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Tolkien all’università: convegno a Macerata

Siamo lieti di annunciare un passo davvero importante per la nostra attività culturale: avremo modo di compartecipare nientemeno che a un convegno universitario, nato dalla nostra collaborazione con Tolkien nelle Marche, I Cavalieri del Mark e l’Unimc / Università degli Studi di Macerata assieme ai suoi docenti. L’obiettivo primario è quello di trattare nella sede più opportuna per un grande classico letterario i grandi temi principali che esso tratta, primo fra tutti il problema delle traduzioni e il ruolo delle lingue nel quadro complessivo dell’opera. Ce ne parla colui al quale si deve gran parte del lavoro preparatorio, Giuseppe Scattolini.


Il titolo migliore che si potrebbe dare a questa iniziativa che sto per presentare ai Tolkieniani di tutta Italia è “un convegno a lungo atteso”.

Nel nostro paese abbiamo cinquant’anni di storia tolkieniana alle spalle. Anche qualcosa di più, se contiamo il, purtroppo fallito, progetto di Astrolabio del 1967. Staremmo qui oggi a raccontarci una storia molto diversa se non fosse stata proprio Rusconi, casa editrice identificata con la destra italiana dell’epoca, a prendere in mano le redini delle pubblicazioni di Tolkien: questo nel 1970 polarizzò molto la lettura e i lettori di Tolkien. La stessa storia d’Italia è vittima di questa polarizzazione in quanto è stata divisa al suo interno per più di quarant’anni dalla cortina di ferro: recentemente abbiamo festeggiato e ricordato la caduta del muro di Berlino del 1989, ma dobbiamo chiederci di nuovo oggi se quel muro sia davvero caduto anche nelle nostre menti e nei nostri cuori. Penso che, a partire dai commenti e dal clamore suscitato dalla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’Anello di Ottavio Fatica, ciascuno possa dare una sua risposta a questo interrogativo.

La verità è che il popolo tolkieniano italiano, il popolo dei Tolkieniani Italiani, ha fame e sete di un dibattito critico, apolitico e scientifico su Tolkien. Non solo sulla nuova traduzione di Fatica: essa è transeunte. Entro qualche anno Il Signore degli Anelli potrebbe avere tante traduzioni quante ce ne sono oggi per gli altri grandi classici della letteratura. Ciò che noi dobbiamo invece favorire è la nascita di un grande dibattito scientifico su tutte le opere di Tolkien, affinché le future generazioni studino il Professore di Oxford e Leeds nelle riduzioni cinematografiche, attraverso le traduzioni, come grande autore della letteratura inglese e classico della letteratura mondiale, come filosofo, come teologo, come persona, come cattolico, come linguista, come filologo. Questo perché le nuove generazioni leggano e studino Tolkien in lingua originale ed al fine della formazione di traduttori che conoscano i testi così bene da fare non una, ma dieci nuove traduzioni di Tolkien, in cui tuttavia traspaia l’amore e la conoscenza del testo e dell’autore. Questo significa preparare una nuova generazione di traduttori, oltre che di filologi e studiosi e critici accademici di livello universitario specializzati su Tolkien e sui suoi testi.

Questa è la verità, l’intento e l’obiettivo consapevole che ha questo convegno all’università di Macerata organizzato dai Tolkieniani Italiani in collaborazione con le due associazioni dei Cavalieri del Mark e della Società Tolkieniana Italiana, nonché l’università stessa: affinché non si possa più dire che esistono fazioni e tifoserie con ideologie preconcette nel mondo tolkieniano, ma conti solo il dibattito scientifico.

Questo sarà il primo convegno tolkieniano in Italia in cui il mondo associazionistico dialoga con quello universitario, alla scoperta di tanti accademici e professori innamorati di Tolkien. Sarà anche un convegno accreditato: gli studenti di tutto il dipartimento di studi umanistici di Macerata potranno ottenere crediti universitari con Tolkien, grazie ai quali arriveranno alla laurea. Questa sarà solo la prima di molteplici iniziative annuali con le università che i Tolkieniani Italiani hanno intenzione di portare avanti. È un’iniziativa, tra l’altro, molto diversa dal seminario sulle lingue inventate di cui abbiamo avuto recentemente notizia dall’università di Torino: ivi si parlerà in generale di lingue inventate e Tolkien verrà, come usualmente viene fatto, accostato ad altri inventori di lingue, che tuttavia non hanno fatto un lavoro filologico, linguistico-storiografico, filosofico e teologico legato alle lingue come il suo. La nostra proposta è più completa ed, a parer nostro, più adeguata a Tolkien, in quanto lo fa valere per sé e non nel contesto solito in cui viene inserito del fantasy o della fantascienza.

Alcuni relatori del convegno sono noti al mondo tolkieniano, altri meno, ma li presenteremo più avanti. Per ora ecco il programma completo dell’evento, che sarà trasmesso integralmente in diretta sulla web radio La Voce di Arda:

4 dicembre

15.00 – 15.30 saluti iniziali

15.30 – 16.00 Maurizio Migliori – Un capolavoro rifiuta una lettura unilaterale

16.00 – 16.30 Francesca Raffi – La Compagnia dei Traduttori: Le lingue di Tolkien sullo schermo tra sottotitoli e doppiaggio

16.30 – 17.00 dibattito

17.00 – 17.15 pausa caffè

17.15 – 17.45 Anton Giulio Mancino – Le compagnie cinematografiche degli Anelli

17.45 – 18.15 Diego Poli – L’invenzione linguistica in Tolkien

18.15 – 19.00 dibattito

5 dicembre

(mattino)

9.00 – 9.30 Francesca Chiusaroli – Contro l’arbitrarietà: un’idea di glottopoiesi in A secret vice di Tolkien

9.30 – 10.00 Gianluca Comastri – La subcreazione linguistica di Tolkien; tra filologia, invenzione e ricostruzione

10.00 – 11.00 dibattito

11.00 – 11.15 pausa caffè

11.15 – 11.45 Marco Respinti – 25 marzo T.E., la distruzione dell’Unico Anello

11.45 – 12.15 Andrea Ghidoni – «À propos di ciuffolotti»: leggende medievali e legendarium nell’epistolario di J. R. R. Tolkien

12.15 – 13.00 dibattito

(pomeriggio)

15.00 – 15.30 Vittoria Alliata di Villafranca – Tradurre e non tradire: il rispetto filologico e spirituale di un autore

15.30 – 16.00 Oronzo Cilli – Prima de Lo Hobbit: Tolkien l’esperantista

16.00 – 17.00 dibattito

17.00 – 17.15 pausa caffè

17.15 – 17.45 Davide Gorga – Realtà è Fiaba. L’uomo come sub-creatore

17.45 – 18.15 Luisa Paglieri – Tom Bombadil e il suo linguaggio

18.15 – 19.00 dibattito

6 dicembre

9.00 – 9.30 Martina de Nicola – Memoria passata e memoria attualizzata nelle opere di J.R.R. Tolkien

9.30 – 10.00 Luca Manini – La parola come argine al caso: William Morris e J. R. R. Tolkien

10.00 – 11.00 dibattito

11.00 – 11.15 pausa caffè

11.15 – 11.45 Chiara Nejrotti – Simbolo e allegoria in Tolkien. Una possibile chiave interpretativa

11.45 – 12.15 Greta Bertani – La battaglia del campo orientale: commistioni di elementi classici e cattolici nel giovane Tolkien

12.15 – 13.00 dibattito conclusivo

Partecipano al dibattito: Chiara Bertoglio, Costanza Bonelli, Francesca Montemagno e Giovanni Carmine Costabile.

Il convegno si terrà presso la Aula A Shakespeare della sede didattica “G. Tucci” dell’università di Macerata in via Cavour, 2.

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Lingue elfiche su web radio, oggi al via

Gli appassionati dell’argomento ricorderanno di certo il Primo corso di lingue elfiche, tenuto da Gianluca Comastri del gruppo culturale Eldalië a Bologna e Modena nel 2016. Nel capoluogo felsineo l’appuntamento fu organizzato dallo smial bolognese Overhill, i Sopracolle, in cinque partecipatissime serate a cadenza mensile, da gennaio a maggio, presso il Caffé Letterario Notturno Sud di via del Borgo di San Pietro 123: sotto la Ghirlandina ebbe invece luogo presso l’Istituto Filosofico di Studi Tomistici in collaborazione con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, sempre in cinque serate ma con cadenza settimanale da marzo a maggio dello stesso anno.

Il corso approda da oggi sulla webradio La Voce Di Arda (https://www.spreaker.com/user/simoneclaudiani), tenuto sempre da Gianluca Comastri. Si prevede una puntata ogni mese, fino al Tolkien Reading Day del marzo 2020. La diretta inizierà questa sera alle ore 21.00 ma sarà allestito un podcast in cui verranno caricate tutte le puntate del corso, per una comoda fruizione offline, a beneficio di chi non potesse mettersi in ascolto durante le dirette.

Il corso sarà la base da cui partire per tenere tante altre lezioni in futuro, in cui verrà illustrata la poetica del Professore a partire dalle lingue da lui ricostruite per poi esplorare tanti altri piani di lettura del suo ricchissimo corpus.

Per chi ha un account Facebook, è stato creato l’evento dedicato: https://www.facebook.com/events/657772594733388/

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Tolkieniani Italiani – intervista a Cristina Casagrande

Il Tolkien 2019 a Birmingham non è stato solo un simposio, un festeggiamento dei 50 anni della Tolkien Society con svariate presentazioni, discorsi, esibizioni, mostra d’arte e musica. È stata una interazione generale, dagli studenti fino ai più importanti nomi del mondo tolkieniano di tutto il mondo. È stato uno scambiarsi di esperienze e informazioni che ha permesso di arricchire ancora di più questa passione comune, l’amore per la Terra di Mezzo.

Qui Giuseppe Scattolini ha conosciuto Cristina Casagrande, giornalista brasiliana, tolkieniana, scrittrice, traduttrice e madre che con molta simpatia e gentilezza ci ha concesso questa intervista. Per la foto di copertina si ringrazia Anderson Timóteo.


Cristina, ti ringraziamo in nome dei Tolkieniani Italiani e della Società Tolkieniana Italiana per averci concesso questa intervista la cui idea nasce da una breve chiacchierata a Birmingham con uno dei nostri amici, Giuseppe Scattolini.

Sono io che devo ringraziare per la vostra attenzione.

Raccontaci un po’ di te. Chi è Cristina Casagrande?

Sono brasiliana, compio 37 anni l’8 settembre, sono sposata e ho un bambino di 5 anni che si chiama Francisco. Sono laureata in Giornalismo e Lettere con specializzazione in Letteratura Comparata, avendo come oggetto di studio le opere di J.R.R. Tolkien. Oggi continuo la mia ricerca in letteratura tolkieniana come dottoranda all’Università di San Paolo, Brasile.

La tua passione tolkieniana, che ti ha portata dal Brasile all’Inghilterra: quando è nata e come?

Ho viaggiato a Birmingham per uno scopo accademico. È stato il mio primo viaggio internazionale come ricercatrice nella zona. La mia intenzione era di ascoltare ciò che la gente mi diceva, conoscere l’ambiente a livello internazionale e portare con me buone riflessioni per maturare la mia ricerca.

Quanto è importante Tolkien per te?

Beh, mi ha cambiato la vita. Racconto un po’ la storia nella lettera di accompagnamento del mio libro “L’amicizia ne Il Signore degli Anelli“. All’inizio, ho iniziato a promuovere l’idea di perseguire un master nel campo della letteratura. Poi è venuta l’idea di studiare l’amicizia nella letteratura, concentrandomi sul pensiero aristotelico, più specificamente sull’etica nicomachea. Intendevo studiare un autore brasiliano, che si occupa, in gran parte, del nostro folklore, Monteiro Lobato. Ma non si adattava bene a quello che volevo.  Avevo già letto Tolkien e visto gli adattamenti cinematografici, ma non avrei mai immaginato di studiarlo accademicamente. Un giorno di notte andai a guardare con mio marito le versioni estese dell’adattamento cinematografico de Il Signore degli Anelli, e poi mi venne in mente: era Il Signore degli Anelli che volevo studiare. Sono andata a parlare con la mia consulente per vedere se lei era d’accordo e ha accettato. Fu allora che decisi di studiare l’amicizia ne Il Signore degli Anelli come master in letteratura comparata. Di solito scherzo dicendo che non sono stata io a scegliere Tolkien, ma è stato Tolkien a scegliere me.

Come è stata la tua esperienza al Tolkien 2019 a Birmingham?

È stato fantastico, molto meglio di quanto potessi immaginare. È stata anche una grande immersione intellettuale, ludica e fraterna. Un vero regalo.

Abbiamo sentito che hai incontrato Dimitra Fimi, John Garth, Alan Lee, Tom Shippey… Com’è stato conoscere, interagire ed anche incontrare per caso una sera in discoteca i grandi nomi del campo contemporaneo tolkieniano?

Hahaha. Questa domanda è uno spasso. Ho trovato davvero bello vedere tutti lì, sono persone molto semplici e accessibili come te e me. Un grandissimo senso di unità.

A proposito di Tom Shippey e John Howe. Il mondo attende notizie sulla serie multimilionaria di Amazon Studios “Lord of the Rings on Prime”. Qual è la tua aspettativa per la serie?

