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Tolkieniani Italiani – Intervista a Marcantonio Savelli


Recentemente abbiamo avuto modo di entrare in contatto con Marcantonio Savelli e di approfondire la sua conoscenza. Nato a Bologna nel 1986, si è proposto in particolare per il suo esordio come autore letterario con un’opera prima interamente ispirata alla letteratura medievale, a partire dalla trama fino a giungere al metodo compositivo. Abbiamo così potuto constatare che l’autore è anche studioso di filosofia e appassionato ricercatore di storia e letteratura medievale: non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione per una ricca chiacchierata su tutto ciò che ci accomuna.


Da cosa è scaturita l’ispirazione a dedicarsi a un tema e a un’opera tanto affascinante, quanto inusuale nel panorama letterario nazionale?

Ringrazio prima di tutto per il complimento e per questa intervista. Dove è nata l’ispirazione… Fortunato l’autore che sia in grado di rispondere a questa domanda riguardo alla propria opera in modo esauriente. Temo di non poterci nemmeno provare. L’ispirazione diretta credo sia da ricercarsi, tra le altre cose, nelle letterature medievali, in primo luogo l’epica di ogni latitudine, su tutti il Beowulf la Chanson de Roland, i cicli arturiani, le saghe norrene, la Legenda Aurea e altre agiografie, Chretien de Troyes e la lirica trobadorica in generale, Dante. Tra gli antichi, l’Odissea inevitabilmente. Tra i moderni, mi vengono in mente Melville, London, Scott, Borges, Yeats. Tolkien fa storia a se’. Ma se parliamo di ispirazione in senso più lato, devo purtroppo avvertire di aver letto molta filosofia. Pertanto credo che il problema letterario sia per me posto innanzi tutto come problema filosofico. Senza fare nomi. Penso dunque che sia corretto definire Erec un poema filosofico. Si può leggerlo come un poema epico per trarne il piacere che si trae da un testo epico. Tuttavia il mio intento era fare qualcosa di più di questo, ovvero suggerire al lettore una meditazione sull’uomo non antico, ma moderno, o sulla crisi moderna, se si vuole, vista non dal punto di vista della “letteratura di crisi”, ma bensì da quello di un suo superamento. In realtà la distinzione è illusoria, perché l’epica è, per sua natura, spontamentamente simbolica e quindi filosofica. Ad ogni modo, ho tentato di scrivere un libro drammatico ma ottimista, che mediti sul futuro facendo finta di parlare “solo” di un passato immaginario. C’è forse qualcosa di Tolkieniano in questo? 

Qual è stato il ruolo di Tolkien e delle sue opere in questo contesto creativo?

Non esito a dire che questo testo non esisterebbe se un bambino di nove anni non avesse preso in mano Il Signore degli Anelli per non più abbandonarlo. Una storia comune, credo, a molti di coloro che leggeranno queste righe. Da allora ho letto e amato molti altri autori, ma penso di poter dire che Tolkien sia l’influenza maggiore su Savelli come essere umano e come scrittore. A prescindere ovviamente dalla qualità letteraria e artistica, credo che nel mio testo ci sia molto di Tolkien. Ma la ricetta ideale per scrivere un pessimo libro penso sia imitare gli autori che si amano. Non si potrà mai eguagliarli, ma soprattutto si sta imitando l’opera, non la mente e lo spirito che l’hanno creata. Si sta facendo, per dirla con Platone, una copia di una copia. Da Tolkien penso di aver attinto, soprattutto, la convinzione che si possa scrivere un’opera che parli all’uomo moderno del suo destino e della sua felicità senza per questo rassegnarsi alla modernità e alla crisi che essa porta con se’. E l’idea che certi temi, tra cui quello del fantastico inteso come quel qualcosa che sfugge alla logica calcolante, all’organizzazione come dominio… questo e altri temi nati nell’Occidente medievale… possano essere recuperati e riproposti in chiave nuova. 

Come mai la scelta è caduta proprio sul metro allitterativo, che non è certo la tecnica compositiva letteraria più agevole?

Come tutti sappiamo, vi è un rapporto fra forma e contenuto. La forma, in un’opera d’arte, non è un abito che si possa smettere e sostituire a piacere. Non credo sia possibile, per intenderci, scrivere un poema allitterativo a tema non epico,  o che parli del banale, del quotidiano, del triviale. O del moderno. Lo si potrebbe fare, certo, ma credo che il risultato sarebbe piuttosto ridicolo. La letteratura italiana non ha mai conosciuto l’allitterazione perché è molto più difficile comporre secondo tale metro in una lingua “romanza” che in una lingua germanica, come ad esempio l‘old english. Il motivo principale è piuttosto semplice. In old english, nonché nell’inglese moderno che in buona parte ne deriva, la stragrande maggioranza delle parole è accentata sulla prima sillaba. Siccome il metro allitterativo non si interessa di come una parola finisce, (come invece la rima), ma solo del suono delle sillabe dove cadono gli accenti, ecco che per chi compone è molto più facile pensare alle parole che iniziano con il tal suono, che non trovare mentalmente la parola che esprima ciò che vogliamo esprimere e allo stesso tempo che abbia la sillaba su cui cade l’accento corrispondente alle esigenze metriche. All’inizio del testo vi è una spiegazione della metrica utilizzata. Chi lo desidera può cimentarsi e verificare da se’. Ma detto questo, oltre al maggior tempo e alla fatica richiesti a comporre, di cui il lettore non ha motivo di preoccuparsi, oso sperare che i risultati non parlino a sfavore dell’adozione di tale metro anche per opere in lingua italiana. Questo poema epico, come tutti i poemi epici di ogni tempo e luogo, è fatto non per essere letto mentalmente, ma declamato ad alta voce. Ho provato a farlo e mi è parso che il risultato non fosse dei peggiori. Per questo l’ho portato a termine.  

