga). “Ma ciò non bastava”, ci confidano, “la nostra passione era veramente forte e determinata; una piccola pagina Facebook non era di certo il nostro obiettivo finale. Passavano gli anni e tra un post e l’altro, tra un passo del libro e l’ennesima visione della trilogia, la nostra passione non scemava. Venne poi il giorno in cui fu annunciata la nuova trilogia de Lo Hobbit al cinema e, quindi, capimmo che Tolkien e il mondo tolkieniano in genere non era morto, anzi: c’erano (e ci sono) molte, moltissime realtà tolkieniane, l’interesse era attivo più che mai e le cose da dire erano ben lungi dall’essere finite”.

Come noi, dunque, così come molti di voi che state leggendo, Edoardo e Simone non si sono fermati alla pur gratificante fase della condivisione di emozioni e impressioni: ben presto anche loro sono stati “vittima” dell’impulso a costruire strumenti per allargare ed arricchire la loro comunità, come anche a interfacciarsi con i tantissimi che già affollavano l’ambiente – sia come singoli che come altre realtà aggregate. E come spesso accade quando la passione è pura, i risultati non sono tardati ad arrivare: “Volevamo cogliere l’occasione. Volevamo sperimentare qualcosa di nuovo, quasi per gioco, volevamo buttarci. Così nasce questa idea dopo aver conosciuto, quasi per caso, la piattaforma di spreaker.com, un sito di radio in streaming su internet, dove bastavano un PC ed un microfono per fare una puntata. Abbiamo quindi preso in considerazione l’idea e, armandoci di libro e tanta, tanta voglia, abbiamo cominciato a registrare, ed in poche puntate (solo una quindicina, a cadenza infrequente) abbiamo registrato con gioia molti ascolti, più di quanti ne avessimo mai sperati, con molta gente in chat che interagiva con molteplici domande e la cosa che ci ha soddisfatto di più sono stati i continui messaggi di persone sensibilmente interessate al progetto della web radio. Mai avremmo immaginato di fare un così gran successo , con un piccolo spazio nel web che parlava e trattava i temi di Tolkien nella semplicità più pura.

L’esperienza, però, ad un certo punto si è esaurita. Allo slancio iniziale, sull’onda dell’entusiasmo, non ha fatto seguito fin da subito una pianificazione che tenesse conto delle risorse a disposizione: “Purtroppo per vari motivi abbiamo interrotto la programmazione, anche se a volte qualcuno ci ha scritto per chiedere se mai avesse ripreso”.

Ma recentemente i tempi sono cambiati, per una volta in meglio! Coinvolti dai Tolkieniani Italiani, non certo da meno quanto a visione e a desiderio di crescere qualitativamente e quantitativamente, i due amici hanno ritrovato terreno fertile su cui ricominciare a coltivare la loro idea, con un occhio ben saldo sui temi da trattare (e le fonti da cui reperire le informazioni appropriate) e l’altro spalancato sulle miriadi di gruppi, associazioni e appassionati che, magari senza saperlo, non aspettano altro che una nuova risorsa di valore: “Perciò, di recente abbiamo deciso di ritornare, più carichi che mai, rinnovandoci ma restando sempre nel nostro tema. Il nostro obiettivo principale come web radio è quella di far conoscere Tolkien nelle sue parti più intime, interessanti e coinvolgenti, tramite la lettura dei passi dei vari romanzi e la loro puntuale spiegazione, ma non solo: d’ora in poi ci impegneremo affinché le puntate saranno coronate da notizie fresche dal mondo tolkieniano, che non cessano mai di arrivare e di stupirci”. Va da sé che qui il riferimento è alle campagne virali in corso, riguardanti il biopic su Tolkien e serie TV Amazon ambientata nella grandiosa Terra di Mezzo, che gran parte degli appassionati (Edoardo e Simone non si estraniano, ovviamente) non vede l’ora di ammirare sugli schermi. Ma La voce di Arda racconterà anche delle novità circa pubblicazioni di libri ed articoli, di siti web, conferenze ed eventi: “Il mondo tolkieniano non è mai stato così vivo! Nostro scopo è quello di portare Tolkien anche a chi non lo conosce bene, o lo ha conosciuto solo superficialmente tramite la famosa trilogia di Jackson.  In questo modo, speriamo di far loro apprendere qualcosa di nuovo e farli avvicinare di più all’immaginario vasto e florido che è quello tolkieniano”. Ma i due strizzano l’occhio anche ai più esperti, quei nomi che magari si vedono un po’ più spesso come redattori di testate specializzate, autori e relatori da convegno: la loro idea è quella di toccare più a fondo i temi tolkieniani, scavare fino alle radici che hanno contribuito a costruire quella che per loro e noi è una sorta di seconda casa del cuore, Arda. “Ci piacerebbe anche indagare sul Tolkien uomo, oltre che sul Tolkien creatore di mondi – che rimane pur sempre la parte importante e fondamentale del nostro progetto. Con questo nostro piccolo proposito cercheremo di arrivare a più gente possibile per fargli conoscere più da vicino ciò che per noi è stato un punto fondamentale della nostra vita”.

Entusiasmo e umiltà: la chiave di volta per diventare dei membri attivi e amati della comunità tolkieniana. “Io e Simone non siamo di certo dei grandi esperti conosciuti per la loro fama nella scena tolkieniana italiana, ma pensiamo e speriamo che il nostro piccolo progetto homemade possa portare un po’ di Tolkien nelle case di tutti, per far conoscere e soprattutto condividere questa immortale passione. Vorremmo contribuire a creare nel tempo una comunità vivida e florida, che si erga sotto il vessillo della letteratura epica e fantastica che ci ha fatto sognare fin da piccoli e che sicuramente farà sognare anche le generazioni future”.

E noi speriamo di averli accanto come compagni di viaggio in questo splendido e nobile cammino!

[A breve pubblicheremo tutti i parametri per effettuare il collegamento con la web radio e con il podcast]

Tolkieniani Italiani – Intervista a Andrea Piparo

Proseguiamo la nostra “esplorazione” nel mondo degli illustratori che si ispirano anche, ma non solo, alla Terra di Mezzo. Lo facciamo invitandovi a conoscere più in dettaglio una persona che si è fatta apprezzare dal lato umano, prima ancora che da quello (pur notevole) artistico: Andrea Piparo, indicato anche da molti addetti ai lavori come già ben di più di una promessa del settore. Apprezzate come ha “pennellato” le risposte alle domande di un Giuseppe Scattolini che mostra di non perdere mai il polso della situazione.


Andrea Piparo, ci siamo conosciuti all’incirca un anno fa al Tolkien Reading Day organizzato da Nicolas Gentile in Abruzzo nella sua Bucchianico. Voglio partire dall’impressione che mi hai fatto: una brava persona. Tra l’altro, sei uno dei pochi che, per quanto ne so, non pensa il mondo tolkieniano per blocchi, a differenza della stragrande maggioranza delle persone: quale sarebbe per te il luogo ideale ed il modo migliore di condividere la passione tolkieniana, superando magari le grandi divisioni che da troppo tempo ci affossano?

Secondo me ogni luogo può potenzialmente essere il luogo adatto, ed ogni momento il momento adatto per parlare, per sentire, per studiare ed apprezzare l’opera Tolkieniana. insieme a chi condivide con noi la stessa passione. L’importante è farlo con genuinità, e ricordarsi che l’ammirazione per i suoi scritti e la sua figura è un elemento che accomuna molte persone sotto aspetti diversi (letterario, artistico, storico, cinematografico ecc.) e quindi, in quanto passione condivisa, dovrebbe avvicinare i cuori, e non allontanarli, altrimenti, a mio avviso, rischia di perdere la sua naturale bellezza e, forse ancor peggio, la sua ragion d’essere. Quindi in sostanza: a cosa serve una passione comune, se poi questa non ci unisce?

Per conoscerti meglio: raccontaci un po’ la tua esperienza di artista, quando è cominciata e perché, e quali sono le motivazioni che ti spingono ad andare avanti.