Non riesco a immaginare molto bene, perché tutto sembra essere molto buio. Ho spesso una forte intuizione sulle cose, ma questa serie è stata una grande incognita per me. Onestamente, penso che nemmeno Tom Shippey ne sappia molto. Ci devono essere molti strati di segretezza lì. Ma di solito scherzo con i miei amici dicendo che mi piacerebbe molto partecipare alla sceneggiatura, se mi offrissero il lavoro. La mia ipotesi è che lavoreranno molto sulla corruzione umana e spero che sfruttino bene la versione più dubbia e seducente di Sauron come Annatar. Ho un po’ paura che travisino l’essenza di Tolkien. Perché anche se la Seconda Era riguarda personaggi più “grigi”, l’autore ha sempre chiarito cosa sia la virtù e quale sia la corruzione; spero che anche gli scrittori lo abbiano chiaro. Tolkien bevve da fonti medievali e dall’antichità greca nella sua concezione morale; da questo punto di vista è abbastanza diverso da George R.R. Martin, che ha una visione più postmoderna della moralità. Una delle maggiori preoccupazioni comuni è che abbiamo pochi elementi sulla Seconda Era e, inoltre, non è noto se potranno contare su Il SilmarillionRacconti Incompiuti e altri libri postumi. Se devono fare affidamento esclusivamente sulle appendici del Signore degli Anelli, per motivi di diritto d’autore, dovranno inventare ancora più di quanto avrebbero mai bisogno se potessero fare affidamento su questi libri, poiché la narrativa della Seconda Era non è così sviluppata come delle altre Ere.

Da quanto discusso anche a Birmingham, hai una vaga idea di cosa ci offrirà Amazon nel 2020/2021?

Credo che nessuno a Tolkien 2019 abbia idea di cosa potrebbe davvero accadere, potrei solo esprimere il mio pensiero. Sappiamo che Amazon si affida a Shippey per i “consigli”, ma lui non partecipa alla sceneggiatura, quindi il team creativo può chiedere quello che vuole e quando vuole e scegliere se seguirli o no. Spero sinceramente che ascoltino Tom Shippey molto bene, perché credo che permetterà all’essenza di Tolkien di non perdersi nell’adattamento. Ma all’evento Shippey non ha detto assolutamente nulla.
Sappiamo che anche John Howe parteciperà alla serie, quindi avremo qualche nozione di estetica se vogliamo affidarci alle sue illustrazioni. Ma Howe non era presente all’evento, quindi non ne so molto. Anche se ha già partecipato agli adattamenti diretti da Peter Jackson, penso che l’estetica sarà diversa, poiché la serie sarà incentrata sulla Seconda Era, e in questo periodo gli uomini Númenóreani appaiono come protagonisti, a differenza della Terza Era che è più “hobbitocentrica” dal punto di vista della narrativa letteraria.

Cosa ti piacerebbe vedere sullo schermo “on Prime”?

Mi piacerebbe vedere un Annatar ben esplorato e seguire il processo di forgiatura degli anelli (e anche dell’Unico Anello, ovviamente).

Cosa ti ha maggiormente segnato in questo viaggio in Europa e qual è stato il bagaglio personale che hai riportato a casa?

Wow, questo viaggio è stato molto speciale per diverse ragioni. Ma uno dei punti di forza è stato questo sentimento di comunione. Non importa la cultura e la distanza, siamo tutti molto simili. Sono tornata con più voglia di studiare e di concentrarmi maggiormente sui miei progetti.

Abbiamo parlato prima di Giuseppe Scattolini. Ha l’abitudine di chiamare Tolkien il “padre spirituale” dei Tolkieniani. Pensi che sia una definizione corretta?

Trovo che sia una bella espressione. Lo penso anche io, perché credo che ci sia un aldilà, e penso che dal cielo Tolkien stia suggerendo “se Dio vuole” di aiutare in qualche modo in questo grande progetto della comprensione dell’immaginazione umana a cui lui ha fortemente contribuito. Ma è importante chiarire che non credo assolutamente che l’ambiente tolkieniano assomigli a una religione. È solo un carisma che tocca più forte alcuni ed altri no.

I Tolkieniani sono tutti fratelli, figli di Tolkien?

Penso che metaforicamente possiamo dirlo. Ma sfortunatamente, a volte alcuni fratelli combattono, pensando di essere bambini più cari degli altri.

La notizia di ciò che HarperCollins Brasile sta facendo in Brasile è arrivata a noi. Cosa ne pensi del loro progetto di tradurre nuovamente Il Signore degli Anelli e le altre opere del professore e quanto pensi possa essere importante per la tua nazione?

Trovo il lavoro di HarperCollins Brasil ottimo. La perfezione non esiste, soprattutto quando si tratta di un’opera letteraria che si occupa di linguaggio. Ma offre un lavoro ben fatto e posso dire questo anche nei lavori a cui non ho partecipato. Questo perché ho lavorato come revisore (Beren e Lúthien e Il Silmarillion) e traduttrice di alcuni dei loro libri – ma in quest’ultimo caso in pubblicazioni minori al di fuori del Legendarium. Ci sono errori inevitabili e accidentali che la casa editrice corregge prontamente. C’è un comitato di traduzione per i libri del Legendarium composto da grandi specialisti come Ronald Kyrmse e Reinaldo José Lopes. Nessuno di loro prende la decisione da solo. Questa predisposizione al dialogo è ciò che ammiro di più nel lavoro di HarperCollins Brasile.

Siamo consapevoli del fatto che in Brasile ci sono state reazioni opposte e dibattiti accesi su questo progetto di Harper Collins Brasile e che la comunità brasiliana tolkieniana è grande e varia come il suo paese. Puoi rendere la situazione il più chiara e completa possibile per noi italiani?

La maggior parte dei gruppi brasiliani supporta la casa editrice, pur mantenendo una posizione critica salutare. Credo che il 90% dei gruppi di Tolkien che conosco sostengano HarperCollins Brasile, poiché vedono la serietà di redattori, traduttori e revisori nonché il loro dialogo e l’impegno per migliorare. Ci sono gruppi opposti, ma sono una minoranza. Esiste un portale di vasta portata in Brasile che si sforza di criticare la casa editrice in modo inutile perché non accetta opinioni divergenti – che sono abbastanza fondate e cercano di tenere conto della Guida alla traduzione che Tolkien ha scritto per Il Signore degli Anelli: questo portale dissonante finisce per trasmettere un’immagine negativa della casa editrice ai lettori e spettatori ignari. Ma il risultato non è efficiente, perché i libri di Tolkien pubblicati da HarperCollins in Brasile sono tra i più venduti tra le classifiche di vendita nazionali. Inoltre, i gruppi della Tolkien Society – smial, portali, canali YouTube, accademici, collezionisti e altri – tengono incontri faccia a faccia in tutto il paese e l’accettazione è sempre stata molto alta.
Credo che le critiche siano più che benvenute, sono necessarie. Ma devono essere pensate per cercare il meglio di noi stessi e degli altri. Ma ci sono critiche distruttive, che si basano nella vanità e sulla faida, guidate dalle passioni piuttosto che dal buon senso e queste non dovrebbero ricevere la stessa attenzione.

Permetti ora che ti poniamo una questione “filosofica” che ci riguarda molto da vicino, essendo anche l’Italia estremamente frammentata e divisa come il Brasile.
Pensi che sia possibile e fruttuoso riuscire a coordinare varie realtà tolkieniane di uno stesso paese ponendo come collanti la valorizzazione della diversità sul terreno comune di quei valori che Tolkien ci ha lasciato in eredità?

Adoro le domande filosofiche. Capisco che i paesi di origine latina tendono ad essere più passionali che razionali e forse è per questo che le discussioni possono sembrare più accese. Credo che una delle lezioni principali delle opere di Tolkien sia l’esaltazione degli umili. Cerchiamo di avere cuori “hobbiteschi” e impariamo ad ascoltare. Lasciamo che un Consiglio prenda le decisioni e non solo il nostro ego. Seguiamo coraggiosamente con il nostro senso del dovere. Alcuni potrebbero dimenticare che abbiamo fatto molti atti eroici e rimangono delusi quando ci ritiriamo davanti ad una prova ardua, ma la misericordia che abbiamo avuto su coloro che ci hanno fatto del maletrionferà.

Quali sono questi valori se ritieni che esistano?

Credo, altrimenti non starei studiando Tolkien. I valori sono molti, vorrei evidenziare alcune virtù: umiltà, responsabilità, generosità, amicizia, coraggio e misericordia.

Che cosa secondo te rende tanto amata un’opera incentrata sulla cultura nordeuropea in un paese latinoamericano, come il Brasile per esempio?

Credo che sebbene Tolkien fosse originariamente destinato a creare una mitologia per l’Inghilterra, alla fine creò una mitologia universale che tocca tutta l’umanità. Le storie della Terra di Mezzo finiscono per dialogare con persone di diverse realtà e culture.

Tolkienista: che cos’è e per chi è?

Nel 2016 stavo finendo il mio master ed ero un po’ triste di “abbandonare” il mio incontro quotidiano con J.R.R. Tolkien. Così ho deciso di creare un account Instagram chiamato Tolkienista, il che significa uno che studia Tolkien. Quest’anno ho deciso di perseguire un vecchio progetto che consisteva nel creare un sito Web che potesse portare notizie, condividere recensioni e analisi e altre questioni che coinvolgono Tolkien e altri autori di fiabe e fantasy. Io e alcuni amici scriviamo spesso su questo sito (Tolkienista.com). In particolare, vorrei evidenziare amici come Fernanda Correia, Eduardo Boheme e il professor Diego Klautau. Il sito è aperto a tutti i tolkieniani, e non, di buona volontà per pubblicare lì.

Parlaci del tuo libro “L’Amicizia ne Il Signore degli Anelli“. Cosa ti ha portato a scriverlo e pubblicarlo?

Il libro è il risultato della mia ricerca nel master. Porta alcuni elementi diversi della tesi, ma è nato sulla base di esso. Ho sempre voluto avere questo dialogo con la società e non lasciare che la ricerca si fermasse sugli scaffali dell’università. Sono estremamente grata di essere stato in grado di pubblicarlo. Grazie a molte persone, metto in evidenza qui la casa editrice Martin Claret che mi ha accolto a braccia aperte.

Cosa puoi dirci più accuratamente?

L’argomento è lo stesso della tesi: l’amicizia, avendo come base filosofica il libro di Aristotele Etica a Nicomaco. Esiste anche un approccio teologico, basato sulla Summa teologica di Tommaso d’Aquino, poiché gran parte della visione del mondo di Tolkien è cristiana. Fondamentalmente, Aristotele afferma che l’amicizia è reciproca benevolenza, e si verifica perfettamente tra coloro che sono buoni in sé stessi. Dal punto di vista religioso, questa amicizia viene da Dio in primo luogo, quindi la reciprocità esisterà sempre, perché Dio ci restituisce questa benevolenza, anche se gli altri non la corrispondono. Ne Il Signore degli Anelli tutto ciò è dimostrato sia dal punto di vista personale che politico. Gli hobbit, come gli altri membri della Compagnia e i loro amici, stanno crescendo in virtù e allo stesso tempo in amicizia.

C’è una traduzione all’estero?

Non ancora, ma c’è un forte interesse.

Hai avuto problemi a pubblicare il tuo libro?

L’ho inviato a diversi editori, quello che mi ha accolto a braccia aperte è stato Martin Claret. Sono stato molto ben accolta e prontamente accettata! A quel tempo, HarperCollins era appena partita in Brasile e le mie richieste sono rimaste prive di risposta. Era il 2017. Non avevano i diritti di Tolkien, e io sono andata con Martin Claret, che ha delle grandi pubblicazioni di libri classici.

E in quanto tempo sei riuscita a pubblicarlo? Dalla scrivania di casa agli scaffali dei negozi?

Due anni.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Ne ho alcuni. Posso sottolineare per ora che voglio leggere molto per fare un buon dottorato e magari pubblicare un nuovo libro. Sono disposta a tradurre il mio libro anche in un’altra lingua.

Vuoi inviare un messaggio ai nostri amici Tolkieniani Italiani?

Come quasi tutti i bravi brasiliani, mi porto nelle vene sangue italiano, quindi l’affetto per l’Italia è immenso per me. Non c’è da stupirsi che mi sia assicurata la partecipazione nelle presentazioni di Oronzo Cilli sulla mia griglia degli appuntamenti all’evento Tolkien 2019.
Vorrei che le nostre nazioni d’origine siano sempre amiche, nel senso più profondo del termine: desiderose di fare del bene l’una all’altra, frutto dell’abbondanza di bene che ogni nazione ha in sé.

Grazie ancora per averci concesso questa intervista.

Ti ringrazio, è stato un grande piacere poter collaborare.

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Tolkieniani Italiani – Intervista a Enrico Spadaro

L’intervista che proponiamo oggi presenta non solo un valente studioso ed esperto: andiamo anche a riproporre un frammento del recente Tolkien 2019, in quanto Enrico Spadaro ha tenuto una relazione proprio nell’ambito del grandioso evento britannico – nel corso del quale la presenza italiana si è distinta sia per il numero dei partecipanti sia per la qualità degli interventi proposti. Giuseppe Scattolini lo ha avvicinato proprio a Birmingham e, nei giorni successivi, gli ha posto alcune domande sia sull’evento in sé che di carattere più generale: ne è scaturita la conversazione che qui presentiamo, a sua volta ricca di spunti interessanti.


Grazie Enrico per aver concesso questa intervista ai Tolkieniani Italiani e alla Società Tolkieniana Italiana. È stato un piacere per me conoscerti a Birmingham ed un onore aver parlato con te da paro a paro nonostante la grande differenza di preparazione e di titoli di studio che ci separa. Vorrei iniziare una serie di domande, per cominciare, sulla tua storia personale, e prima di tutte la domanda regina: come hai conosciuto e ti sei innamorato di Tolkien?