Sono in nuce o in lavorazione eventuali seguiti o altre opere dello stesso filone?

Tutto è possibile, ma credo che una scelta stilistica così “forte”, nel senso di specifica e contenente in se’ un che di programmatico, difficilmente possa dar vita ad un genere. Vi è qualcosa di facilmente esauribile in essa, in primo luogo l’implicita dichiarazione di voler scrivere, nel ventunesimo secolo, un poema allitterativo invece di un romanzo. Tolkien scrisse anche in metro allitterativo, credo unico nel ventesimo secolo, ma potrei sbagliarmi. Gran peccato che quel suo testo sia incompiuto. Tornando alla scelta formale, personalmente non mi vedrei capace, invece, di scrivere un romanzo, forma espressiva, come è noto, ben più recente e “giovane” dell’epica stessa. In questo periodo sto lavorando ad una raccolta di racconti molto brevi. Certo, io stesso, o qualcun altro, potrebbe scrivere altri poemi allitterativi in lingua italiana, magari anche più lunghi o meglio scritti, ma cosa aggiungerebbero al primo? A questa domanda faticherei a trovare risposte convincenti.

Il ciclo della Terra di Mezzo può essere visto anche come una base di conoscenza da cui possono essere tratte altre ispirazioni che invitino a riscoprire e diffondere testi storico – mitologici?

Certamente. L’opera di Tolkien è (anche) il prodotto di una profonda conoscenza del Medioevo occidentale. Se non ricordo male, egli dichiarò di essersi proposto di creare una mitologia per l’Inghilterra, che non ne aveva mai avuta una al pari del mondo greco-latino. Se davvero questo era il suo intento, mio parere è che abbia fallito: egli creò invece, forse senza volerlo, una mitologia per l’Occidente. Più si studia e si conosce il Medioevo e la sua letteratura, più si apprezza Tolkien, e viceversa. Ciò detto, non si intenda che l’operazione di Tolkien sia una mera emulazione antiquaria: sono consapevole che vi è molto di più. Non credo serva ricordarlo. Tuttavia, consiglio agli appassionati di Tolkien che siano alla ricerca di materiale “nuovo” che permetta loro di provare almeno in parte suggestioni simili a quelle prodotte in loro da Tolkien stesso, di considerare la lettura di testi medievali, forse meno noti in Italia che in altri paesi. Naturalmente la lista è nutritissima, ma il primo da menzionare è ovviamente il Beowulf, che è un poema allitterativo. E’ a mio parere il più “tolkieniano” tra tutti i testi antichi, ovviamente non a caso, dato che Tolkien ne era il massimo esperto. Personalmente, pur nutrendo un’ammirazione altissima per Tolkien, non mi definirei un grandissimo fautore del genere “Fantasy” inteso come genere letterario contemporaneo. Il problema è che molti autori, anche di successo, hanno poco da spartire con Tolkien. Si limitano, perlopiù, a replicare i sintomi di un fenomeno, spesso senza averne compreso le qualità profonde. Curioso che a dirlo sia proprio il sottoscritto, autore di un testo che suppongo si possa definire “fantasy”. Ma forse gli intenti che mi muovono sono differenti. Giudicherà il lettore.

A che pubblico si rivolge la sua opera?

Mi piacerebbe dire: a tutti. E’ un testo poetico, e come tale un poco meno scorrevole di uno in prosa. Tuttavia, una delle mie priorità è stato rifuggire il “poetichese”. Scrivere “difficile” è facilissimo. Scrivere “semplice” è molto più difficile. Spero, a tratti, di esserci riuscito. Una delle qualità dell’epica medievale è la sua capacità di ottenere effetti dall’alto valore poetico facendo uso di un linguaggio semplice. A volte perfino, all’apparenza, rozzo. Vi troviamo parole di uso quotidiano preferite a parole auliche o ricercate. Ho cercato di fare tesoro di questo accorgimento. Dopo molti anni di lavoro ho raggiunto il risultato che desideravo. Non riesco a immaginare per la mia opera un pubblico più adatto di coloro che amano profondamente Tolkien, dato che io stesso sono uno di loro. E a tutti coloro che leggeranno l’Erec, consiglierei di farlo ad alta voce, in compagnia, possibilmente di notte, attorno ad un fuoco. 