La mia esperienza nel settore inizia nell’autunno del 2012 quando, grazie alla Scuola Internazionale di Comics, io ed altri ex allievi abbiamo avuto la possibilità di illustrare il calendario della Polizia di Stato del 2013. Nell’anno successivo ho esposto in una piccola personale a Roma, dove ho dato largo spazio alla mia produzione sul fantasy (da sempre la mia passione) e sull’opera del Professore. Grazie a questa e ad altre successive esperienze, sono cresciuto come illustratore, partecipando a molti eventi del settore. Ho potuto creare e formare poco a poco una mia piccola realtà sempre più attiva e concreta nel mondo dell’illustrazione, unendomi a collettivi, conoscendo autori, editori e tanti colleghi, ora amici, e diversi Maestri in questo mestiere. La passione per il disegno e per la pittura, sia tradizionali che digitali, unita all’amore per questa professione, é la propulsione che mi spinge avanti ogni giorno. Conoscere poi tante persone che come me condividono questo entusiasmo, confrontarmi con loro, avere modo di studiare e conoscere i grandi artisti, continua ad accendere in me la voglia di fare sempre meglio.

Il tuo incontro con Tolkien. Quando parlammo nell’occasione suddetta, mi dicesti che ci tieni ad essere filologico, per quanto possibile, quando lavori per rappresentare i testi di Tolkien. Quando hai conosciuto Tolkien e cosa più ti attira nelle sue pagine?

Onestamente il mio approccio all’opera Tolkieniana è avvenuto, come per molti altri, con la prima trilogia di ISDA di Peter Jackson, nel già lontano 2001. Allora avevo 11 anni, e quel primo film rimase nella mia memoria da ragazzino appassionato di fantasy come “solo un bel film…”. Fu poi nel 2005, quindi un anno dopo l’uscita nelle sale cinematografiche de “Il Ritorno del Re”, che sentii la necessità di approfondire e leggere quello splendido racconto di cui sapevo ancora poco e nulla. Nei viaggi in treno di andata e ritorno, mentre andavo a scuola, lessi la trilogia de “Il Signore degli Anelli” scoprendo un vero e proprio universo incantato dietro e dentro quello che Jackson aveva solo anticipato con i suoi film. La bellezza poetica di quel mondo, di quei personaggi che sembrano muoversi in un’avventura fantastica, eppure così vicina al concetto di mitologia e leggenda; mi ha affascinato a tal punto che alla fine ho sentito forte il desiderio di mostrare la mia visione di quella intricata, profonda, drammatica e magnifica storia, attraverso disegni e dipinti ispirati dai passaggi che più mi hanno intrigato nei libri e/o di cui ho sentito la mancanza nei film. Quando mi approccio al lavoro del Professore, sento ancora la necessità di essere fedele ai suoi scritti: per quanto mi è possibile, cerco di documentarmi bene prima di un disegno, e ancor più prima di un dipinto. Sento di doverlo a me, come corretta interpretazione del mio lavoro di illustratore (quindi di colui che illustra, che “spiega” attraverso le immagini) e penso di doverlo allo stesso Professore, come segno di rispetto alla sua opera straordinaria.

Tu sei un sempre più affermato artista fantasy. Come sai, la questione è molto dibattuta e travagliata se Tolkien faccia o no parte del genere. Io ritengo di no, perché la sua produzione è in generale troppo ampia e variegata per mettergli addosso l’etichetta del fantasy, ed anche entrando nelle opere particolari mi sembra sempre riduttivo parlare delle sue opere relegandole in questo genere che avrebbe tramite lui conosciuto una nuova nascita. Voglio chiederti: quando lavori su Tolkien e quando invece ti approcci a tematiche e soggetti fantasy, lo fai con lo stesso atteggiamento o il tuo approccio non cambia?

Mi trovi d’accordo, anche io sento di non poter inglobare Tolkien all’interno di un contesto totalmente fantasy, o meglio, non ritengo di poterlo inserire completamente in questo genere. Nei suoi scritti ho sempre percepito una profondità, un’anima ricca di valori, etica e nobiltà che ora faccio fatica a descrivere, ma che so essere recepita da molti come me. Proprio per questo motivo, quando lavoro sulla sua opera, sento quasi il dovere di comunicare le sensazioni, di arricchire l’immagine con dei concetti, di infondere i sentimenti che ho sentito penetrarmi nel leggere le pagine interessate dalla rappresentazione. Per questo motivo mi impegno e provo a dare qualcosa in più con Tolkien, nel tentativo di restituire un pizzico della magia che ho ricevuto dal Professore. Spero che questo si noti!

Voglio concludere facendoti discutere un po’ la tua opera che ho sempre amato di più, e che ritengo maggiormente rappresentativa della tua arte tolkieniana: la tua interpretazione della morte di Boromir. Ivi ci mostri il momento ultimo di commiato dal grande guerriero di Gondor, la cui morte non esito a chiamare LA morte, perché gloriosa e rappresentativa sommamente dell’umanità, essendo espressione contemporaneamente di eroismo e fragilità. Secondo me questo traspare molto nella tua opera, dalle espressioni tanto del caduto che di Aragorn e Gimli, mentre nella gestualità di Legolas, che è di spalle, ho sempre visto un grande rispetto e senso di servizio verso questa persona di un’altra stirpe che conosce un tipo di morte diverso da quello degli Elfi, chiedendosi magari su come sarà quando avverrà la sua, ed interrogandosi in merito al fato della sua stessa stirpe. Commenta ampiamente la tua opera, i pensieri che ti hanno guidato nel farla e che ti guidano mentre la guardi a distanza di tempo.

Con “L’addio di Boromir” ho voluto rappresentare un momento cruciale dell’avventura, il punto che vede la Compagnia salutare un nobile compagno di viaggio, il quale, nella sua umanità e quindi fallibilità, ha ceduto per un attimo all’anello e alla tentazione che esso rappresenta, redimendosi però alla fine, con l’ estremo sacrificio.  Sono felice di essere riuscito nell’intento di far trasparire il dolore, dai volti e dalla gestualità dei suoi compagni Aragorn, Legolas e Gimli, che con estremo rispetto verso il guerriero e l’ amico, depongono le armi dei nemici caduti ai suoi piedi e adagiano il suo corno spaccato sul ventre. Per cercare di raggiungere una certa fedeltà nel vestiario e nelle sembianze dei personaggi, ho riletto i capitoli precedenti a quel triste momento, soprattutto il loro passaggio a Lórien e l’incontro con Galadriel, la quale offre a tutta la Compagnia doni speciali, come i mantelli grigi e le fibule a forma di foglia. Uno di questi è la cintura dorata offerta a Boromir, che ho riprodotto nel dipinto. Come raramente mi accade prima di un lavoro, avevo già un’idea chiara dei colori che avrei usato ed i toni caldi del tramonto erano fermi nella mia mente già dai primi bozzetti.  Ho voluto inserire un raggiante crepuscolo anche per l’aspetto simbolico, una “fine”, parallela a quella di Boromir, ma carica di luce e speranze, che prelude ad un altro inizio e quindi non definitiva o tetra. Tutto finisce e tutto si rinnova, ed anche un momento triste come l’estremo saluto ad un compagno non può, non deve lasciare spazio alla buia disperazione, e il tramonto sullo sfondo è lì per ricordarlo.

“Tolkien”, il trailer del film

È di un paio di giorni fa la notizia dell’uscita del trailer del film biografico sul Professore, che ha già fatto il giro dei siti specializzati.

Di seguito il commento di Giuseppe Scattolini, presidente dei Cavalieri del Mark.


Le prime immagini del film che erano uscite qualche tempo fa non sembravano molto incoraggianti, perché apparentemente non rimandavano ad eventi della vita di Tolkien così come sono stati filologicamente ricostruiti negli anni dalla critica, allo stesso modo in cui da tempo ci si chiede quali siano state le fonti dello sceneggiatore per scrivere questo film.

Oggi il trailer può darci qualche risposta in più. Soprattutto in merito alla direzione, allo sguardo, attraverso cui Tolkien ci verrà proposto.