Innanzitutto lasciami dire che i titoli di studio sono meri pezzi di carta, se poi non si dimostra concretamente il proprio valore o non si è in grado di farne buon uso – basta vedere i numerosi partecipanti al Tolkien 2019, che “professionalmente parlando” appartenevano a un altro ambito rispetto a quello letterario e più specificatamente “tolkieniano”. Ho conosciuto Tolkien quasi 20 anni fa, grazie – adesso forse mi duole dirlo – a Peter Jackson: avevo 10 anni e con la scuola andammo al cinema a vedere La compagnia dell’Anello, di cui ignoravo l’esistenza data la giovane età. Pur non capendo molto riguardo ad alcuni nomi o ai riferimenti al Silmarillion – forse solo le versioni estese dei film permettono una comprensione migliore a chi non è affine al mondo di Tolkien – rimasi impressionato da certe scene, dai personaggi di Legolas e Aragorn e chiaramente curioso di sapere come sarebbe proseguito il viaggio verso Mordor. Venni a sapere che il mio vicino di casa possedeva la versione in cartone animato e me la prestò: poi, avvicinandosi il mio compleanno, chiesi a mio padre di leggere il romanzo di Tolkien, ignaro di quanto grosso e ingombrante potesse essere. Ma aperto il pacchetto, ero emozionato, forse più di Smeagol, davanti al “mio regalo di compleanno”. Tre mesi mi ci vollero per leggere Il Signore degli Anelli, ma da lì non mi sono più fermato, e a poco a poco, da Lo hobbit a Il Silmarillion, la mia libreria tolkieniana è andata sempre più espandendosi.

Raccontaci ora un po’ di te: un italiano che vive, studia e lavora in Francia si ritrova al 50° anniversario della Tolkien Society: cosa studi e dove, come sei finito in Francia e come a Birmingham?

Come tesi di laurea per il corso magistrale in Traduzione Letteraria e Saggistica presso l’università di Pisa ho tradotto in italiano il racconto The Lost Road di Tolkien e volevo continuare i miei studi. Allo stesso tempo avevo vinto il concorso per lavorare come assistente di lingua italiana in Francia nell’Académie d’Aix-Marseille, allora ho chiesto di essere ammesso in dottorato in Studi Inglesi presso l’Università di Aix-Marseille e l’anno scorso ho discusso la tesi. Durante le fasi di stesura di tale tesi, La littérature-monde de J.R.R. Tolkien: discours et pertinence d’une oeuvre originale, sono venuto a conoscenza di Tolkien 2019 e ho mandato un abstract che è stato accettato per cui mi sono ritrovato a Birmingham.

Raccontaci qualcosa della Francia: conosci la Società Tolkieniana Francese e i tolkieniani francesi o intrattieni rapporti solo con gli inglesi?

Conosco più che altro il sito Tolkiendil, in cui fan e letterati francesi scrivono e commentano a proposito dell’opera di Tolkien e ho avuto modo di conoscere e discutere con Vincent Ferré, docente a Parigi e grande esperto nonché studioso del mondo di Tolkien. Inoltre ho partecipato nel 2017 a un convegno di giovani ricercatori alla Scuola Normale di Parigi, rue d’Ulm, in cui Tolkien è stato uno dei temi più trattati. Una delle partecipanti a tale convegno era presente pure a Birmingham in quanto collaboratrice di Tolkiendil.

Riguardo le nuove traduzioni che stanno uscendo in Francia e la casa editrice e i suoi traduttori, cosa ne pensi? Sono edizioni fedeli e ben fatte delle opere di Tolkien, filologicamente parlando?

Ho avuto modo di leggere solo le traduzioni di alcune parti de Il Signore degli Anelli e mi sembrano abbastanza fedeli, inoltre per quanto riguarda la History of Middle-earth in Francia hanno tradotto fino al quinto libro, sebbene gli studi e il dibattito su Tolkien restino più o meno sugli stessi livelli che in Italia.

Ritieni, di conseguenza, che l’uscita il 3 ottobre della nuova traduzione francese de Il Signore degli Anelli sia una cosa positiva? La questione delle traduzioni delle opere tolkieniane ha mai innescato diatribe o polemiche?

Le traduzioni invecchiano, quindi è necessario sempre lavorare su nuove versioni per la fruizione dei lettori e sono contento che si lavori su questo campo. Le diatribe oltralpe sono state di minore intensità rispetto all’Italia, sebbene sulle prime versioni francesi di Tolkien ci sarebbe tanto da dire, per esempio su alcune espressioni presenti ne Lo Hobbit (Bilbo le hobbit), come “Dieu sait”, un po’ anacronistico e incoerente per la Terra di Mezzo (risata sarcastica).

A Birmingham hai portato una relazione dal titolo To the origins of fairy-tales su Giambattista Basile e Lo cunto de li cunti. Spiegaci chi è Basile, perché hai ritenuto di tenere una conferenza su questo autore e il suo testo e il motivo per cui secondo te sono legati a Tolkien e possono negli studi tolkieniani gettare nuova luce sul Professore.

Durante la stesura della mia tesi, leggevo per piacere Lo cunto de li cunti e ho trovato molti spunti di riflessione, nonché svariati punti in comune con la concezione delle fiabe che Tolkien fa nel suo omonimo saggio. Ho cercato di approfondire tale aspetto in uno dei capitoli finali della mia tesi, anche in relazione alle mie origini meridionali e al mio amore per la cultura napoletana. Basile, ed è lo stesso Grimm a dichiararlo, è il primo che mette per iscritto alcune delle fiabe più famose della cultura europea, prima fra tutte Cenerentola, quindi il suo contributo per lo sviluppo e la diffusione del genere è evidente. La funzione di evasione delle fiabe, il viaggio da un mondo conosciuto verso mondi secondari, uno scopo pedagogico e d’intrattenimento sono solo alcuni degli elementi che si riscontrano nell’opera di Basile – come spiego nel mio intervento – e mi sembra che Tolkien sia stato colui che meglio li ha espressi nel secolo scorso, così come l’autore napoletano l’aveva fatto nel ‘600. Durante la discussione della tesi di dottorato, il capitolo su Basile è stato a malapena citato dai membri della commissione, il che mi aveva piuttosto deluso e dimostrava la loro “ignoranza” in materia. Quando ho saputo che la mia proposta per Tolkien 2019 era stata accettata, sono rimasto piacevolmente sorpreso e la possibilità di rendere omaggio a Basile e di esporre tale tema – a me piacciono tanto i paragoni in letteratura – è stata gradita.

In conclusione, ringraziandoti ancora: quali sono i tuoi presenti e futuri progetti di studio? Sono in qualche modo legati a Tolkien o ti porteranno a Tolkien solo come “interesse privato”? Tolkien è il tuo “vizio segreto” o è e sarà dichiaratamente il tuo ambito di studi?

Tolkien è chiaramente entrambi: per ora sto lavorando in Francia come insegnante, ma il desiderio sarebbe quello di continuare nella ricerca del mondo di Tolkien, in ambito accademico. Ho di recente avuto conferma di una borsa postdottorale presso l’università di Tübingen in Germania, da marzo a settembre prossimi. Il progetto di ricerca riguarda Tolkien, e sono previsti anche degli insegnamenti con tema Tolkien, scrittore e artista. Non è che un punto di partenza, ma chissà cosa riserverà il futuro, e quali saranno le tappe del viaggio. L’imprevedibilità può spaventare, ma bisogna varcare la soglia e vivere le avventure che si presentano.

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Tolkieniani Italiani – Intervista a Chiara Bertoglio

Nata a Torino, Chiara Bertoglio è una pianista, musicologa e teologa italiana. Si è diplomata al conservatorio di Torino, all’Accademia di Santa Cecilia e in Svizzera ed è stata allieva di musicisti famosi. Ha tenuto concerti in Italia e in molti paesi esteri. Si è inoltre laureata come musicologia alla Ca’ Foscari di Venezia e come teologa all’università di Nottingham in Inghilterra. È autrice di parecchi saggi di argomento musicale (Bach, Mozart, la musica in epoca romantica) e ha scritto anche su temi religiosi, nonché sui rapporti tra religiosità e musica. Collabora con testate giornalistiche e, in campo tolkieniano, ha scritto un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Tolkien Studies. La intervista per noi Luisa Paglieri.


Cominciamo con la domanda più classica: parlaci di Chiara Bertoglio.

Sono una donna di 36 anni, di origini piemontesi e istriane: un melting-pot di culture e tradizioni che ha influenzato molto la mia vita. Sono una musicista (suono e insegno pianoforte), musicologa (studio la storia e la filosofia della musica) e teologa. Vivo a Torino, dove godo della compagnia preziosa dei miei genitori, persone meravigliose da cui continuo ad imparare tantissimo. Ma la cosa forse più importante di me è che sono, e soprattutto cerco di essere, cristiana.

Cosa piace a Chiara nella vita? La musica, certo. Poi?

Tantissime altre cose! La fede e la spiritualità; l’amicizia; la natura; i libri; le feste e i regali (soprattutto da fare, più ancora che da ricevere); i bambini; e… i formaggi! Scherzi a parte, come tutte le persone sono sempre in ricerca delle cose che mi danno vita, felicità e bellezza; e anche se tante volte, come tutti, sbaglio nel cercare la felicità dove essa non abita, o dove abitano “minuscole” felicità di piccolo cabotaggio, in fondo la cosa bella è proprio il cercare di volgersi verso ciò che appaga e riaccende, nello stesso tempo, il nostro desiderio di felicità e di infinito.

Chiara Bertoglio, musicista. Tolkien, filologo e letterato. Perché vanno d’accordo?

Per diversi motivi! Da un lato, sul piano forse più semplice, potrei dire (fatte tutte le debitissime proporzioni, e si parva licet…) che Tolkien amava la musica almeno quanto io amo la letteratura; i suoi libri traboccano di canzoni, di momenti “musicali”, e io, nel mio piccolo, sono raramente tanto felice quanto quando ho tra le mani un buon libro. Su un piano più profondo, ammiro moltissimo, di Tolkien, il modo in cui ha saputo rivelare la bellezza della fede cristiana, e questo è uno dei miei obiettivi nella vita (per quanto non riesca quasi mai a raggiungerlo!). Non si tratta di “abbellire” il cristianesimo, che è già infinitamente bello di suo perché è Bello il Cristo stesso (anzi, noi cristiani spesso riusciamo solo a sfigurare questa bellezza!); ma si tratta di cercare di rivelare e di mostrare questa “bellezza antica e sempre nuova” (come diceva s. Agostino) con i modi, le parole, i gesti e le tematiche che appassionano gli uomini e le donne di oggi. Nel mio piccolissimo, cerco di farlo con la mia musica e i miei scritti; nel suo grandissimo, Tolkien ci è riuscito perfettamente!

Tu hai conosciuto e apprezzato altri autori di genere fantastico prima di conoscere Tolkien. Vuoi parlarcene? E perché poi ti sei avvicinata a J.R.R.T? Devo confessare che in questo senso ho un certo ricordo personale… il discorso che facemmo un’estate in montagna. Tu ammettesti di non conoscere il Nostro. Ma un anno dopo o giù di lì ti rincontrai ad una festa tolkieniana…

Hai proprio ragione! Devo dirti un grande grazie per avermi incoraggiata ad avvicinarmi alla produzione di J.R.R.T! Effettivamente, all’epoca in cui ci parlammo “su tra le vette”, ero molto appassionata di… Harry Potter e non avevo mai letto nulla di Tolkien. Avevo visto i famosi film della trilogia, più che altro perché invitata e convinta da mio fratello e da un ragazzo che a quell’epoca mi piaceva, ma confesso che non mi avevano appassionata soverchiamente. La passione tolkieniana è nata invece quando finalmente mi sono decisa ad aprire i suoi libri – un giorno, sul treno, scaricando un ebook… – e da allora non mi ha più lasciata. In ambito fantastico, anche se di tipo molto diverso da Tolkien, avevo sempre amato molto anche gli scritti di Buzzati e di Borges.

Secondo te, Tolkien parla al mondo di oggi? Al di là del successo commerciale, intendo. La gente recepisce altri contenuti più profondi?

Domanda da un milione di dollari… Effettivamente, come dici tu, i dati “economici” sembrerebbero dire un grandissimo “sì”, ed anche il pullulare di manifestazioni a tema, gruppi Internet, giochi di ruolo etc. sembrerebbe confermare l’impressione. Quanto, tuttavia, le persone vadano oltre allo spettacolare; quanti “tolkieniani” abbiano letto Tolkien (e cosa abbiano letto dei suoi scritti); e, soprattutto, quanto oltre la superficie si spingano, non lo so. Essendo però una persona molto propensa a cercare il bene intorno a sé più che a stracciarsi le vesti per il male, mi viene da dare una risposta moderatamente positiva ed appassionatamente speranzosa: che, cioè, i libri, o anche solo i “temi” tolkieniani, possano contribuire, anche inconsapevolmente, a suscitare interrogativi, incoraggiare valori, riaccendere quella sete di infinito e di bontà che, come dicevo, ogni essere umano porta in sé. In altre parole, un adolescente o giovane di oggi può forse scoprire le grandi domande della vita sotto la guida del “professore”, anche se ha aperto i suoi libri o visto i suoi film più che altro per godersi le battaglie con gli orchi!

Da bambina Chiara leggeva le fiabe? Tolkien, Lewis, Chesterton parlano molto di fiabe… hai mai smesso di leggerle?

Leggevo e leggo! Come ti dicevo, i libri sono i miei grandissimi amici. Ne leggo tantissimi, molti dei quali per studio e ricerca – e si tratta normalmente di saggi accademici, spesso non proprio appassionanti. Ma anche per i miei momenti di evasione ricorro quasi sempre ai libri, cercandovi dei racconti e delle esperienze in cui immedesimarmi, oppure, al contrario, in cui scoprire punti di vista e vicende molto diverse dalla mia vita. Ho avuto la grandissima fortuna di essere educata alla lettura dai miei genitori: fra i miei primissimi ricordi di infanzia ci sono mia mamma e mio papà, seduti all’indiana sul parquet della mia cameretta, con me accovacciata fra le loro gambe, e un libro aperto in mano, di cui mi leggevano le vicende. Crescendo, sono cambiati i tipi di “fiabe” e di mondi “fantastici”: come dicevo, per un po’ mi sono molto appassionata a Harry Potter, ma, in un certo senso, considero “fiabe” anche quelle di altri autori che ho letto voracemente: P.G. Wodehouse, con i suoi mondi apparentemente così “reali”, ma in fondo così incantati; Jules Verne, di cui da ragazzina ho letto quasi tutto; Carlo Goldoni, che mi faceva immaginare il mondo veneziano del Settecento in cui amavo sognare di vivere; ma anche la stessa Agatha Christie, con il villaggio di St Mary Mead e l’incantevole Miss Marple… sono tutte “fiabe”, che fanno sognare. E, in fondo, come diceva proprio Chesterton, l’incantamento è una prima forma di spiritualità e di fede: seguire quell’istinto che porta a trovarsi bene in un mondo “incantato” è anche fidarsi di quell’istinto che ci porta a cercare un mondo “misterioso” nel quotidiano, ossia un mondo “bello” nascosto e rivelato, al tempo stesso, nel mondo in cui ci troviamo a vivere.

Certi musicisti hanno composto musica ispirandosi a Tolkien. Cosa ne dici?

Ci sono delle realtà molto interessanti in questo ambito; in particolare, mi sono piaciute molto le musiche di scena per gli sceneggiati radiofonici della BBC. Mio fratello violinista, Giovanni, con il suo quartetto (“Random String Quartet”) ha anche inciso un bellissimo CD di musiche dai film di Jackson trascritte per quartetto d’archi. Altre tipologie musicali, come quelle di tipo più rock/metal (o, per contro, quelle di stile un po’ New Age) mi vedono molto meno entusiasta, ad essere sincera… ma, anche qui, nella misura in cui servono a far passare dei messaggi buoni, ben vengano.

Sei anche una teologa. Faccio quindi una domanda alla teologa. Religione e letteratura fantastica: si sposano? Perché molti storcono il naso?

Grazie per questa domanda! Come dicevo prima, sono giunta all’idea che sì, religione e letteratura fantastica possono assolutamente andare d’accordo (dipende, ovviamente, moltissimo dal punto di vista dell’autore sui temi religiosi. C’è molto fantasy che è schiettamente pagano o nichilista). Anche se dapprincipio mi sembrava che la teoria di Chesterton in Orthodoxy fosse piuttosto assurda, poi, col tempo, ho capito che in realtà è profondamente vera. Come dicevo prima, il fantastico può aprire la mente ad un senso del mistero e dell’incantamento che non sono in contrasto con la scienza e la razionalità, ma rappresentano un robusto e fondamentale contrappeso alla semplice fattualità dello scientismo. Poi tutto sta a non fermarsi all’apparenza ed alla superficie, come chi si inventa delle pseudo-religioni di tipo magico o mitico (che, fra l’altro, non hanno nemmeno la ricchezza di tradizioni e di sapienza che alcune tradizioni del passato possedevano). La magia intesa come tentativo di controllare la natura ed addirittura il soprannaturale è un aspetto molto negativo e pericoloso, che rappresenta una delle tante incarnazioni possibili della ricerca del potere, dell’egoismo e dell’orgoglio umano che cerca l’autosufficienza lontano dal rapporto col Creatore (e, neanche a farlo apposta, è in questi termini che Tolkien caratterizza le forze del male dei suoi libri, da Melkor a Sauron a Saruman…). La magia come capacità di scorgere il mistero della vita nella natura, di intuire il mistero sovrannaturale che c’è in ogni creatura e soprattutto in quelle dotate di libero arbitrio, come capacità di stupirsi davanti al mistero come fanno i bambini… beh, questa è una forma di fede, ed anche una forma molto bella. Perché, in fondo, le fiabe sono dei bambini; e “se non diventerete come questi piccoli, non entrerete nel Regno dei Cieli”.

Ringrazio Chiara per il tempo che ci ha dedicato!

Grazie di cuore a te, carissima amica!

Tolkieniani Italiani – Intervista a Gabriele Petouchoff

Gabriele Petouchoff, classe 1998, studia tastiere storiche e composizione al conservatorio Niccolò Paganini di Genova. La sua musica, di impronta generalmente neo-tonale, è influenzata dallo stile di compositori come Samuel Barber, Benjamin Britten e Arvo Pärt. Appassionato di letteratura, filosofia, teologia e arte, ama esprimere la sua creatività non solo tramite la musica ma anche attraverso scritti di vario tipo, saggi e articoli di cultura generale. Amante del fantasy, nel tempo libero coltiva la passione per i giochi di ruolo e i videogiochi. Tifoso della S.S. Lazio, oltre al calcio ama il nuoto e l’equitazione. Lo ha intervistato per noi Luisa Paglieri.


Allora, Gabriele… Sappiamo tutti che tu sei un musicista e componi. Ma ora ti chiedo: chi è Gabriele Petouchoff?

E’ un giovane ragazzo con la testa un po’ fra le nuvole, che ama passeggiare nei boschi, andare a cavallo, giocare a scacchi e chiacchierare davanti a un bel boccale di birra, mentre fuori fa freddo e la pioggia diffonde intorno il suo profumo. 

Come hai conosciuto Tolkien?

E’ stato tutto merito di mio zio, Francesco. Fin da piccolo la mia fantasia veniva stimolata e nutrita dalla lettura di fiabe, poesia, epica, racconti di avventura e dalla stessa passione per le lingue artificiali che portò Tolkien a inventare i suoi celebri linguaggi. Mio zio mi immerse nel mondo fantasy prima tramite i giochi di ruolo (Dungeons & Dragons in primis), poi, un bel giorno, mi invitò a guardare insieme con lui la trilogia cinematografica del Signore degli Anelli di Peter Jackson. Mi si aprì un mondo, e fu l’inizio di una fervida passione che dura tutt’oggi e giorno dopo giorno non cessa di crescere. Dopo i film passai ai libri, poi a Lo Hobbit, a Il Silmarillion, e alle tante altre opere tolkieniane…

Mi pare anche tu sia un appassionato lettore di Lewis… che del resto amo anch’io!

Scoprire C.S. Lewis è stato come ritrovare finalmente un amico di cui si è percepita inconsciamente l’esistenza ma che non si ha mai avuto modo di incontrare prima. Una sorta di compagno di viaggio. E’ lo scrittore con cui posso dire di aver avuto una sintonia e affinità totale, una complicità che non cessa mai di stupirmi. Da bambino osservavo con meraviglia la copertina lucente delle Cronache di Narnia edite dalla Mondadori, con la figura di Aslan contornata da fiamme splendenti, e mi perdevo nella contemplazione degli occhi del leone. Non osavo aprire quel libro, spaventato dalla sua mole, bensì mi ero avvicinato al mondo narniano -anche qui- tramite il film. Non avrei mai pensato allora che in Lewis avrei trovato in seguito non solo uno scrittore capace di creare storie che toccano l’anima e donano ali alla fantasia, ma anche uno straordinario filosofo, una mente acuta e un fervente cristiano, dunque un uomo di una sensibilità estremamente simile alla mia. 

E’ proprio la sovrapposizione estetica fra il mondo romantico della fantasia creativa (anzi “sub-creativa”, come direbbe Tolkien) e il mondo della realtà ciò che ha sancito le “nozze” fra le diverse componenti del mio mondo interiore, che da sempre anela alla “ricapitolazione di tutte le cose in Cristo” di cui parla San Paolo. 

Vedi qualche punto di contatto tra il tuo amore per la musica e Tolkien? Potresti comporre qualcosa sul suo mondo?

Assolutamente sì! L’opera di Tolkien è ricca di spunti per l’ispirazione. Se da un lato è da sempre un mio desiderio quello di comporre qualcosa utilizzando i testi di Tolkien, dall’altro l’impresa mi intimidisce un po’. Sarei in grado di ricreare le stesse atmosfere epiche e sognanti? Sarei capace di trasferire le sonorità di una lingua come il quenya o il sindarin in musica? Il Professore, se sentisse ciò che scrivo, sarebbe contento di me, o sbufferebbe arricciando il naso? Sono interrogativi che mi pongo ogni volta che mi avvicino a Tolkien dal punto di vista musicale. Ad ogni modo, ho in cantiere delle arie per canto e pianoforte su testi elfici, e soprattutto sto progettando un lavoro di ampio respiro e grandi dimensioni sull’Ainulindalë, il primo capitolo del Silmarillion, in cui si racconta la genesi di Arda, dove la musica degli Ainur, nel testo, gioca un ruolo fondamentale nella creazione del mondo.

Che compositore sei? A me lo hai spiegato ma ora ti chiedo di spiegarlo a chi ci legge. Parlaci del tuo lavoro.

Per risponderti in una maniera più convincente ed esaustiva, credo che farò prima a dirti che tipo di compositore non sono. Non sono uno di quegli artisti della cosiddetta “avanguardia”, per cui è più importante l’idea intellettuale che l’opera d’arte in sé. Non sono uno di quei compositori che, pur di scrivere qualcosa che possa sembrare nuovo, sono disposti a dimenticare e a passare sopra secoli e secoli di tradizioni tanto facilmente. Non sono nemmeno uno di quegli artisti autoreferenziali che creano soltanto per loro stessi e per il loro ego. Mi considero semplicemente un piccolo artigiano che, per usare le parole di Mozart, va alla ricerca delle “note che si amano”. La ricerca della Bellezza è ciò a cui aspiro ogni volta che mi trovo davanti al foglio bianco, convinto che la “via pulchritudinis” sia una delle strade più entusiasmanti per avvicinarsi a Dio e che la Bellezza sia dispensatrice di verità morali fondamentali sull’uomo. Credo, per citare Chesterton, che “la dignità dell’artista consista nel tener vivo il senso di meraviglia nel mondo”. E’ per tale motivo che mi ritengo affine a compositori quali Stravinskij, Britten, Barber o Pärt, che hanno cercato di rinnovare -talvolta in maniera anche molto drastica e brusca- rimanendo nell’alveo della tradizione. Potrei forse dire che sono neo-tonale e neo-modale, che utilizzo cioè un linguaggio che recupera e rivisita stili passati legati alla tonalità e alle antiche modalità, alla luce delle intuizioni armoniche novecentesche e delle innovazioni stilistiche e formali che sono state compiute da un secolo a questa parte. Non disdegno però lo sperimentare anche strade differenti. Giusto recentemente ho scritto con intento ironico una musica ispirata al minimalismo di Steve Reich intitolata “All’amico calorifero”, in cui ho integrato i moduli suonati da sei strumenti musicali con una traccia audio contenente i rumori prodotti dal termosifone della classe di clavicembalo del conservatorio. E’ stata accolta con un entusiasmo che non mi aspettavo sia dagli esecutori sia dal pubblico. Chissà che alla fine il minimalismo non si riveli la mia strada…

Secondo te, qual è il messaggio, esplicito o implicito, di Tolkien ai lettori? E quello di Lewis? Sono messaggi diversi?

Credo che Tolkien e Lewis abbiano agito e operato su piani distinti, ma che in fondo abbiano comunicato lo stesso messaggio. Tolkien ci trasmette l’incanto che hanno su di noi mondi lontani, arcani, epici, per l’appunto, con l’intreccio delle loro trame e delle loro lingue; Lewis ci dice che questa meraviglia non è campata in aria, quasi fosse un sogno irraggiungibile, una chimera, bensì essa può essere incontrata nella vita di tutti i giorni. Questo perché i miti e le storie umane sono il riflesso della grande storia del Figlio dell’Uomo di cui ci parlano le Scritture. Dio è mitopoietico, cioè ama raccontarsi attraverso delle storie: se la vita terrena di Cristo è un mito accaduto davvero e fattosi storia nello spazio e nel tempo, allora anche le nostre fantasie possono dirsi, in un certo senso, reali, perché Dio vuole soddisfare pienamente anche il nostro senso del meraviglioso e del fantastico. Se Il Signore degli Anelli apre le porte verso un paesaggio di straordinaria bellezza, Le Cronache di Narnia ci ricordano che tale paesaggio non è perduto chissà dove, ma inizia nella nostra vita, è ritrovabile qui ed ora in una “presenza” da cui siamo circondati. In fondo, sia Tolkien sia Lewis fanno un meraviglioso inno alla vita, vista come un dono e un’avventura degna di essere vissuta. Ed è proprio con questa immagine che desidero chiudere questa intervista: 

Davanti a lui stava l’Albero, il suo Albero, bell’e finito. Se lo si poteva dire di un Albero, quello era vivo, con le foglie che si aprivano, i rami che crescevano e si piegavano nel vento che Niggle aveva così spesso sentito e immaginato, e che tanto spesso non era riuscito a prendere. Guardò l’Albero, e lentamente alzò le braccia e le allargò.