Le parole del narratore che ci parla nel trailer ci dicono che la storia sarà una storia sui viaggi, i viaggi che intraprendiamo per metterci alla prova, la magia che va oltre ogni cosa, l’amare e l’essere amati, il coraggio e l’amicizia. Non possiamo che essere colpiti dal fatto che le tematiche proposte sono alcune delle tematiche fondamentali delle opere di Tolkien, cioè, possiamo ben dire con qualche certezza che la sceneggiatura del film sarà fedele allo spirito tolkieniano, che è la cosa più importante. “Amicizia” inoltre viene detto col termine “fellowship” e non “friendship”, al riguardo degli amici di Tolkien del TCBS. Il TCBS è la prima grande amicizia di Tolkien del tempo del liceo, grande almeno quanto quella degli Inklings di Lewis, Williams e Barfield, solo che finora se ne è parlato molto molto meno, in quanto temporalmente e fattualmente più distante dalla composizione dell’opera maggiore di Tolkien, Il Signore degli Anelli. Eppure, tramite il termine fellowship il richiamo alla Compagnia dell’Anello, o Fellowship of the Ring, è palese.

Venendo ora alle immagini, esse mostrano: la guerra e la Somme, momenti di amicizia del TCBS (una passeggiata serale e un brindisi), il rapporto con la moglie Edith nonché il suo famosissimo ballo che dette origine e vita a Beren e Lúthien, nonché altre che però non riesco ad identificare, come dei cavalieri che si scontrano sul campo di battaglia o una scena che sembra essere ambientata nel retro di un teatro.

Tutto ciò mi ha dato da pensare, ma soprattutto delle speranze concrete riguardo il film. Anzitutto, mi sembra quanto mai palese che non è stato costruito per essere un documentario, né con la tecnica del documentario. Insomma, non sarà filologicamente accurato. Ciò che pare sia presente sono dei fatti realmente accaduti, quelli maggiormente noti, entro una cornice ricostruita con finalità diverse dalla documentarizzazione fedele della biografia di Tolkien: finalità che appaiono essere quella di una interpretazione di Tolkien. Quale? Secondo me ciò che è emerge ci porta a dire inequivocabilmente che la direzione è quella di mostrare come i primi anni della vita del sarà Professore sono “la soglia della Terra di Mezzo”.

Non è un’espressione mia questa della “soglia”, ma di John Garth, studioso tolkieniano di altissimo livello che ha scritto una biografia sui primi anni di Tolkien, esattamente in merito allo stesso periodo di cui tratterà il film. Ivi Garth ci fa capire come quegli anni furono per Tolkien la soglia, la porta d’ingresso, il vero confine della Terra di Mezzo: dopo la Somme, dopo il TCBS, dopo Edith, egli era pronto a fare il suo ingresso nella Terra di Mezzo, per accompagnarci lì anche noi negli anni a venire.

È con una certa fondatezza, dunque, che possiamo oggi ipotizzare che la fonte del film è la biografia di Tolkien scritta da John Garth Tolkien e la Grande Guerra: la soglia della Terra di Mezzo, quanto ai temi evidenziati, le immagini che si sono viste, ed anche che ‘non’ si sono viste. Il grande assente infatti è padre Francis Morgan. Sappiamo che nel film ci sarà, in quanto è stato rivelato l’attore del cast che lo interpreterà, ma non è apparso nel trailer, come invece avrebbe potuto, essendo senza ombra di dubbio uno dei protagonisti della vita di Tolkien, non solo dei primi anni ma, indiscutibilmente, soprattutto di quelli. Proprio la sua assenza, unitamente a tutto il resto, ci suggerisce come proprio il testo di Garth sia la fonte della sceneggiatura del film, in quanto Garth ne fa scarsissima menzione e padre Morgan non è di certo uno dei protagonisti della sua biografia. Immagino dunque lo vedremo poco anche sul grande schermo. Spero che almeno quel poco che si vedrà potrà essere significativo, ben curato e rispettoso dell’identità e della cultura cattolica del sacerdote, nonché della sua persona come magistralmente Bru ce l’ha presentata nella sua recente biografia J.R.R. Tolkien e Francis Morgan: una saga familiare.

Dunque, ecco sinteticamente come il trailer ci permette di sperare che il film sia: anzitutto una storia non documentaristicamente ricostruita, ma che ci faccia capire come e quanto Tolkien da giovane fece delle esperienze che lo segneranno per tutta la vita e lo condurranno ad essere l’autore de Il Silmarillion e del Signore degli Anelli, nonché de Lo Hobbit. Inoltre, e devo dire finalmente, il TCBS passerà ad essere conosciuto dal grande pubblico, e la vita di Tolkien passerà in primo piano nelle discussioni assieme alle sue opere maggiori, come è giusto che sia, perché la sua vita è davvero la soglia della Terra di Mezzo, ed oltre che soglia io userei i termini “matrice”, “sorgente”, “origine”, ma anche “motivo”, perché, come di spiegano tanto Garth che Verlyn Flieger, fu per dare voce ai tanti soldati ed amici morti in guerra, alla sua Generazione Perduta, che Tolkien scrisse i suoi racconti e ci portò nella Terra di Mezzo.

Certamente, le mie sono per lo più delle speculazioni, ma io le chiamerei soprattutto speranze: speranze riguardanti la possibilità, ora concreta o per lo meno fondata sul trailer, che la vita di Tolkien possa essere rappresentata degnamente, con rispetto, e soprattutto con utilità per tutti coloro che ancora non conoscono la vita di Tolkien o non hanno compreso quanto lo studio della biografia sia importante per comprendere davvero i suoi testi e la sua persona. La portata rivoluzionaria di questo film si profila essere grande come la trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson, se solo sarà poi effettivamente realizzato con altrettanta maestria.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Simona Jero

Fra i tanti illustratori che si ispirano alla Terra di Mezzo per le loro creazioni, un gran numero si sono avvicinati a questo tipo di raffigurazioni dopo l’uscita della prima trilogia di P. Jackson (non solo per motivi anagrafici, va detto). Inevitabile quindi che queste produzioni artistiche risentano in maggiore o minor misura delle suggestioni cinematografiche. Ma non mancano le eccezioni di pregio: Giuseppe Scattolini ci permette di conoscere meglio Simona “Brunilde” Jero, esponente della corrente di chi invece si affida alla propria visione presentando scenari e personaggi dall’aspetto originale.


Carissima Simona, la prima cosa che vorrei chiederti è: quando ed in quali circostanze hai conosciuto Tolkien? Cosa ti ha appassionato fin da subito dei suoi testi? Quando hai deciso di cominciare a fare delle opere d’arte sui suoi scritti, e perché?

Dunque, andando a ritroso con gli anni, direi molto tempo fa. Precisamente intorno al 1992 quando un amico mi diede in prestito una copia de “La compagnia dell’anello.” Confesso che non è stato amore a prima vista – forse, perché ero troppo giovane – ma una passione che si è consolidata dopo la visione dei film. Sebbene la mia opera preferita rimanga tuttora Il Silmarillion. Delle opere del professore mi risulta difficile dire cosa mi affascina, se non affermare che sono intrise di magia; non nel senso comune della parola, ma nel senso che rappresentano per me un qualcosa di unico e straordinario. L’idea di realizzare delle tavole è nata quasi spontaneamente, e, soprattutto, dal desiderio di dare un volto ad alcuni personaggi che mi hanno affascinato e mi affascinano particolarmente.

Come ti ho detto più volte, secondo me la tua arte è tra le più originali quanto allo sguardo e all’interpretazione di Tolkien, soprattutto perché rimane difficile per tutti gli artisti riuscire a prendere realmente le distanze dai due artisti tolkieniani per eccellenza, John Howe e Alan Lee, e se vogliamo anche dal terzo, Ted Nasmith. Spiegaci ampiamente che cosa ti ispira di Tolkien, come tu lo interpreti, e se l’arte può essere una fonte interpretativa dei testi tolkieniani in una misura inferiore, simile o addirittura superiore a quelle della filologia, della filosofia, della teologia, della ricostruzione storico-biografica e bibliografica, od altre.