«È un dono!», esclamò.”

  • J.R.R. Tolkien, “Foglia”, di Niggle

Ringraziamo Gabriele per il tempo che ci ha dedicato e restiamo in attesa delle belle sorprese che ci riserverà.

Tolkieniani Italiani: Nicolò Dal Grande, Marco Gentili e ANCDS

Presentiamo una realtà forse ancora poco conosciuta ai più, ma da cui è legittimo aspettarsi notevoli contributi alla causa dei Tolkieniani Italiani: si tratta di un gruppo localizzato tra la riviera romagnola e la Repubblica di San Marino, lanciato qualche tempo fa da Adolfo Morganti e ora affidato alle cure dei giovani che vi si erano aggregati nel tempo, consolidandosi via via come gruppo organizzativo. Li intervista Giuseppe Scattolini.


Cari Marco Gentili e amici di San Marino, Rimini e de Il Cerchio. Anzitutto, benvenuti nei Tolkieniani Italiani: parlateci un po’ del vostro progetto de “Il Raduno” di San Marino, le idee, i valori e le persone che ci sono dietro. Come raccontate Tolkien, e come secondo voi dovrebbe essere raccontato?

Nicolò Dal Grande: Caro Giuseppe, grazie a te e ai Tolkieniani Italiani per il contatto e la curiosità dimostrata verso il Raduno. E’ un progetto ambizioso, che raccoglie un’importante eredità passata e che il nostro gruppo vuole portare avanti, crescendo sul piano della qualità e delle proposte. L’opera letteraria del professore rappresenta, per ognuno di noi, un punto centrale nella nostra formazione come persone; non rappresenta un hobby o una semplice passione letteraria: la simbologia che sta alla radice del lavoro di Tolkien è importante e va preservata. Tolkien, parlo a titolo personale, non va raccontato….va scoperto. E’ come intraprendere un “viaggio inaspettato”…la gioia di percorrere monti e foreste sconosciute che, all’improvviso, ti portano a comprendere che non stai seguendo un sentiero qualunque, ma stai percorrendo la via che porta a scoprire te stesso. E’ l’opera stessa che si racconta da sé, se hai testa, cuore e soprattutto onestà per ascoltarla. Tutto questo è alla base del “Raduno”, che quest’anno raggiungerà la sesta edizione.

Marco Gentili: Caro Giuseppe, in primis grazie per l’opportunità che ci dai per far conoscere il nostro gruppo tolkieniano e il Raduno. La fondazione del nostro gruppo ha alla base una passione sfrenata per il professore di Oxford, ma non solo: anche e soprattutto la salvaguardia e la divulgazione di tutti quei valori che egli ha trasmesso nelle sue opere. Il Raduno, fin dalla sua prima edizione, ha voluto portare avanti questi obiettivi, dando la possibilità agli appassionati e agli studiosi del settore di esprimersi in totale libertà a proposito di Tolkien e, più in generale, del fantastico e della fantascienza.

Vorrei che adesso, dopo averci spiegato un po’ i “fondamenti” del Raduno, ce ne raccontaste la storia. Quando nasce e da chi? Con quale desiderio?

N: Il progetto del “Raduno” nasce curiosamente negli anni in cui stava uscendo nei cinema la trilogia de “Lo Hobbit”, precisamente negli anni tra il secondo e il terzo film. Ma soprattutto si celebrava il 60° anniversario dell’uscita de “Il Signore degli Anelli”, un caso letterario planetario, una provocazione che ha segnato in profondità la scena culturale europea e che continua a far opportunamente discutere attorno ai destini della nostra civiltà ed alle sfide che attendono ogni uomo contemporaneo. Curiosamente, questo anniversario coincise con il 25° anniversario della prima grande Convention Europea di Letteratura Fantastica che nel 1989 si tenne nella Repubblica di San Marino sul tema “Il Medioevo nel Fantastico”, con la presenza dei più grandi scrittori di fantascienza e fantasy allora viventi e provenienti da tutto il mondo. Questa duplice ricorrenza ha spinto una rete di appassionati e studiosi dell’opera di Tolkien a riproporre a San Marino la convocazione del “Raduno”, un libero incontro di tutti gli amanti, studiosi e curiosi di questo genere letterario. Fondamentale fu l’opera dell’Associazione Culturale Titania – erede della precedente e illustre Fantàsia – che vede in Marco Gentili fra i fondatori e attualmente il suo secondo presidente, promotrice e organizzatrice della manifestazione. In tutto questo non si può non ringraziare delle figure storiche, autentici maestri, che ci hanno tracciato la via, da Adolfo Morganti, tra i soci di Titania e membro del nostro smial, ai vari Paolo Gulisano, Ferruccio Cortesi, Oronzo Cilli, Adriana Comaschi, Chiara Nejrotti, Annarita Guarnieri, Luisa Paglieri…. solo per citare chi mi balza in mente al volo…. troppi sono i nomi…

M: La prima edizione del Raduno si è svolta durante un piovoso giorno di Settembre nella serenissima Repubblica di San Marino. Eravamo quattro amici, con meno di due lire, ma armati di tanta passione per il fantastico. Nonostante le difficoltà, siamo riusciti a mettere in piedi un incontro per radunare tutti coloro che apprezzavano Tolkien e i suoi lavori. Da qui, appunto, l’appellativo di Raduno. Ovviamente, per raggiungere questo primo piccolo successo abbiamo avuto bisogno di chi “il sentiero” lo aveva già percorso: fondamentale è stata la presenza di Adolfo Morganti, decano del mondo tolkieniano e non solo.

Voi siete anche uno smial, o gruppo tolkieniano, che si riunisce mensilmente. Dove vi vedete? Da quanto tempo siete un gruppo? Vorreste allargare il gruppo a quanti volessero prendervi parte ed aiutarvi nell’organizzazione delle attività? Che cosa vi ha uniti? C’è una stirpe della Terra di Mezzo che vi rappresenta di più, e perché?

N: Prima di tutto siamo amici. Amici legati da un profondo legame. Amici con una passione che hanno deciso di unirsi e raccontare questa loro passione per l’opera di Tolkien. Così è nato lo smial; da un nucleo di fondante di 6 persone, siamo giunti ad essere una ventina; vi sono riminesi, riccionesi, sammarinesi…. e il sottoscritto che è un vicentino d’importazione. Ci ritroviamo una volta al mese a San Marino, presso un nostro pub di rifereimento, “La Bettola”. Tutti sono invitati a partecipare alle riunioni dell’Antico Novero Cavalleresco del Decumano Sud (A.n.c.d.s. o Antico Novero per tutti). Lo Smial è in simbiosi con Titania, ma teniamo ben scisse le due realtà; molti sono associati, altri semplici frequentatori. Tra noi abbiamo una preponderanza di nani (il sottoscritto, per carattere diciamo “acceso” è soprannominato Thorin Scudo di Vicenza) e hobbit, ma non mancano gli elfi e abbiamo anche un Uruk Hai. Non ci facciamo mancare nulla.

 M: Il nostro smial prende vita circa un anno e mezzo fa intorno al nucleo più significativo dei frequentatori del Raduno, una miscellanea di semplici appassionati, spettatori affezionati ed anche organizzatori e relatori. La volontà è stata fin dall’inizio il confronto amichevole e disteso sui temi tolkieniani davanti ad una buona birra, come vuole l’antica usanza degli Inklinks, allo scopo di mantenersi sempre in contatto e estendere l’esperienza decisamente positiva del Raduno a tutto l’anno. Ovviamente, l’invito ad unirsi a noi è rivolto a tutti coloro che siano interessati al mondo tolkieniano e curiosi di affacciarsi su altri temi correlati al principale, ma spesso trattati in modo brillante e senza alcuna pretesa eccessivamente accademica. Di stirpi tolkieniani nel nostro smial ce ne sono veramente tante, dagli Hobbit, agli elfi, ai nani. Io appartengo a quest’ultima categoria e mi è stato affidato il soprannome di Dain pie’ di Caveja.

Vorrei un attimo tornare sulla questione dei valori della prima domanda, ma da una diversa prospettiva. Essendo amici del grande Adolfo Morganti, tolkieniano dei primissimi tempi e fondatore della Società Tolkieniana Italiana, poi uscitone per divergenze di idee, come vi siete confrontati e come vi confrontate oggi col panorama tolkieniano a livello di associazioni, gruppi, appassionati e studiosi che vi orbitato attorno? Quali sono le linee guida che avete scelto e le direttive che seguirete in futuro? Credete nella possibilità e nella fruttuosità di un unico fronte tolkieniano unito non dalle tessere, come i partiti politici, ma dai valori che Tolkien ci ha lasciato (come aspirano ad essere i Tolkieniani Italiani)? E rispetto al passato che cos’è cambiato nel mondo tolkieniano secondo voi?

N: Come dicevamo, Adolfo fa parte dello smial, dell’associazione che organizza il “Raduno”: non è un amico, è quasi uno “Zio”, oltre che precursore e maestro. Abbiamo uno splendido rapporto con i componenti di “Sentieri Tolkieniani”: ne approfitto per salutare Luca Arrighini e Andrea Giliberto, che speriamo di incontrare nuovamente al più presto. E con piacere sottolineo i buoni auspici sotto i quali si stanno sviluppando i rapporti con i “Cavalieri del Mark”. Abbiamo poi una grandissima stima, nonché un rapporto di amicizia con Oronzo Cilli, Gianluca Comastri: veri studiosi tolkieniani dei quali apprezziamo i lavori. Ma i nomi sono veramente tanti. Crediamo assolutamente nella necessità di fare rete e ampliare le attività. Per ciò che concerne la politica, non dedichiamo spazio a chi vuole rappresentare l’opera del professore attraverso una lettura ideologica e personale. Oggi, a nostro parere, osserviamo un tentativo di “avvelenare” con interpretazioni personali l’opera del professore: questo a causa della sua riscoperta dovuta al successo mondiale dell’opera cinematografica (con tutti i sé e i ma del caso). Noi siamo per la divulgazione e la preservazione degli autentici valori a cui Tolkien consacrò la propria esistenza.

 M: Adolfo Morganti è sicuramente una figura fondamentale e necessaria all’interno del gruppo, una sorta di Gandalf dei tempi odierni, una guida decisa e, al tempo stesso, paterna. La sua esperienza ci ha aiutato durante le prime edizioni del Raduno e ci da una mano tutt’ora. Il nostro gruppo è aperto a tutti, a patto che non si voglia avvelenare l’opera del professore con idee e credenze personali. In questo senso, l’idea di un unico gruppo tolkieniano italiano sarebbe fantastica dal punto di vista teorico, ma attualmente, visti gli ultimi accaduti, non lo vedo ancora possibile. Riguardo al mondo tolkieniano passato e presente, direi che fra i due c’è un abisso, che si è venuto a creare nel momento in cui hanno avuto inizio vere e proprie crociate nei confronti dell’opera del professore mirate ad avvelenarla in toto.

Una domandona finale per Marco ed il suo lavoro di regista, dal momento che anche io nutro le sue medesime passioni per i film ed in parte anche per la fantascienza, pur sapendone ovviamente molto meno di lui. Marco, secondo te Tolkien come ha influito sulla cinematografia e sulla fantascienza? Lui è il padre del rinnovamento del genere fantasy, ma come e quanto è stato incisivo altrove? Allo stesso modo?

M: Premettendo che fantascienza e fantasy sono entrambi figli della stessa madre, la fiaba, Tolkien ha ispirato in maniera molto rilevante la fantascienza a livello mondiale, dal Giappone all’America latina, dalla Scandinavia al Sud Africa: possiamo trovare riferimenti e influenze tolkieniane nei film fantascientifici giapponesi come “Pat Labor” oppure in Blockbuster come il recentissimo “Macchine mortali”. Come regista, non posso nascondere che non è possibile non fare riferimenti tolkieniani quando si scrive un’opera fantascientifica: il professore ha condizionato l’immaginario di quasi quattro generazioni ed è destinato a fare altrettanto con quelle future. In una recente intervista, Legi Matsumoto, il padre di Capitan Harlock, ha dichiarato di essersi ispirato a Galadriel per il personaggio di Meeme. Aggiungo, in chiusura, una mia teoria, secondo la quale per il film “Alien covenant” gli sceneggiatori abbiano preso spunto dal Silmarillion, in quanto la creazione del genere umano viene concepita come se si stesse componendo una melodia. Inoltre, come nell’opera tolkieniana Melkor si oppone a Ilúvatar durante la creazione di Arda, così in “Alien covenant” David cerca di elevarsi a creatore opponendosi ad una legge divina, dando vita allo xenomorfo che tutti noi ben conosciamo.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Chiara Nejrotti

Chiara Nejrotti è conosciuta da tempo tra i tolkieniani italiani: autrice di saggi ed articoli su Tolkien ed il mito, la fiaba e il simbolo, racconta di aver letto per la prima volta Il Signore degli anelli a 14 anni e di non essere mai più riuscita a staccarsene. Anche gli studi che ha intrapreso in seguito ne sono stati in qualche modo influenzati: si è infatti laureata in filosofia e pedagogia, approfondendo particolarmente tematiche e autori che hanno trattato il confronto tra mito e filosofia e la Storia delle Religioni. Insegna da molti anni filosofia e scienze umane in una scuola secondaria di secondo grado a Torino. Ha conosciuto appassionati e studiosi di Tolkien ancor prima della nascita della STI, di cui è stata tra i primi iscritti. Nella sua città ha partecipato, e a volte organizzato, incontri e conferenze dedicate alle opere del Professore e al fantastico, soprattutto piemontese e alpino. Qui si racconta prendendo spunto dalle domande che le ha posto Greta Bertani.