Anzitutto ti ringrazio per le tue parole gentili, e per la considerazione che hai, da sempre, a proposito delle mie umili interpretazioni. E dico umili quando, giustamente, vengono menzionati artisti di quel calibro. Ho voluto prendere le distanze da suddetti artisti, e da altri, in primis, perché secondo me non ha senso rifarsi a quanto è già stato realizzato, benché esso possa costituire una fonte di ispirazione. Semplicemente perché tutto ciò si ridurrebbe a una sterile imitazione e nulla più.   Riconosco che, in un Universo vasto come quello tolkieniano, così inflazionato di immagini, è difficile – ma non impossibile – essere originali. È difficile anche essere competitivi in un ambito nel quale si avvicendano artisti abilissimi e dal grande talento. Ho spesso notato che chi fruisce dell’arte tolkieniana guarda a opere che siano specchio della realtà, e cerca l’iperrealismo in rappresentazioni che, a mio avviso, dovrebbero accostarsi maggiormente al mondo delle fiabe piuttosto che a quello reale, fotografico, in cui viviamo tutti i giorni. Ma questa è solo una mia libera considerazione personale, ed è un altro discorso. Come ho già detto prima, l’opera che mi ha ispirato maggiormente è stata Il Silmarillion, e non nego che i miei personaggi preferiti siano quelli malvagi. Non chiedermi il perché… In Melkor vedo il vero protagonista – tragico – del Silmarillion; uno dei più potenti Valar ma anche quello con sentimenti più umani, il quale riflette altresì la stessa natura degli Uomini. Ho iniziato a ritrarre lui, intorno al 2012, “osando” rappresentarlo nella sua forma più umana – o, se vogliamo, angelica. Cogliendo forse quella che potrebbe essere la sua vera essenza. Mi sono discostata volutamente dall’impronta di epicità con cui molti artisti rappresentano scenari e personaggi. Ho scelto di riportare tutto a una dimensione più “umana”, e, per questo motivo, riconosco che per molti sia difficile accettare questo genere di interpretazioni. Tuttavia, è ciò che sento e che vedo.Certo, secondo me l’arte si può equiparare tranquillamente ad altri mezzi rappresentativi; e, se non erro, Tolkien stesso aveva dichiarato di essere favorevole alla rappresentazione artistica delle sue opere.

Ti fai chiamare Simona “Brunilde”, e con le tue opere racconti soprattutto personaggi tolkieniani della Prima Era della Terra di Mezzo. È un caso o c’è un nesso?

Il nome “Brunilde” è una sorta di legame affettivo con il mio barbagianni, che ho chiamato Brunilde, alcuni anni fa. E, sì, in questo nome vi è un velato nesso con una passione parallela per la mitologia nordica.

Dei tuoi dipinti amo due cose: anzitutto lo sguardo delle persone ritratte, che ne rispecchia l’anima. La seconda è il fatto che lavori in analogico e non in digitale. Per te è importante ritrarre l’anima dei personaggi e riportarla su tela, e l’uso dell’olio su carta ha una qualche influenza in questo? 

Ti ringrazio! Sì, credo che in un contesto di questo tipo sia opportuno riuscire a scandagliare i personaggi a livello interiore, non tanto riproponendo in una qualsiasi rappresentazione un mero esercizio tecnico. Personalmente io uso il metodo tradizionale perché è quello con cui mi sento più a mio agio, e mi permette di trasmettere le mie sensazioni. Esattamente, io cerco di ritrarre l’anima e le mie interpretazioni sono da definirsi oniriche piuttosto che realistiche. Ci tengo a sottolinearlo. Sono davvero felice che tu sia riuscito a cogliere questo particolare.

Cosa ne pensi degli artisti che lavorano soprattutto o esclusivamente in digitale? È una forma d’arte che si può applicare a o che Tolkien avrebbe apprezzato?

Uhm… non saprei, ci sono artisti che riescono a dare il meglio in digitale, altri in analogico o con una commistione di entrambe le tecniche. Sono scelte, probabilmente determinate da questioni di affinità, praticità, emozioni. Io credo che Tolkien avrebbe preferito un approccio più classico, forse non necessariamente analogico, conoscendolo così come la storia ci tramanda. Era un uomo del suo tempo che rifuggiva il progresso, sicuramente non avrebbe guardato di buon occhio una trasposizione che vira un po’ troppo verso il “fantasy” – come alcune elaborazioni, abbastanza ardite, che abbiamo apprezzato nel film, ad esempio.

Parliamo un po’ del tuo recente artbook, partiamo dalla fine: hai citato molte persone nei ringraziamenti (compreso l’emozionatissimo sottoscritto), non ultimi, dopo Natalia Vasilieva, Gianluca Comastri, Veerena Stima, la Società Tolkieniana Italiana ed il suo presidente Ninni Dimichino. Che tipo di rapporti hai avuto ed hai tutt’ora con la STI? Sono cambiati dopo che il tuo Glaurung è diventato il simbolo della Hobbiton 2018?

L’opera di Natalia Vasilieva mi ha dato lo spunto per realizzare alcune immagini e, come sappiamo, è una narrazione alternativa al Canone nella quale gli stessi avvenimenti del Silmarillion ci vengono raccontati dalla prospettiva del Nemico. Una versione molto toccante che si apre a risvolti inaspettati. A livello personale mi ha colpito molto, ed è quasi la stessa interpretazione che ho dato io stessa leggendo per la prima volta Il Silmarillion. Ci dimostra come ciò che appare bianco può essere nero, e viceversa, a secondo della prospettiva in cui si guarda. I rapporti con la STI sono attualmente di reciproca stima e amicizia, e sono davvero felice che esistano realtà di questo tipo – come la Società Tolkieniana Italiana e l’Associazione dei Cavalieri del Mark a unire i semplici appassionati come la sottoscritta, e gli addetti ai lavori, con un confronto costruttivo.

Il titolo dell’artbook è See through your eyes. Da dove nasce l’idea per questo titolo? Come lo tradurresti e come va interpretato? Che cosa hai voluto proporre alle persone attraverso di esso?

L’idea di questo titolo è nata dalla frase con cui Natalia Vasilieva ha autografato la copia del “Libro Nero di Arda” che mi diede in regalo. La frase è, appunto: “See through your eyes”, che significa guardare attraverso i propri occhi. In questa frase è racchiuso il significato e l’intento della sua opera e, di riflesso, della mia. L’intento è quello di andare oltre le apparenze e sondare nel profondo di ciò che ci viene proposto.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Fabio Porfidia

Giunge il turno di coinvolgere nella nostra carrellata un altro amico di vecchissima data, stavolta pescato dalla fertile fucina dei bravi illustratori nostrani. Fabio Porfidia, già membro dello storico smial  Sackville di Bergamo, racconta qualcosa di sé (e non solo) rispondendo ai quesiti di Gianluca Comastri, tra cui non manca qualche gustosa anticipazione. Se vorrete scambiare qualche parola direttamente con lui, non sarà difficile: lo trovate in gran parte delle fiere più prestigiose che abbiano anche una parte “comics”.

 


Fabio, anche tu sei tra coloro i quali, partendo da una formazione di tutt’altro tipo, sono approdati al mondo della Fantasia e vi si sono insediati stabilmente. Quando hai capito che per te il disegno era il modo più pieno di vivere concretamente gli stati d’animo delle storie che di ispirano? E oggi, dopo anni di riscontri positivi, che cos’è per te disegnare – oltre, naturalmente, a un lavoro?

Ciao a te e tutti i lettori! Sì, ho seguito un percorso di studi molto “razionale” (liceo scientifico e laurea in economia), ma l’ho sempre trovato frustrante: le uniche materie in cui andavo davvero bene erano quelle letterarie ed artistiche. In realtà ho sempre sentito il bisogno di disegnare come valvola di sfogo. Nel periodo universitario avevo quasi completamente abbandonato il disegno perché era una distrazione dal faticoso studio che stavo portando avanti. Però poi la letteratura mi ha riportato in carreggiata. Penso alla scoperta di Lovecraft, che mi ha fatto rinascere la voglia di rappresentare ciò che i racconti ti evocavano nella mente; parallelamente iniziai a frequentare il gruppo tolkieniano Sackville. Fu proprio grazie a loro che ebbi la possibilità di esporre qualcosa di mio in pubblico per cui da lì, oltre al filone gotico, iniziai a disegnare anche fantasy (inteso in senso lato, so bene che Tolkien è molto più che fantasy!). Dopo poco, nel 2006, iniziai a frequentare la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano: dopo la laurea in qualcosa che mi aveva inaridito, volevo per la prima volta in vita mia studiare qualcosa che mi piacesse davvero. Da lì in poi ho avuto molta fortuna.

Oggi disegno o dipingo quasi tutti i giorni. Dico “quasi” perché insegnando ho sempre necessità di studiare, approfondire vari argomenti (non sempre direttamente legati al disegno, ad esempio mi appassionano tantissimo la storia, la paleontologia e il mondo naturale in genere). Inoltre gestire le mail o la messaggistica con editori e committenti a volte implica  anche mezze giornate a spippolare sulla tastiera senza toccare un foglio. Frustrante ma necessario! Disegnare mi piace sempre tantissimo, anche se farlo per qualcun altro non sempre è gratificante come quando lo fai per te stesso. Talvolta non riesci a far passare la tua visione al committente: quando avviene spesso è frustrante, ma talvolta ti fa scoprire nuove soluzioni inaspettatamente belle. Insomma, ti obbliga costantemente a rimetterti in gioco. Un po’ mi manca il periodo in cui avevo il tempo di disegnare tutto quello che mi passasse per la testa. Però di contro oggi vivo grazie al disegno e di questo devo essere enormemente grato a chiunque mi supporti e mi commissioni qualcosa. O mi intervisti 😉

Ormai sei piuttosto noto tra chi frequenta gruppi ed eventi tolkieniani, però basta un’occhiata a qualche tuo portfolio, a una delle tantissime fiere in cui sei ospite oppure sul bel sito web Lo Scrigno di Carter, per scoprire che con le tue opere rendi omaggio a diverse saghe. Una graduatoria è fuori luogo, ma chiedere che cosa in particolare ti ha catturato della Terra di Mezzo di Tolkien mi pare lecito…

Io piuttosto noto? Ogni tanto qualcuno mi dice frasi del genere e ci resto sempre spiazzato. Stando gran parte della tua vita barricato in studio a disegnare non ho molto la percezione di quanto si diffonda quello che faccio. Però mi fa molto piacere che la gente mi inizi un po’ a conoscere!

Tolkien sicuramente è uno degli scrittori con cui mi trovo più a mio agio nel disegno. Avendo letto il suo Legendarium sono sempre rimasto colpito dalla varietà del suo mondo e dalla profonda ricchezza: cerchi immagini epiche, ci sono; cerchi immagini orrorifiche, ci sono; cerchi immagini eteree, ci sono; cerchi i nani, ci sono (i nani sono importanti)! Mi spiace davvero molto avere così poco tempo libero perché ci sono davvero tantissime scene che vorrei illustrare. Tralaltro sono a buon punto nella raccolta del materiale per “In Viaggio per Arda” volume 2.

Da lettore a dire il vero attualmente apprezzo soprattutto il genere distopico o la fantascienza più psicologica, ma da disegnatore sicuramente tutta l’epica e il fantasy offre un bacino enorme estremamente appagante da rappresentare. In questo ambito ho apprezzato moltissimo i romanzi di Martin su “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. Purtroppo anche qui ho pochissimo tempo per leggere e quasi sempre lo dedico alla lettura di romanzi o giochi di ruolo per cui ho lavorato (e posso assicurare che è una mole imponente, visto soprattutto che a leggere sono molto lento!).

Ti contraddistingui per un certo rigore nella consultazione delle fonti: in tempi non sospetti hai ritratto gli Ent come giganti, uscendo dallo stereotipo degli alberi con viso e arti, mentre più di recente hai rispolverato un elemento non certo noto alle masse – il disegno di Tolkien I Vene Kemen, da cui hai tratto una rivisitazione apprezzatissima. Quanto è complesso, dopo l’epoca dei film, distaccarsi da un certo tipo di rappresentazione che ormai è radicato in un numero sempre crescente di appassionati?

Se non ricordo male per quella rappresentazione degli Ent contribuì a suo tempo, durante un incontro Sackville, una chiacchierata con Gabriele Marconi, seguita da un’attenta rilettura di tutti i passi in cui gli ent venivano descritti da Tolkien. I Vene Kemen era una immagine che volevo realizzare da oltre un anno, forse addirittura due. Per tutto questo tempo ho tenuto “Racconti Ritrovati” sulla scrivania con un segnalibro alla pagina del bozzetto di Tolkien e un chiodo fisso: “appena ho un po’ di tempo, rifaccio quella mappa”. Ad ogni modo sì, per me attenermi alle fonti è importantissimo e tengo a restare quanto più fedele possibile, sebbene alcune reinterpretazioni siano particolarmente efficaci visivamente. Parlo ad esempio della torre di Orthanc a Isengard, descritta da Tolkien come un cilindro nero completamente liscio e reinterpretata in modo egregio dalle illustrazioni di Alan Lee e John Howe, sebbene completamente differente. I film sono stati un ottimo prodotto, merito anche degli artisti che ci hanno lavorato, però come tutte le volte in cui un’opera letteraria finisce su schermo, va a condizionare l’immaginario. Inevitabilmente su alcuni aspetti, anche inconsciamente, ne sarò sicuramente succube. Però da lettore ho avuto delle immagini mentali abbastanza solide che sono state davvero poco scalfite dai film. E ad esse ritorno quando voglio disegnare: il mio Denethor non ha davvero nulla in comune con quello del film, ma semplicemente perché fin dalla prima lettura me lo ero immaginato così come l’ho disegnato anni dopo.

Sempre a proposito di rappresentazioni celebri e di mostri sacri della matita, hai in curriculum anche un workshop con John Howe: ce ne riassumi le impressioni che ti ha lasciato in non più di venti righe di testo?

Non più di 20 righe… Proviamoci! Anzitutto ho avuto modo di studiarmi l’artista e le opere ancora nel periodo 2004-2005, anno in cui i Sackville avevano fatto una bellissima iniziativa al liceo Mascheroni dedicata a Tolkien. Io proposi una rassegna sui principali artisti tolkieniani, tra cui ovviamente John Howe. Un paio d’anni dopo, organizzando l’ultima (e mai troppo celebrata) edizione de I Borghi dell’Anello provai a contattarlo per chiedergli se fosse stato possibile averlo ospite. Non l’avrei mai immaginato, ma rispose nell’arco di un’ora (sebbene declinasse l’invito perché in quel periodo fuori Europa). E poi finalmente un paio d’anni fa ebbi occasione di conoscerlo di persona nel corso organizzato a Milano. E’ stata un’esperienza incredibilmente emozionante perché, oltre a dare delle nozioni, ha portato tutto il suo vissuto e ci ha fatti riflettere su diversi aspetti sia tecnici che emotivi. Un momento particolarmente emozionante poi ha segnato l’ultima giornata. Dato che normalmente disegno in tradizionale, ma dipingo in digitale, volevo cogliere l’occasione per rispolverare gli acquerelli dopo anni e anni di abbandono. Quindi, una volta impostata la tavola con la bozza a matita e avere dato il tono di sfondo, gli chiesi quale fosse l’approccio migliore per iniziare a dipingere. Lui mi chiese se potesse sedersi, prese un piccolo foglio e iniziò a dipingere l’occhio di un drago. Ricordo che la classe (eravamo una trentina) si ammutolì e nel giro di pochi secondi erano tutti attorno al mio banco dove John stava dipingendo. In rete si trova il video (non realizzato da me perché all’epoca non ero ancora così tecnologico!). Beh, adesso sono il fortunato possessore di un acquerello originale di John Howe! Davvero una bellissima esperienza. Mi spiace tantissimo non essere riuscito a prendere parte al corso proposto pochi mesi fa. Ma immagino e spero ci saranno altre occasioni!

Vieni dal territorio bergamasco, in cui praticamente da sempre opera lo storico smial dei Sackville, uno dei primi e più attivi della penisola (restano celebri proprio le tre edizioni de I Borghi dell’Anello, tra il 2004 e il 2006): oggi che percezione hai del “movimento” dei tolkieniani italiani? Che cosa offre e in cosa manca ancora per essere la casa ideale di un disegnatore volenteroso e appassionato?