Sei laureata in filosofia con una tesi sull’uso del mito e della filosofia in Thomas Mann, inoltre ti interessi di romanticismo. E’ noto che anche Tolkien fa largo uso del mito. Puoi raccontarci in cosa, secondo te, l’uso che del mito fa Tolkien differisce, non solo da Mann, ma anche dagli autori moderni, diciamo, proprio dal romanticismo in poi (che vede una ripresa dell’elemento mitico) più in generale?

L’argomento è vastissimo e richiederebbe un saggio a sé; cerco di rispondere senza dilungarmi troppo… Tolkien fu innanzitutto un filologo, esperto di letteratura anglosassone e medievale, (pensiamo al Beowulf)  e affascinato dalla mitologia norrena. Sappiamo inoltre quale influenza ebbe su di lui il Kalevala finnico ed anche l’immaginario celtico del Mabinogion, anche se in  forma meno dichiarata, oltre, naturalmente ai cicli arturiani; tuttavia ritengo che per certi versi possa definirsi un neoromantico, anche se esplicitamente si ricollega soltanto al suo amato medioevo. Trovo ci siano affinità soprattutto nella sua concezione della subcreazione artistica ad immagine e somiglianza del Creatore con Novalis ed altri Autori del Romanticismo. Secondo me è un campo ancora da esplorare. Comunque la concezione del mito di Tolkien si è esplicitata e probabilmente chiarita a lui stesso attraverso l’incontro con la teoria dell’amico Owen Barfield: il mito è coevo al linguaggio, in quanto il pensiero che crea racconti è il medesimo che crea le forme linguistiche: i nomi e ancor più gli aggettivi, partendo dalla percezione di sé e del mondo che ci circonda. Il termine mythos significa racconto e la capacità narrativa  nasce dal rapporto dell’essere umano con il mondo naturale e quello soprannaturale. Si può parlare di una visione mitica del mondo di cui le parole sono l’incarnazione. L’uomo, perciò, è creatore di racconti e simboli che attribuiscono e svelano significati; il linguaggio simbolico allude a realtà che oltrepassano il linguaggio discorsivo-razionale. Per questo i simboli permangono nel tempo e riemergono mutando forma a seconda dei contesti storici e culturali, ma mantenendo la propria essenza; immediatamente riconoscibili, proprio in quanto parlano un linguaggio eterno.

Tolkien aveva una buona conoscenza filosofica, come credi che questo abbia influito sulla sua scrittura? Intravedi influenze macroscopiche di qualche pensatore moderno o del passato?

Tolkien ha sempre affermato di preferire il narratore al filosofo e di non voler esprimere alcuna “tesi” (filosofica o meno); è chiaro però che, come tutti, avesse una propria visione del mondo e che la esprimesse nelle sue opere. In quanto cristiano e cattolico aveva sicuramente una buona conoscenza della filosofia cristiana medioevale da Agostino a Tommaso, di cui sappiamo teneva una copia della Summa Teologica in camera, e sicuramente Boezio. Rispetto alla filosofia a lui contemporanea non credo ne avesse una conoscenza approfondita, ma ritengo – come sostiene Verlin Flieger – che, in quanto figlio della sua epoca, ne abbia condiviso alcune tematiche. A questo riguardo rimando al saggio della Flieger A question of time e al (molto più modesto) mio contributo al Dizionario dell’Universo tolkieniano alle voci “Tempo” e “Sogno.”

Nel 2004 un tuo saggio, dal titolo “Dee e regine” è apparso nella raccolta  «Albero» di Tolkien curata da Gianfranco de Turris. Spesso Tolkien è stato, a torto, tacciato di misoginia, per aver relegato le donne a ruoli secondari. Molte grandi figure femminili della terra di Mezzo, però, ci dicono che non è affatto così. Ci puoi raccontare un po’ che funzione hanno le donne nella narrativa tolkieniana?

Per fortuna oggi questa tesi è stata smontata da personaggi ben più autorevoli di me, ma mi fa piacere che le mie intuizioni, scritte quando, almeno in Italia, vi era ancora poca saggistica sull’argomento, siano state sostanzialmente confermate. Per rispondere alla tua domanda, le figure femminili di Tolkien non sono forse molte, almeno nel Signore degli Anelli, ma la loro importanza ed il loro valore risaltano e sono innegabili. Nel Silmarillion sono molto più numerose ed anche in questo caso il loro ruolo non si limita a quello di comparse, ma spesso risultano superiori alla loro controparte maschile per status e per poteri:  Melian, in quanto Maia, rispetto all’Elfo Thingol; così Luthien, Idril ed Arwen, in quanto appartenenti alla stirpe degli Elfi rispetto ai loro sposi mortali. Un elemento che spesso caratterizza le figure femminili è che hanno a che fare con l’elemento della luce e ne sono portatrici, ne sono esempi privilegiati Varda-Elbereth,  la Signora della volta stellata, è la più amata dagli Elfi che la invocano nel loro esilio; e, ne Il Signore degli Anelli, Galadriel che svolge per Frodo e per Sam una funzione molto simile, donando la fiala che contiene la luce della stella Eärendil. Luthien svetta su tutte le figure femminili per grazia, bellezza e potere (e non starò a ricordare cosa la sua figura significasse per Tolkien), ma anche Eowin, Baccador ed Arwen hanno a che fare con la luce e la speranza: la prima uccide il Signore dei Nazgûl, la seconda scaccia il timore delle ombre della foresta e appare come una visione di pace e di gioia, mentre Arwen dona a Frodo una pietra luminosa che lo conforti quando si sente assalire dall’oscurità. Potrei continuare a lungo, ma in conclusione si potrebbe dire che i personaggi femminili agiscono su un piano diverso rispetto ai loro compagni: una dimensione più spiccatamente spirituale, di guida e di consiglio, di preveggenza e lungimiranza; mentre la componente maschile interviene sul piano materiale, fisico e guerriero. Ciò non toglie che le figure femminili sappiano dimostrare un coraggio per nulla inferiore a quello maschile, come dimostra la dama di Rohan. Il modello ispiratore per Tolkien è certamente l’immaginario medievale con la sua concezione della Donna come tramite per il Divino, pensiamo alla Beatrice dantesca; senza però indulgere agli eccessi dell’Amor Cortese, che Tolkien certamente non condivideva.

Purtroppo Tolkien non rientra nei programmi istituzionali della nostra scuola, ma sono a conoscenza di alcune scuole o insegnanti, che adottano lo Hobbit come testo di narrativa per scuole primarie o secondarie. Io stessa sono stata chiamata a tenere alcune lezioni in una quinta elementare. Vorrei chiedere a te che sei insegnante da tanti anni, e che con i ragazzi sei a contatto quotidianamente: cosa può insegnare Tolkien ai ragazzi di oggi che, magari, essi hanno perso, o si è perso nella società moderna?

Negli anni immediatamente successivi ai film, Tolkien era diventato decisamente famoso tra gli adolescenti; oggi, purtroppo, quel momento è passato, anche perchè la trilogia de Lo Hobbit non ha avuto lo stesso impatto. Tuttavia è comunque un argomento che si presta bene per fare esempi e/o introdurre tematiche che catturino l’attenzione dei ragazzi. Penso che Tolkien possa sempre affascinare i giovani, quando si fa capire loro che non si tratta semplicemente di “fantasy” o di “battaglie” (io ho una prevalenza di studentesse in classe, e a quell’età sono più attratte dalle storie a sfondo sentimentale). Quello che, ritengo, Tolkien abbia da insegnare e che si è perso nella società moderna, è il senso dell’epica: il “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e saper combattere per ciò che vale la pena; ma anche il valore dell’amicizia e di una compagnia autentica, il rapporto con figure autorevoli che siano dei veri maestri come Gandalf, e ancora il valore della misericordia e della pietà… potrei continuare a lungo… Non è un caso che Tolkien sia sempre più utilizzato nei gruppi giovanili parrocchiali; a scuola, certo, il contesto è diverso, ma qualcosa si può fare…

Recentemente un nuovo gruppo di studi cattolici, che si occupa di scoprire la cattolicità di Tolkien ed il significato del punto di vista cattolico delle sue opere, ha fatto la loro prima apparizione pubblica su Radio Maria durante uno special dal titolo “L’immaginazione morale al servizio della verità – il caso Tolkien”. Credi che nel panorama italiano ci sia bisogno di voci nuove? O meglio, di una nuova compagnia di voci già note?  

Certamente sì. Ho ascoltato la trasmissione e mi ha colpito per la chiarezza e l’ampiezza dello sguardo. Su Tolkien è stato detto e scritto molto, ma ritengo sia sempre utile approfondirlo, in quanto è davvero inesauribile. Uno studio dal punto di vista cattolico che non voglia allegorizzare l’opera di Tolkien, ma intenda mostrare la fonte originaria da cui scaturisce, quella luce che viene citata nello special e che illumina tutte le sue pagine e si riverbera anche su noi lettori, è, direi, fondamentale. Il fatto che sia nata una compagnia di amici che si propone questo obiettivo, è per me in perfetto stile tolkieniano!

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Dal Tolkien Archive ai prossimi eventi

Il Tolkien Archive 2019 ha lasciato dietro di sé un bel numero di partecipanti arricchiti da un’esperienza piena e gratificante, ma non solo: le basi gettate aprono la via a ulteriori passi avanti. Ne ha parlato Giuseppe Scattolini in un’intervista rilasciata oggi a Tolkien  Italia, in cui anticipa uno dei frutti che l’evento di Barletta darà verso la fine dell’anno, un’opportunità davvero notevole per cui anche noi di STI presteremo volentieri il nostro contributo: lavoreremo nientemeno che all’organizzazione di un convegno universitario presso l’ateneo di Macerata.

Vi proponiamo le risposte con cui Giuseppe introduce i temi della chiacchierata:

Si è da poco concluso un evento che costituisce un importantissimo primo passo sul  territorio italiano: la visita di Catherine McIlwaine. Attorno ad essa si è costruita una due giorni di studi, confronti e presentazioni. Tu hai vissuto questo evento da dentro: lasciando alle fonti ufficiali il compito di raccontarcene i dettagli, a te chiedo cosa ti ha lasciato, come è stato vissuto dagli altri partecipanti e cosa hanno mostrato di aver tratto da questa ricca esperienza.

Per me personalmente i momenti più belli sono stati senza ombra di dubbio le chiacchierate con Catherine, in cui abbiamo parlato della religione, della storia italiana, del basilico (dal greco, “foglia di re”), di ciò che ha colpito di più lei a Barletta: le persone che andavano a Messa la mattina in cattedrale. Al che mi ha raccontato anche dell’esperienza simile ma diversa che fece negli Stati Uniti quando andò alla Marquette University per selezionare i manoscritti di Tolkien da esporre alla mostra Tolkien: Maker of Middle-earth dello scorso anno1 : tutti le chiedevano “che chiesa frequenti?” e lei poverina non sapeva che rispondere, in Inghilterra mi ha detto che nessuno ti farebbe mai una domanda del genere. Lei è una persona squisita, e non fatico a capire come mai la Tolkien Estate l’abbia scelta come Tolkien Archivist: infatti fu dopo la morte di Tolkien che la famiglia decise di donare alla Bodleian Library i manoscritti del Professore, e la figura della Tolkien Archivist sta lì apposta per garantirne la sicurezza e la consultabilità.

Un ponte che ci collega direttamente con l’archivista e con gli archivi della Bodleian ovviamente è un punto di arrivo per certi versi, ma un notevole punto di partenza per ulteriori iniziative, personali o collettive, che da lì possono prendere le mosse. A sensazione, quali prospettive possono aprirsi ora? Quali progetti dei Tolkieniani Italiani possono trarre impulso dalla due giorni di Barletta e schiudere tutte le loro potenzialità?

Senza ombra di dubbio aver avuto come ospite Catherine è un punto di arrivo: lei non è una relatrice o una studiosa di Tolkien, ma un’archivista. Di Tolkien conosce tutto, ma non solo il suo compito non è interpretarne i testi, piuttosto lo è il conservarli e il proteggerli, e soprattutto non è abituata se non a fare vita “di archivio” con ciò che ne comporta (tutto ciò per sua stessa ammissione). La mostra che ha curato l’ha molto esposta al pubblico, ma che sia venuta a Barletta è testimonianza della stima che lei nutre nella credibilità e nella serietà di studioso della persona di Oronzo Cilli, l’organizzatore, nonché di tutti noi. La sua visita però è stata giustamente anche un punto di partenza, come dicevi: non solo adesso le porte degli archivi di Tolkien sono aperte agli studiosi italiani che hanno partecipato al corso di Barletta, e agli studiosi italiani in generale sarà più facile accedervi, ma anche le iniziative collettive potranno trarre un grande giovamento. Significa che finalmente il mondo tolkieniano italiano si apre agli studi veri, accademici e universitari. Per questo ci siamo sentiti pronti, e come Cavalieri del Mark, di cui sono presidente, abbiamo proposto un convegno all’università di Macerata: i Tolkieniani Italiani, di cui facciamo parte, ci daranno una mano e co-organizzeranno con noi (dunque anche la co-organizzazione di STI vien da sé).


Qui potete invece leggere l’intervista completa.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Maurizio Migliori

Cari amici, Cavalieri del Mark e Tolkieniani Italiani,

ci sarebbero molti modi di cominciare questa breve biografia di Maurizio Migliori, che ho avuto il piacere di intervistare per voi. Io l’ho conosciuto ad un passo dal pensionamento, è stato (ed è ancora) uno dei miei professori all’università di Macerata: ho seguito molti suoi corsi e seminari sui testi di Platone e quello che ricordo con maggior piacere e commozione è stato il primo, quello sulla dialettica platonica, che seguii nel mio secondo anno di università.