La percezione che ho sicuramente è molto sfalsata dal fatto che anni fa, da studente, avevo parecchio tempo libero che oggi non ho. Per cui sicuramente vedo le cose in modo differente. Ricordo che nel periodo in cui entrai nei Sackville (2003) esistevano già da un paio d’anni. Il boom del gruppo, poi diventato associazione, è stato sicuramente in concomitanza con l’uscita della prima trilogia di Jackson. Si poteva apprezzare l’interpretazione dei film o no, ma sta di fatto che in moltissimi si iniziarono ad interessare a Tolkien. All’epoca frequentavo moltissimo lo smial, anche se poi la scuola, prima da alunno, poi da insegnante, mi impedì di partecipare agli incontri. Ricordo con particolare affetto, oltre a I Borghi, l’evento che organizzammo nel 2012: There and Back Again: sulle tracce di Bilbo Baggins, a cui peraltro anche tu hai preso parte attiva! Adesso riesco ad andare agli incontri 2-3 volte l’anno, però resto sempre in contatto e se si volesse organizzare altri eventi, sarei ben felice di esporre con loro. Ricordo il periodo d’oro dei Borghi con particolare nostalgia comunque. Era anche il periodo delle Hobbiton a San Daniele del Friuli, le uniche a cui sono riuscito ad andare.

Mi sembra che anche adesso ci sia un certo fermento tolkieniano, anche per merito della secondo trilogia di Jackson, sebbene con meno traino rispetto al SdA e forse più polemiche (“la viverna!!!!”, “troppa computer grafica!!!”, “ma quelli non sono nani!!”, “Tauriel l’elfa che si innamora di un nano? Ma poi chi cacchio è Tauriel!?”…) prova ne è le tante iniziative più o meno direttamente legate a Tolkien. Però non ne ho molto il polso: riesco solo ad avere una visione parziale ai vari eventi a cui vengo invitato in quanto ospite, per cui non so l’organizzazione che vi sta dietro e se questa sia seminale anche in ambito artistico. Una cosa che ho notato di oggi, a differenza dell’epoca 2004-2006, è la frammentazione. Non mi riferisco agli smial (non so nemmeno quanti ne sopravvivano), ma parlo delle principali realtà tolkieniane italiane. E’ un vero peccato, visto che personalmente ho ottimi rapporti con tutti i gruppi dello scenario, vedere attriti quando il fine comune dovrebbe essere valorizzare l’autore che tutti apprezziamo! Si dovrebbe cercare ciò che unisce non ciò che divide. Però è solo lo sproloquio di un’imbrattafogli.

Tolkieniani Italiani – intervista a Fabrizio Corselli

Più che un’intervista, si tratta di un dialogo tra due amici di vecchia data che si rincontrano su altri lidi (o sempre sugli stessi, visti da un’altra prospettiva?). Dai tempi d’oro di Eldalië alle prospettive non meno interessanti degli anni che porteranno alla nuova serie TV, Fabrizio Corselli incalzato da Gianluca Comastri dimostra, con la consueta perizia, cosa significa realmente trasformare gli spunti creativi dati da Tolkien in nuove iniziative artistiche e culturali.

 


Rieccoci qui a chiacchierare una volta di più, dopo anni di conoscenza e un bel po’ di vicende vissute attorno a Eldalië. Quello che continua a sorprendermi di quel sito/forum è che mise in contatto tante anime sensibili attorno a un filone comune (Tolkien), ma senza che tutti provenissero direttamente dall’ambiente dei “fan di Tolkien”. Com’è il tuo caso. Già prima di capitare da noi, ma anche durante e dopo, ti sei sempre cimentato su più fronti, per quanto non privi di punti di contatto. Una delle poche cose di cui non abbiamo mai parlato è: qual è stata la circostanza in cui hai riconosciuto in Tolkien un possibile filo conduttore di tutte le tue attività (che ti do licenza di descrivere, se riesci ad essere ragionevolmente sintetico)?

Il periodo di Eldalië lo ricordo ancora con grande enfasi. Soprattutto la creazione di una sezione dedicata alla poesia a tema fantasy, e che curai ai tempi; ma questo già lo sai. Non necessariamente bisogna essere del campo per apprezzare Tolkien; ogni amante del genere Fantasy ritrova in lui infiniti punti di contatto. In Tolkien ho sempre riconosciuto un filo conduttore profondo e proficuo allo stesso tempo. Secondo me, Tolkien va conosciuto prima di tutto per i suoi studi sulla poesia antica e per il suo rapporto con la poesia stessa. Non possiamo prescindere da tale situazione. Non lo definirei proprio un poeta, ma lui ha avuto il pregio e il primato di aver riportato in auge la dimensione eroica ed epica, nel senso proprio di “epos”, di averla riportata sotto una luce carica di modernità. Soprattutto se pensiamo alle sue rimodulazioni (assimilazioni, secondo il concetto di Virgilio), così attente e profonde. Suo il vanto di aver fatto rivivere l’epica antica, il primordio di un’essenza mitica e il sostrato che caratterizzarono la tradizione orale, seppur mediando con la prosa. La dimensione poetica che promana dai suoi testi narrativi sono palesi e inconfutabili. Le sue descrizioni sono la sintesi della solennità del verso epico (“semnos”). In ogni mio stage didattico, cito sempre le parole di Tolkien, divenute adesso epigrafe di ogni approccio poetico: “La Poesia dell’antico norvegese mira invece a catturare una situazione, ad assestare un colpo da non dimenticare, a illuminare con il chiarore del lampo un preciso momento, e tende alla concisione, a una corposa compressione del linguaggio nel senso e nella forma, e gradualmente a una maggiore regolarità nella forma del verso”.

So che negli anni sei stato intervistato parecchie volte, da personalità quali (per citarne tre a titolo di esempio) Giuseppe Iannozzi, Alexia Bianchini  e Alfonso Zarbo. Proprio in virtù del tuo ventaglio di interessi è probabile che tu non abbia praticamente mai parlato in due volte diverse dello stesso argomento (non ho però verificato parola per parola…). Tu scrivi prevalentemente in versi. Per quanto giocare con le etichette sia sempre rischioso, penso  di poter dire che il tuo percorso espressivo e creativo poggia saldamente su poesia, epica e mito, quasi a voler recuperare e restituire alla contemporaneità le tradizioni classiche. In tutto questo, qual è e come si è evoluto il tuo rapporto col, ehm, “fantasy”?

Le etichette non definiscono mai al meglio una data situazione, soprattutto quando un artista è caratterizzato da uno stile personale ben preciso, sottraendosi così a determinate categorizzazioni. Io ho una identità ben definita, o meglio che si è strutturata nel tempo. So chi sono, cosa faccio e, soprattutto, cosa voglio. Non mi pento di ciò, a dispetto delle critiche vacue che devo sostenere continuamente dai “puristi”. Di sicuro non sono un poeta contemporaneo o suburbano, per come lo si intende oggi, minimalista e intimista, ridotto all’osso. Sono nato in Sicilia, terra del mito e luogo di forte cultura orale, da quella greca a quella araba, per poi approdare alla corte federiciana con i trovatori. Amo alla follia la lirica epinicia e le Olimpiadi antiche. Pindaro è il mio poeta preferito. Il rapporto fra poesia e performance è alla base del mio comporre e delle mie attività, ragion per cui mi sottraggo fin troppo spesso al concetto di cultura libraria. La parola volteggia, danza, trascende il proprio corpus mechanicum (il foglio di carta), affonda a piene mani nelle radici della danza ieratica, dalla cheiromonia greca; fondamento che strutturerà la mia presente attività di Cantore di Spada. Professo quasi un’elfica beltà nella costruzione euritmica delle parole (notare, non uso il termine “testo”). È difficile non approdare al Fantasy percorrendo un tale percorso. Il mythos è origine del Fantasy, e di esso si nutre. Se prendiamo in considerazione la poesia norrena, il mito è fondamento della produzione di tale dimensione. In questo Tolkien è stato accentrante, egli ha evoluto e rafforzato il concetto di mitopoiesi, la formazione di un cosmos mitologico che vive di luce propria, un mondo completo in sé e che promuove con forza il concetto di verisimiglianza. Ciò ha influenzato anche la mia prosa (per quel poco che ho scritto), soprattutto con l’ultimo “Terra Draconis” che guarda a una struttura più vicina al Silmarillion, e che narra di come sia nato il continente di Andrara. Il mio Fantasy è dominato principalmente dalla figura dei Draghi che plasmo e trasformo secondo un’ottica straniante data dalla componente poetica: il drago come unità mensurale. Situazione che mi ha portato a collaborare con Ciruelo Cabral. Ci vorrebbe un’intervista a sé solo per discutere di questo. In ogni caso, il genere fantastico si evolve sempre, lambendo i confini della rivisitazione nordica (Runechase per il gioco di ruolo) o anche per gli stage di Canto della Spada dove lo stile riprende la tradizione degli scaldi o dei Bardi. L’Arte è alla base del mio modo di vedere e vivere il Fantasy.

A un certo punto, uscendo almeno in  parte dall’ambito letterario, sono arrivati il gioco di ruolo e il Canto della Spada. Se dovessi individuare i loro principali punti di forza in fatto di efficacia come mezzi espressivi, narrativi e creativi, come li presenteresti? Non ti do limiti di nessun genere se non quelli della leggibilità di una pagina web.

Bella domanda. Gioco di Ruolo e Canto della Spada, alla fine hanno in comune come elemento fondamentale la narrazione orale; situazione che mi permette di portare in gioco anche le forme espressive e tecniche della seconda. Il gioco di ruolo permette una profonda immersione all’interno di uno spazio immaginato condiviso, mette in comunicazione e a confronto le abilità e le individualità di ogni suo partecipante  che veste i panni di un personaggio. “Vivere” un’avventura ai confini della realtà, quindi non solo immaginarla, farne esperienza diretta all’interno di un luogo protetto e che fornisce ai suoi giocatori un nuovo modo di sperimentare la narrazione. In questo, Tolkien aveva già accennato alla famosa “sospensione dell’incredulità”, del positivo “compromesso” che si instaura fra lettore e libro, in cui si sviluppa la consapevolezza che quelle azioni, quei mondi e luoghi che vengono profilati con grande forza descrittiva possano esistere, possano essere credibili solo in quella realtà fittizia; nasce così il principio di coerenza e verisimiglianza. Il concetto di Eikos, l’abbiamo già in Platone e Aristotele. Invece con il Canto della Spada, arte della narrazione orale, si cerca di recuperare la tradizione antica mediando due forme di cultura e arte: quella del Cantastorie, per l’uso del verso, quale mirabile strumento per raccontare storie di eroi e mostri, e non soltanto, come si faceva un tempo intorno al fuoco o presso la corte di un Re, e l’uso della spada, derivato dalla tradizione cuntistica siciliana. Non mi sono fermato soltanto a questo, ho fatto di meglio. Ho riversato nella mia ultima fatica, un Gioco di Ruolo da tavolo, che ha per titolo “Museborn”, la mia conoscenza nel campo della narrazione orale, e ho creato la figura del Cantore di Spada: una classe a metà fra il bardo e il maestro di spada che impiega in ruolo le tecniche espressive della suddetta arte orale. Detto così, però è un po’ riduttivo. Alla fine, come puoi notare, le sinergie sono molteplici.

 In base alla tua esperienza, cosa significa al giorno d’oggi essere poeti, in un periodo storico in cui il concetto stesso di cultura è clamorosamente ridiscusso in ogni suo aspetto? Quale presente e quale futuro avrà la poesia, dovendosi adattare a caratteristiche così turbolente come quelle del mondo contemporaneo?

Situazione molto spinosa. Soprattutto perché la Poesia è un genere che è andato incontro a una serie di degenerazioni, sia per l’irresponsabilità di molti nel considerare il verso motivo di faciloneria compositiva sia per la disonestà di moltissime case editrici che, fiutando la necessità della vanity press, pubblicano a pagamento. Da professionista del settore editoriale mi sento di dire che, oggi, un Poeta deve sputare davvero sangue per affermarsi. In un’epoca in cui Fabio Volo è considerato un filosofo, in cui le case grosse pubblicano youtuber dalla dubbia cultura, solo per il seguito che hanno, già la situazione la dice lunga. Molte case editrici hanno addirittura cancellato le collane di poesia, mentre altre hanno ridotto drasticamente le pubblicazioni. “Poeta” è un termine assai abusato, ha perso di valore. Il poeta è colui che continua a scandagliare la realtà delle cose, ignaro del pubblico, cercando di darcene di rimando una versione inedita, di fare breccia nell’essenza delle cose ridestandole dal loro torpore semantico. La Poesia è fatta di carne e sangue. Per tale motivo, io non mi definisco un poeta, sono invero un Cantore. Impiego il verso, ma non faccio Poesia. La mia è un’arte più legata alla performance e meno alla cultura libraria, pur pubblicando cartaceo. La vedo brutta per la Poesia, c’è stasi, c’è un’intera palude che attende di essere dragata. Attenzione, c’è anche del buono, ma sono davvero pochi quelli che si salvano, tralasciando i salottini letterari al pari di campi di concentramento: sono la morte.

Concludo con una tripla domanda a bruciapelo: in cosa ti senti particolarmente affine a Tolkien (per come lo hai conosciuto da ciò di suo che hai letto), in cosa invece te ne senti più distante e qual è secondo te il modo più efficace che abbiamo, come collettivi tolkieniani italiani che guardano anche oltre confine, per trasmettere l’immensa portata del suo lascito e creare le condizioni affinché ciò in cui credeva sia in qualche modo portato avanti da “altre mani e altre menti”?

Mi sento affine alla sua passione nel riportare alla luce una tradizione che merita uno studio molto accurato e, soprattutto, che non venga, allo stesso tempo, liquidato come qualcosa di accademico e basta. Di certo non mi riferisco al rigore del Professore, perché non siamo tutti filologi o studiosi, ma cercare di far rivivere quella scintilla, quell’ardimento che bisognerebbe avere in tutto ciò che si fa. Una passione che diventi qualcosa di più. Cercare di sviluppare punti di vista diversi e promuovere la mobilità del pensiero artistico. Il Fantasy è un crogiolo inesauribile di idee e spunti di riflessione. Per ciò che riguarda il distante, forse lo stesso rigore a cui ho accennato poco fa. Ognuno dovrebbe far proprio il punto di vista e, in particolar modo, assimilare tutto ciò che il passato ci dona per poi produrre una dimensione che tenga in conto la modernità, evitando così emulazioni o brutte copie di altro. Fin troppi scrittori ammiccano al mondo di Tolkien con poca consapevolezza e discernimento, con risultati finali a dir poco disastrosi. Intanto, i collettivi dovrebbero evitare di farsi la guerra. Vedo continuamente troppe battaglie ideologiche, troppo egocentrismo, come se detenessero la verità assoluta sui lavori di Tolkien; altri ancora portano avanti crociate devote al nulla. Un po’ presuntuoso, direi. Ci vuole un comune intento di collaborazione e allineamento dei propositi. Creare qualcosa di grande, di sinergico, produrre un contenitore in cui ognuno di noi metta a disposizione la propria arte, e i propri contributi in modo disinteressato. Parlo di una collettività unica. Forse, un’utopia?! Chissà?! Per ciò che riguarda me, cerco sempre di mettere a disposizione la mia arte innervando diversi elementi di Tolkien, per esempio in molti miei stage a tema. Speriamo le cose migliorino.

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Pearl, la storia dietro a un’opera

Torniamo brevemente su Sir Gawain e il Cavaliere Verde con Perla e Sir Orfeo, con una parentesi dedicata da Giuseppe Scattolini al secondo poema del terzetto. L’episodio qui raccontato testimonia una volta di più come un episodio fortuito può rivelare particolari notevoli sul Professore e sul frutto delle sue attività letterarie.


 

Introduzione

Cari amici Cavalieri e Tolkieniani Italiani,

oggi ci tengo a presentarvi un testo che mi è capitato in mano per caso, il “Pearl” curato da Gordon, e che Tolkien studiò approfonditamente. Mi è capitato di acquistarlo in un’asta assieme ad altri testi di Tolkien: non potete capire la mia gioia e la mia sorpresa quando l’ho ricevuto e ho visto che era una prima edizione!