Quel corso mi ha davvero cambiato molto. Mi ha insegnato a ragionare, a scavare dentro i testi, ad essere curioso e appassionato, ed a fare in modo che sia il desiderio l’asse portante, il traino e il metodo degli studi.

Ricordo ancora, tra l’altro, il giorno in cui il professor Migliori si presentò in aula con le lacrime agli occhi: era il 15 ottobre 2014, giorno della morte di Giovanni Reale. È stato uno di quei giorni in cui poter dire con orgoglio “io c’ero”. Non lo dimenticherò mai.

Giovanni Reale è stato colui che ha portato in Italia il nuovo metodo di Tubinga: la lettura dei dialoghi di Platone non come se fossero ciascuno di essi dei testi a sé stanti, ma come un tutt’uno, come un corpus unitario che trova la sua compiutezza nelle “dottrine non scritte”, quelle dottrine che Platone tante volte annuncia ma che non scrive mai, e di cui abbiamo delle tracce negli scritti dei suoi allievi, come Aristotele. Tramite Reale nacque così la “scuola Tubinga-Milano”, che ha rivoluzionato gli studi in materia.

Al suo ingresso in università, la Cattolica di Milano, il professor Reale ebbe come primo allievo, e primo laureato, Maurizio Migliori. È stato da allora, siamo negli anni caldi del ’68, che è iniziata una delle più proficue collaborazioni tra maestro e allievo che la storia possa ricordare: lo dico perché io, come tante altre persone, sono un po’ uno di quelli che hanno raccolto questa eredità a Macerata. Infatti, il professor Migliori per anni è stato impegnato in politica nelle lotte del ’68, e questo fu il motivo fondamentale per cui non entrò in università immediatamente, ma dovette aspettare 24 anni di insegnamento nelle scuole superiori prima di vincere la cattedra a Macerata, dove era all’epoca mancante un vero e proprio studio di antichistica in filosofia.

Grazie al professor Migliori la tradizione è proseguita anche qui da noi, e la scuola Tubinga-Milano è ancora viva ed è diventata la scuola Tubinga-Milano-Macerata. Ad oggi, il metodo della scuola sta venendo proposto dal professor Migliori e dalla sua allieva, la professoressa Arianna Fermani, in modo nuovo, sotto il nome di “Multifocal Approach”: nell’intervista è lo stesso Migliori a spiegare che cosa sia.

Da parte mia, posso solo dire che è stata una fortuna per me avere Migliori come professore, maestro ed insegnate: una persona viva, vivace, orgogliosa delle sue battaglie politiche nella sinistra (quella vera, direbbe lui) del 1968. Se noi oggi portiamo i jeans lo dobbiamo anche alle persone come Maurizio Migliori, che all’epoca ebbero il coraggio di andare contro i propri genitori anche per queste cose che oggi sembrano delle piccolezze: faccio l’esempio dei jeans proprio perché lui ce lo ha ripetuto un’infinità di volte a lezione, nelle sue “cavalcate selvagge” di esempi biografici per spiegare a noi studenti i dialoghi di Platone.

Nell’insegnamento, Migliori non ha mai fatto “ideologia”, mai: ci ha solo e sempre insegnato Platone, ed attraverso di lui ad essere dei filosofi. Un esempio umano, prima che accademico, che tutti noi dovremmo imparare a seguire. Dati soprattutto i trascorsi politici e ideologici del mondo tolkieniano di cui tutti sappiamo, e che non tutti vorrebbero vedere morti e sepolti.

Giuseppe Scattolini

 


Tolkieniani Italiani – Società Tolkieniana Italiana – Associazione “I Cavalieri del Mark”

Presentano

Trascrizione di Dante “Farmer Maggot” Valletta

dell’intervista orale realizzata da Giuseppe Scattolini

al Professor Maurizio Migliori

Università di Macerata Facoltà di Lettere e Filosofia – Gennaio 2019

 

Anzitutto grazie, professore, per aver concesso questa intervista ai Tolkieniani Italiani, alla Società Tolkieniana Italiana e ai Cavalieri del Mark. La prima domanda che le faccio è questa: lei è un appassionatissimo studioso di Platone; come si coniuga una vita di studi di altissimo livello su uno dei filosofi più grandi dell’Occidente con una passione come la sua? Perché vede, nei Tolkieniani è presente questa spaccatura fra appassionati che fanno fatica a studiare e ad appassionarsi, appunto, agli studi, e studiosi che invece perdono quella sana e genuina gioia della scoperta. Io nella mia esperienza di suo studente ho visto in lei una gioia costante unita ad una profondità unica di lettura; come si fa a tenere insieme questi due livelli, questi due binari che nel mondo Tolkieniano pare corrano parallelamente senza incrociarsi mai e che nonostante ciò sono tanto importanti sia in sé che l’uno per l’altro?

Sai, qui io credo che ci sia un dato della cultura dell’Occidente che ha radici molto lontane, come tu sai, e cioè la spaccatura tra Scienza e Mito, tra Filosofia, tra pensiero razionale e Mito, e cioè il fatto che un problema può essere affrontato razionalmente, come siamo normalmente abituati a fare, e può essere però affrontato anche con racconti; il Mito, il Grande Mito. Voglio dire, non credo di dover dimostrare che, non so, il nostro Leopardi, visto che siamo qui a Macerata, il nostro Leopardi nell’Infinito fa un discorso di una grandissima profondità teorica, su cui si può meditare e riflettere. Certo, il Mito va affrontato in un certo modo, non è la razionalità del ragionamento, delle matematiche, della Filosofia, e via dicendo, e tuttavia non è irrazionale, perché affronta un problema e cerca di inquadrarlo, cerca di presentarlo nella forma migliore. E allora, la separazione invece da noi… Be’, noi originariamente eravamo per il Mito, anche la nostra società è basata su grandi Miti, fin dall’antichità, il mondo Greco era basato su Omero, e poi su Esiodo, il mondo Ebraico, che poi sono confluiti, era basato sui grandi Miti della Bibbia, e via dicendo. Cristo stesso, ogni volta che deve spiegare una cosa, racconta una Parabola, non è che fa altro. Però questa separazione funziona, e allora non possiamo dire che il Mito non c’è nella nostra cultura, però certamente è estremamente secondario. La Scienza è sempre più, tra virgolette, “arida”, senza anima; non vi è nessun dubbio credo, da parte nostra, che quando il Racconto affronta un problema c’è una bellezza, se il mito è un Grande Mito, come solitamente è, che non è paragonabile alla bellezza del ragionamento. Il ragionamento è bello: un’equazione può essere bella, una partita a scacchi può essere bella, e tuttavia la bellezza del racconto è un tipo di bellezza diversa. La realtà non è mai semplice, ci sono bellezze e bellezze; la bellezza di un ragionamento nella sua perfezione, nella sua concatenazione; di una equazione quando un matematico, io non sono un matematico, dice “guarda che bella equazione!”, io capisco quello che lui prova, anche se io non provo assolutamente niente davanti a quella equazione; ma ricordo quando giocavo benino a scacchi che c’erano certi momenti in cui ci fermavamo dicendo: “Guarda che situazione bellissima!”. Ed è una bellezza reale, non è inventata, chi ha gli occhi giusti la vede, no? Quindi ci sono questi elementi, noi ci siamo un po’ inariditi, e di conseguenza il Mito stesso si impoverisce. La grande poesia di Leopardi richiede capacità razionali in modo da cogliere quella ricchezza, se no non la vedi, se no il Mito rimane senza luce, non riesce a fare quell’operazione di scaldarci il cuore, se possiamo andare sul poetico, che invece è proprio tipico del Mito. Allora, da questo punto di vista Platone, come tu sai benissimo, modula continuamente queste due cose. Non solo perché mette sempre in scena, come dire, un episodio, una “fiction”, a volte anche molto drammatica, compresa la morte di Socrate, una pagina immortale della nostra letteratura, una delle pagine senza le quali l’occidente non è occidente; la morte di Cristo e la morte di Socrate sono le due grandi morti che segnano tutta la nostra civiltà. Quindi Platone ha questa ricchezza, noi ci avviciniamo alla verità ragionando e ci avviciniamo alla verità mitologizzando. Bisogna usare entrambi gli strumenti. Tanto più il discorso poi è astratto… i valori.. e tanto più il Mito serve. E questo in Tolkien si vede benissimo. Il racconto di Tolkien è pieno, di valori. Io, a differenza di voi, non ho dedicato tutto il tempo che sicuramente voi avete dedicato e continuate a dedicare [a Tolkien], ma pensa a come è forte in Tolkien, secondo me, poi se sbaglio correggimi pure, il senso del limite, che è un grande concetto in Platone; che è il fatto che possiamo essere umani, o comunque di altre “razze”, ma sempre limitati, con certi condizionamenti. Quindi, come dire, i Nani hanno i loro, gli Elfi hanno i loro, gli Umani hanno i loro; e tuttavia l’intreccio tra questi dà luogo a una Compagnia che alla fine raggiunge una cosa che, obiettivamente, a metà del racconto sembra proprio che non ce la faranno. Quindi vedi che, come dire, il collegamento non è poi difficilissimo. Però bisogna avere un’apertura alla ricchezza di esperienze che la nostra vita e la cultura in cui viviamo ci mette a disposizione. Certo che se uno pensa solo a far matematica, e uno pensa solo a divertirsi nel Mito, fa male il Mito, e quello fa una matematica che, io spero che lo renda felice, ma ho qualche dubbio, insomma.

Lei professor Migliori è uno dei lettori di Tolkien della prima ora, domanda da collezionista: ricorda per caso se fosse la primissima edizione Rusconi quella che lei ha letto de Il Signore degli Anelli, quella con la copertina bianca e nera del 1970? Volevo anche chiederle: in merito alla sua lettura di Tolkien di anni fa, quali furono le sue impressioni sul testo in relazione a quegli anni caldi della politica italiana in cui lei fu impegnato in prima persona? Rispetto a ciò che ha vissuto e visto con i suoi occhi, come era recepito Tolkien negli anni ‘70 del secolo scorso?

Allora qui c’è proprio, sai, una delle storielline carine che posso raccontarti. Ovviamente non mi ricordo se fosse l’edizione del ‘70, io ce l’ho ancora, se fossimo a casa mia andrei a controllare, ma direi di no, non credo fosse quella; credo di averla comprata diciamo nel 1980, quindi dubito che sia quella. Era il “volumone” della Rusconi, anzi adesso dovrei comprarne un altro perché è veramente un po’ consunto, perché l’ho letto io, l’ha letto mia moglie, l’hanno letto i miei figli, quindi a forza di rileggerlo, un libro grosso in quel modo, ha i segni dell’amore con cui è stato accompagnato. No, il punto che a me interessa raccontarti è che, sai, anche quando ho insegnato, io ho insegnato per vent’anni alle superiori, ma tu mi conosci, io sono una macchinetta, continuo a inventar cose, e anche in quegli anni, che erano poi anni molto particolari, gli anni 70-80 sono stati anni di barricate, di continue invenzioni di cose, sperimentazioni, e via dicendo; e quindi la sezione F del mio Istituto, che era la mia sezione, del mio Istituto; e tutta Como sapeva che voleva dire questo, organizzavamo continuamente cose. E una delle cose che abbiamo organizzato, con un giovanissimo mio amico, che sarebbe poi diventato Professore Universitario proprio nel settore della Comunicazione, Fausto Colombo, che insegna in [Università] Cattolica; e gli ho detto: “Vieni a fare una serie di incontri” e via dicendo, anche perché Fausto era, ed è, un tipo brillantissimo, molto vivace, quindi figurati, in un Istituto Magistrale… e lui ha fatto una serie di lezioni bellissime, molto utili alle ragazze, ma anche utili a me, e durante una di queste lezioni, me lo ricordo benissimo, ha citato Tolkien, e si è rivolto alle ragazze dicendo: “Ma l’avete letto, no? Non l’avete letto? Ma che cosa avete fatto!? È un libro bellissimo! Che va letto!” Nota che non aveva ragioni ideologiche eh, non è certamente un uomo di destra, anche se gli anni erano quelli, e Tolkien aveva quella forte caratterizzazione ideologica, ma Fausto, come il sottoscritto, non si lascia condizionare dal timbro che ci mette sopra altra gente, eventualmente vado a leggere, e vedo se il timbro è meritato o no. E io sono rimasto folgorato da questa affermazione di una persona che io stimavo tanto. Ha detto: “È un libro bellissimo! Che dovete leggere assolutamente!” Lui si rivolgeva alle ragazze, ma io poi ci metto per me, quindi quanto prima mi sono comprato i libri, e pensa che sono partito da Lo Hobbit, neanche dal “grande” Tolkien; e comunque anche, per chi non ha letto il Signore degli Anelli, già Lo Hobbit è un bel libro, obiettivamente, cioè se uno parte prima dal Signore degli Anelli, secondo me, non lo so, si può discutere, potrebbe avere qualche piccola delusione. Quindi, letto Lo Hobbit, poi subito dopo mi sono letto Il Signore Degli Anelli, senza lasciarmi certo condizionare da quello che in quegli anni si faceva, i campi Hobbit e via dicendo. Anche perché sinceramente io, lui poi era cattolico, sicuramente un moderato, elementi di cultura di destra non ne ho visti proprio. Ma credo che non fosse questo che gli interessasse, anzi, ci scommetto proprio; voi lo sapete meglio di me, che conoscete Tolkien per tanti aspetti della sua vita, delle sue scelte. A me non mi sembra che sia un libro, come dire, ideologicamente impegnato. Un libro valorialmente impegnato, culturalmente impegnato, quello sì. Ma i valori non sono proprietà di qualcheduno, che se le mette in tasca e dice sono miei.