Io non sono purtroppo né un vero collezionista né un vero studioso di Tolkien: faccio un po’ tutte e due le cose per passione, perché mi piace tenere dei libri in casa, avere edizioni diverse delle sue opere, e naturalmente anche leggerle e cercare di capirle. Non sono però né l’uno né l’altro: non ho il tempo da dedicare al collezionismo come sarebbe richiesto (comprare e vendere libri tenendo contatti con altri collezionisti), né ho in realtà quella passione, non del tutto. Inoltre, non mi sento uno studioso, perché seppure mi piace studiare e approfondire, amo farlo a modo mio e senza curarmi della “direzione” (imposta?) degli studi tolkieniani, soprattutto quelli esteri. Preferisco un sano e non pregiudiziale contatto col testo, leggendo qualche libro di critica ogni tanto, e soprattutto confrontandomi con gli appassionati come me: perché se leggo Tolkien è perché lo amo.

Penso dunque, e spero, che condividere questa mia scoperta inattesa possa far scoprire questo lato della persona di Tolkien e della sua vita di studioso a coloro che, in parte come anche me, non lo conoscono o lo conoscono poco: è un mio desiderio, più volte espresso, che il Professore venga mano a mano compreso interamente, non solo tramite Il Signore degli Anelli o la Terra di Mezzo, ma anche per via della sua vita, dei suoi studi e delle sue altre opere non legate al legendarium, di cui tanto Frodo quanto Beren fanno parte.

 

Tolkien, il Pearl e le edizioni del poema

Pearl” (“Perla”) è il titolo di un’opera scritta in Medio Inglese nel verso allitterativo dell’epoca. Il suo autore è contemporaneo del più famoso Chaucer, autore dei Racconti di Canterbury, e ci collochiamo quindi nel XIV secolo inglese. L’altra grande opera per cui l’anonimo del Pearl è noto è il “Sir Gawain and the Green Knight” (“Sir Gawain e il Cavaliere Verde”).

Tolkien conobbe quest’opera per la prima volta durante i suoi studi alla King Edward’s School, e fece parte anche del curriculum di Leeds dove Tolkien insegnò, e stessa cosa ad Oxford.

Fu proprio negli anni di Leeds che Tolkien collaborò con E.V. Gordon per pubblicare nel 1925 l’edizione critica del Sir Gawain and the Green Knight. Gordon poi, mentre Tolkien si trasferì ad Oxford, proseguì da solo il suo lavoro sul Pearl, e non lo completò fino al 1937.

Fu allora che si rimise in contatto con Tolkien al fine di avere un suo aiuto per migliorare il lavoro. Il testo che venne fuori dalla revisione era troppo lungo per la pubblicazione, e c’era bisogno di fare dei tagli. Tolkien in parte si oppose, e Gordon scrisse a Sisam, l’editore, che ci sarebbe voluto del tempo prima che si fosse riusciti a fare quanto richiesto.

Fu allora che, il 19 luglio del 1938, Gordon morì. Tolkien prese su di sé tutti gli impegni accademici del suo defunto amico, tra cui la curatela del Pearl. Tuttavia, il Pearl stesso rimase congelato: come sappiamo, Tolkien all’epoca lavorava a Lo Hobbit e a Il Signore degli Anelli, aveva i suoi problemi familiari, perenni problemi economici, figli in guerra (era nel frattempo scoppiata la Seconda Guerra Mondiale) e non ultimo un pollaio cui badare. Così, il lavoro non riprese fino alla metà del 1947, in cui la vedova Gordon, Ida, prese in mano le redini dell’edizione critica mettendosi al lavoro lei stessa, e pungolando Tolkien per giungere a completarla. Collaborando assieme all’editore Kenneth Sisam, in vista anche dei tagli richiesti, si giunse alla pubblicazione del testo nel 1953. Tolkien rifiutò di mettere il suo nome di co-curatore dell’opera assieme a E.V. Gordon in onore del ricordo del suo carissimo amico e collega, ma sappiamo che suo è il lavoro di revisione del testo critico e di parte dell’introduzione, soprattutto quella dedicata all’interpretazione dell’opera secondo allegorie e simbolismi.

Dopo la morte di Tolkien stesso nel 1973, suo figlio Christopher si dedicò alla pubblicazione della traduzione di Tolkien stesso in inglese corrente del Pearl, assieme al Sir Gawain e al Sir Orfeo. Secondo Scull e Hammond tale traduzione di Tolkien del Pearl risale al 1925-26, ma la pubblicazione postuma di Christopher è del 1975 (prima del Silmarillion del 1977). Qui il terzogenito di Tolkien ci restituisce queste tre traduzioni di Tolkien di testi per lui preziosissimi, mettendo come introduzioni del Sir Gawain e del Pearl le parole di Tolkien stesso (per il Pearl le parole sono quelle dell’introduzione dell’edizione critica del ’53), scrivendo lui invece due parole per il Sir Orfeo.

 

Conclusioni

Ciò che mi ha sorpreso di più quando ho letto per la prima volta di queste cose nel volume di Scull e Hammond è che Tolkien non volle mettere il suo nome accanto a quello del defunto suo amico Gordon, affinché solo a lui e al suo ricordo fosse attribuito ogni merito.

Io non nascondo mai come e quanto ami Tolkien come persona. Mi viene detto che così si rischia di farne un santino, senz’ombre e senza peccato, ed è vero, ma ciò non cambia il dato di fatto che un uomo normale, coi suoi difetti e le sue piccolezze, possa essere ammirato per certi suoi tratti. Perché se è vero che tentò di ruffianarsi l’editore Collins e si fece mandar via dalla Allen&Unwin per lo stesso motivo, pubblicare Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli insieme (e possiamo capire quanto pazzo editorialmente questo sia, per quanto non del tutto privo di senso da un punto di vista testuale), ci sono invece degli autentici momenti in cui si vede quanto grande fosse la sua persona. Quando ad esempio aiutava gli studenti invitandoli a casa propria e perdendo del tempo prezioso per loro; quando scriveva le storie per i suoi figli e si dedicava con loro ai giochi, come documentato da Oronzo Cilli e le sue ricerche sui trenini; oppure quando scriveva, cercando di rispondere sempre a tutti coloro che cercavano il suo consiglio e i suoi chiarimenti; od infine il suo amore di padre per i figli e la moglie, e di amico per i suoi amici.

La cosa davvero bella è che i valori che Tolkien ci trasmette nelle opere sono gli stessi che lui cercava di vivere nella sua vita: ecco perché disse che col Signore degli Anelli aveva aperto il suo cuore. Lo aveva fatto davvero.

Dunque, in conclusione, penso che questo testo in Italia edito da Mediterranee, Sir Gawain e il Cavaliere Verde con Perla e Sir Orfeo, non possa mancare nelle biblioteche di nessun tolkieniano: posso assicurarvi che vi stupirete perché, citando quel che dice Tolkien a proposito del Pearl, “il tema dottrinale è non separabile dalla forma letteraria del poema e dall’occasione che l’ha originato”.

 

Bibliografia

J.R.R. Tolkien, Sir Gawain and the Green Knight, London, Harper Collins, 2006; tr. it. a cura di Sebastiano Fusco, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Roma, Mediterranee, 2009.

J.R.R. Tolkien, The Letters of J.R.R. Tolkien, London, Harper Collins, 2006; tr. it. a cura di Lorenzo Gammarelli, Lettere 1914/1973, Milano, Bompiani, 2018.

E.V. Gordon (edited by), Pearl, London, Oxford University Press, 1953.

Christina Scull & Wayne G. Hammond, The J.R.R. Tolkien Companion and Guide, Reader’s Guide Part II, London, Harper Collins Publishers, 2017.

Oronzo Cilli, Tolkien, I treni e due scoperte: Meccano e Hornby, da https://tolkieniano.blogspot.com/2017/11/tolkien-i-treni-e-due-scoperte-meccano.html.

Humphrey Carpenter, J.R.R. Tolkien. A Biography, tr. it. a cura di Franca Malagò e Paolo Pugni rivista da Andrea Monda, J.R.R. Tolkien. La biografia, Torino, Lindau, 2009.