Grazie alla biografia di Tolkien e agli studi in merito, sappiamo quanto lui, ricordato oggi dai Tolkieniani come “il Professore”, tenesse ai suoi studenti. Era un vero e proprio Maestro per loro, e forse se avesse dedicato loro meno tempo, avrebbe scritto di più e avrebbe fatto più studi. Tuttavia non possiamo nemmeno dire che il tempo passato con gli studenti sia tempo perso: lei che nella vita ha avuto un grande Maestro, oltre che suo professore, come Giovanni Reale, cosa può dirci riguardo al rapporto che si instaura in ambito accademico tra un Professore e il suo studente, il Maestro e l’allievo, quanto è importante il tempo che si dedica a questa che potremmo definire istruzione orale, le cui uniche tracce scritte sono quelle lasciate nell’anima? Questo tra l’altro è certamente un lato dell’insegnamento che Platone stesso valorizzava tantissimo; cosa può dirci in merito rispetto, dunque, tanto ai suoi studi quanto alla sua esperienza diretta, tanto di studente e allievo che di professore e Maestro, studioso tra l’altro di un grande come Platone?

Qui il riferimento a Platone è interessante, perché Platone, come tu hai ricordato, ritiene che il vero insegnamento è quello che si fa guardandosi negli occhi, parlandosi, ricercando insieme, e via dicendo. E tuttavia Platone Per i suoi tempi ha scritto un sacco di roba; cioè rispetto al momento storico in cui lui ha scritto, lui ha scritto un’enciclopedia, perché i testi erano tutti brevi, anche per ragioni economiche; e lui ha scritto veramente tantissimo, basta prendere ad esempio, dato che ce li abbiamo, I Dialoghi; o un libro di dieci libri come La Repubblica, o uno in dodici come Le Leggi, e poi un sacco di Dialoghi anche molto lunghi, e poi un sacco di Dialoghi brevi; allora: perché? Per il motivo per cui ha scritto Tolkien, secondo me. Perché lì il problema non è del tempo, il problema è dello sguardo, il Maestro è colui che guarda e che fa le cose sempre pensando ai suoi allievi. Non pensa al suo successo… ma oddio poi sai, ci sono le debolezze umane, però come dire l’asse, il binario su cui è situato è: “Questa cosa allora è utile, questa cosa magari li fa pensare, li fa scoprire, li fa sentire” questa cosa, più del tempo, è importante, perché tu ti poni in un’ottica di servizio, un’ottica in cui quello che conta è, sì, certo, anche il tempo, perché se non c’è tempo questa operazione… cioè non so quanto tempo ci ha messo a scrivere tutti quei libri il buon Tolkien, ma certo ci ha dedicato tanta fatica, tanto tempo, per gli altri; e devo dire è anche riuscito. Allora, in questo senso, io credo che tutte le letture ideologiche sono proprio sbagliate, perché si mettono su un asse completamente diverso. Io lavoro per te, allora andiamo a vedere che cosa, che tipo di lavoro mi proponi, qual è la speranza che uno scrittore, un Maestro, ha nei riguardi dell’effetto che determina nel lettore o nello studente: se uno vuol convincere di una sua tesi, politica, ideologica, il lettore, non può dire che sta lavorando per lui. Sta lavorando per quella idea, cosa legittima magari, non discuto, ma non sta lavorando per il ragazzo, per il giovane, per il lettore. Lavorare per il lettore vuol dire: “Qualunque sia la cosa che tu pensi, o che tu penserai (a meno che tu non sia proprio… come dire, l’incarnazione del male, adesso non voglio citare le cose precise ma, proprio spregevole e indegno del rispetto, proprio: il male), a me va bene quello che tu pensi. Poi magari se non siamo d’accordo litighiamo, certe volte il litigio fa anche bene alla circolazione sanguigna, no? A me interessa che tu abbia la percezione di certe cose. Dicevo prima del senso del limite: che lo veda, nel racconto, nella debolezza, anche dell’eroe più fulgido, no? Chi è l’eroe, in quel racconto? Tu che sei un Tolkieniano di ferro, vedi che è una domanda da far tremare le vene ai polsi! Perché alla fine nessuno è l’eroe, e un po’ tutti sono eroi alla misura umana. Ognuno, alla sua misura, riesce a realizzare qualcosa. Allora, tu pensa appunto al dibattito su cui io ho sorvolato, ma che quando ero negli anni ottanta era invece sugli scudi: allora, da una parte la sinistra che temeva l’irrazionalismo, questa era la paura: “Eh no, bisogna affrontare le tematiche secondo una logica in cui la situazione economica, la situazione politica, la lotta di classe…” cioè una serie di cose, non ho niente da dire su questa faccenda, ma perché ogni posizione che non sia ancorata a questo modo di ragionare, e che sia evocativa, che sia poetica, deve essere subito abbandonata perché irrazionalista? Chi l’ha detto? La poesia deve essere razionale? No, Dio ci liberi! No? Deve essere profonda, intelligente, evocativa. Deve suscitare grandi sentimenti; non so se possiamo dire se Shakespeare è razionale, non capisco che c’entri. Invece l’altra parte, la destra, andava verso la mistica, quindi prendeva dei valori, quelli sì, temo, irrazionali, e li faceva diventare il testo; e a me non sembra che il testo dia questo. Come al solito, come dicevo fin dall’inizio, c’è questa separazione, che non ha molta ragione d’essere, non ha molta ragione di essere applicata a un’opera così bella come il Signore degli Anelli, rovinando poi tutto, alla fine.

Per ultimo vorrei farle una domanda sul “multifocal approach” che lei in primis e l’intero settore di antichistica degli studi storici in Filosofia dell’Università di Macerata state portando avanti e proponendo al mondo accademico nazionale ed internazionale. Tolkien si studia e si capisce solo mettendo insieme un gruppo di persone molto preparate in ambiti diversi, dalla traduzione alla filologia, dalla linguistica alla filosofia, fino agli studi storici, biografici e teologici. Secondo lei, il metodo del multifocal approach può essere utile anche negli studi Tolkieniani? Può spiegarci in poche parole e nei limiti del possibile in che cosa esso consiste? Ed infine, proporre un nuovo paradigma alla comunità scientifica è certamente cosa ardua; cosa consiglia ai Tolkieniani che desiderano vedere Tolkien studiato all’Università? Lei appoggerebbe ad esempio una domanda di Dottorato in cui Tolkien sia compreso?

Perché no? Io ho discusso una Tesi, mi ricordo, sull’uso in guerra, guerra contemporanea, cioè di oggi, delle forze corazzate rispetto alle altre forze. Siccome nessuno se la sentiva di fare il correlatore, io che mi sono occupato, siccome sono pazzo, anche di queste cose, ho fatto un dibattito interessantissimo, c’erano tutti i colleghi con gli occhi fuori dalle orbite; quindi, affrontato con la dovuta… ecco, però mi raccomando eh? Poi entriamo nel merito della tua domanda, senza paludare troppo il nostro Tolkien. Un ragazzo di liceo, quindi un po’ cresciutello, che si legge Tolkien e ne rimane incantato, a me va benissimo. Poi c’è una lettura che può fare un “intellettuale” messo tra virgolette, penso, come termine, serio. Poi c’è una lettura che può fare uno studioso di Tolkien, ad un altro livello. Vedi: il multifocal già comincia a vedersi. Bisogna dire che la lettura del ragazzo non è vera? Che l’esperienza che ha fatto, che magari gli ha fatto scoprire una serie di valori, non è importante? Gandalf! Quanto fa scoprire Gandalf? Secondo me è un personaggio meraviglioso. Io purtroppo non ho mai potuto approfondire tematicamente, uno deve decidere che vita fare, e quindi dedicandomi a Platone, dedicandomi a tante altre cose, ho fatto l’esperienza del lettore di Tolkien, ma non approfondita come certamente meritava. Ma appunto allora che cos’è il multifocal approach? Multifocal approach vuol dire che noi dobbiamo prendere atto che anche la realtà più semplice come questa penna che tengo in mano, in realtà è estremamente complessa. È complessa in sé stessa: è fatta di tanti pezzi, ha una funzione. Questa penna qua viaggia nel tempo: la porto nell’antico Egitto, gliela regalo. E questi possono valutare: che bel colore, che bella situazione, fa anche un rumore; tic e tac, guarda che carino! Punto. Perché non c’è la carta, e non credo che sulla pelle di montone o sul papiro questa punta rotolante produca grande effetto, dubito. Capisci cosa voglio dire? Cioè anche una cosa ridicola come una penna, dentro ha un sistema di relazioni complicatissimo, quindi può essere vista come oggetto estetico, come una di quelle penne d’oro, con l’inchiostro, che si regalano magari il giorno che si va in pensione, no magari alla laurea di uno in Legge, che magari vuol fare il notaio; ecco, capisci? Può avere un valore estetico, può avere un valore di ricordo: la penna d’oro di mio padre è lì nel mio cassetto, e lì sta. Certo non la uso, perché chi usa più le penne di quel tempo? Però è lì, perché ha un valore di un certo tipo. E poi vi è un valore di uso… cioè, è chiaro? Le cose hanno questa complessità interna ed esterna, e solo approcciandole dai vari punti di vista noi possiamo dire di avvicinarci all’oggetto, perché tanto l’oggetto nella sua perfezione non lo avremmo mai, perché tutto ha tante facce, e noi vediamo sempre una faccia e non le altre. Può essere utile affrontare Tolkien in questo modo? Ma io mi chiedo com’è possibile non affrontarlo in questo modo!? La Compagnia dell’Anello: più multifocale di quello! Non so se ci sono studi del genere, ma se tu avessi qualcuno che vuol fare uno studio io gli direi: le varie anime della Compagnia dell’Anello! Perché certamente come la vive Aragorn, e come la vive Gandalf, e come la vive Frodo, e come la vive il nano, eccetera, non è la stessa cosa, perché ognuno di loro rappresenta una cultura diversa, ha delle aspettative diverse e delle aspettative comuni; il gioco è sempre simile e dissimile, identico e diverso, E allora sarebbe interessante vedere in che misura Tolkien stesso è riuscito a darci questa calibrazione. Essendo un artista magari c’è riuscito, non lo so, io non ho, non ho mai fatto… Uno dei miei sogni era andare in pensione, cosa che ufficialmente è successo tre anni fa, ma tu sai che continuo a lavorare come prima, quindi…  Se alla fine mi fermerò e verrò a Macerata una volta ogni tanto, be’, Il Signore degli Anelli è sicuramente uno dei libri che devo rileggere, è nell’elenco di quelli che (spero di campare molto a lungo per poterli rileggere) spero proprio di poterlo rileggere insieme a tanti altri libri che vorrei rileggere, e magari farò attenzione a questa cosa, ma voi che siete così tanto impegnati nell’approfondire, non so se qualcuno ci ha pensato a una cosa del genere, ma mi sembra non priva di interesse, perché in fin dei conti il viaggio è unico, il problema è unico, perché il problema è il Male che arriva e che quindi va affrontato con il massimo di unità possibile, con tutte le tensioni e le rotture che continuamente avvengono, le cadute, i tradimenti… Tradimenti è un po’ “pesante” però ci si arriva certe volte proprio vicino vicino, no? E però uno è Nano, quell’altro è Elfo, e non si trovano simpatici d’emblée, no, immediatamente; quell’altro è Umano, e quindi come dire c’è quello di una città, quello di un’altra città, e quindi se tu questo gioco polivalente, che sarebbe bello ricostruire e vedere in che misura ha peso nella vicenda, considerando che poi è questo che spiega l’imprevedibilità, fino al tradimento da parte di quello che avrebbe dovuto essere il capo dei Maghi, degli Stregoni, non so qual è il termine più giusto, e che invece a un certo punto subisce anche lui il fascino del male, perché appunto siamo sempre in relazione, bene e male ci sono tutti e due, ed ogni volta noi siamo lì che tiriamo. E quello che fino a quel punto sembrava l’elemento forte di cui Gandalf si fidava, è quello che rischia di aiutare, di determinare la vittoria del peggior nemico, che poi uno ci pensa un attimo e dice: “evidentemente ha perso il lume della ragione”, perché col Male non si può fare un patto, perché se il male è male, non rispetterà il patto; o lo rispetterà solo fino a quando, se, come, gli pare a lui. Perché non gli puoi dire: “ma tu adesso mi stai tradendo”, il male ti guarda e ti dice: “Tradendo? Non capisco la parola, non è nel mio vocabolario”. Sarebbe interessante secondo me questo approccio, vedere in che misura Tolkien stesso ha giocato sui vari tavoli. Ci vuole uno studioso che gli dedichi il tuo tempo. Può essere una bella tesi di laurea, sicuramente.

Grazie Professore, grazie mille.

Va bene, spero, non so se ti sembra interessante è quello che abbiamo detto…

Interessantissimo, veramente. Una delle più belle interviste che abbiamo mai fatto.

Allora… no, no, a me basta che… perché la cosa a cui io tengo sempre è che uno non esca dicendo: “Ma tu guarda quanto tempo perso” allora non ne è valsa la pena, allora è un peccato. Se invece sei contento, basta, siamo contenti tutti.