A beneficio di chi desiderasse reperire il libro di Marcantonio Savelli, riportiamo il link alla pagina web del sito dell’editore – a cui rimandiamo per ulteriori informazioni e per eventuali ordini: https://www.apolloedizioni.it/epages/146609.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/146609/Products/9788831202015

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Tolkieniani Italiani – Intervista a Ted Nasmith

Ancora oggi mi ricordo delle prime volte che ho letto Il Silmarillion e delle emozioni che ho provato entrando in quel mondo fantastico pagina dopo pagina. L’Epicità unica è un marchio registrato delle opere di J.R.R. Tolkien. Un universo meraviglioso, pieno di miti e leggende, di avventure, di dramma, di amore e colpi di scena. Ma sono state anche le bellissime illustrazioni contenute in quel libro ad aiutarmi a dar vita al “mio” fantastico universo tolkieniano.

Le illustrazioni erano di Ted Nasmith, e dopo tantissimi anni trascorsi da quando avevo letto Il Silmarillion per la prima volta, ho avuto il grande piacere di parlare con questo grandissimo artista canadese. È una persona molto gentile, simpatica e alla mano, e si è dimostrato da subito disponibile a fare una bella chiacchierata sulla sua vita, i suoi lavori e i suoi progetti.

Erie Rizzi Neves


Parlaci di te. Chi è Ted Nasmith e quali sono le tue formazioni accademiche, artistiche e professionali?

Sono diplomato con honores nel programma di arte della mia scuola superiore, dopo di che ho iniziato uno apprendistato in “architectural rendering”, che poi è stata la mia professione finché non ho sviluppato il mio interesse per J.R.R Tolkien. Accademicamente non ho le credenziali formali, ma ho semplicemente l’amore per la conoscenza in diversi campi e sono un avido lettore. Sono anche un musicista, chitarrista, bassista, cantante e compositore.

Quando hai capito che l’arte era il tuo mondo e che saresti diventato un artista?

Vicino alla fine dei miei anni di scuola elementare mi è stato comunicato che avrei dovuto fare parte di un programma di arti grafiche in un liceo, e ho accettato. Prima di ciò non avevo idea che diventare un artista professionista avrebbe potuto essere una realtà.

Di solito che tecniche artistiche utilizzi e com’è il processo creativo per le tue opere?

Per la maggior parte della mia arte, dipingo in Gouache (guazzo). Concepisco l’immagine dopo aver letto un passaggio nel libro, poi faccio uno piccolo schizzo o schizzi in base a questo. Dopo di che sviluppo l’idea e la raffino in disegni successivi, arrivando a creare un disegno con colori grezzi. Gli elementi di questa illustrazione saranno studiati in base alle esigenze, utilizzando gli archivi della mia collezione e ricerche online. Con tutte le fasi preliminari completate, procedo ad una pittura full size, costruendo l’immagine in più fasi.

Quale illustrazione ti ha dato più soddisfazione, sia personale che professionale?

Purtroppo ci sono un bel po’ che potrei scegliere. “Entering Mirkwood” è un buon esempio di un lavoro a cui sono particolarmente affezionato, o “The Fair Valley of Rivendell”.

Se ci sono, quali sono le differenze tra buttar giù uno schizzo per lavoro e illustrare per pura ispirazione?

Questi due aspetti si intrecciano per me. Quasi mai ho illustrato per pura inspirazione. Di solito c’è sempre qualcuno che mi commissiona lavori. Detto ciò, “Taniquetil” è uno dei rari esempi di pittura creata per puro piacere.

Com’è nata la tua passione per Tolkien?

È stato semplicemente per la raccomandazione de Il Signore degli Anelli da parte di mia sorella maggiore; avevo quindici anni. Mi sono fissato appena ho iniziato a leggerlo. E da subito mi è nato un forte desiderio di disegnare immagini inspirate al libro.

Oltre ad essere un illustratore rinomato sei anche un grande studioso dell’universo tolkieniano. Riesci a spiegare il fenomeno per cui dopo quasi 70 anni dalla pubblicazione della prima edizione de Il Signore degli Anelli il filone è oggi più forte che mai?

Penso che la gente sa quando un romanzo o un’idea è potente e duratura e Tolkien aveva un genio per captare negli strati più profondi dell’immaginazione il nostro fascino per miti e storia, e ha riversato tutta la sua energia creativa nel legendarium che ha sviluppato per tutta la sua vita.

Raccontaci la tua esperienza personale con J.R.R. Tolkien e di quando l’autore ti ha scritto una lettera, in cui apprezzava i tuoi disegni.

È stato molto gentile da parte sua. Ho inviato una lettera e qualche foto delle mie prime illustrazioni e ritratti dei personaggi che avevo disegnato nel 1972, circa. Gli sono piaciuti, anche se mi ha detto che la mia versione di Bilbo era un po’ troppo infantile (Un viaggio inaspettato). La sua lettera di risposta non era scritta a mano, ma dattiloscritta e firmata. Purtroppo non la possiedo più.

Sei stato contattato dai rappresentanti di Peter Jackson per fare parte del team creativo della trilogia de Il Signore degli Anelli, insieme a John Howe e Alan Lee. Ci puoi raccontare cos’è successo?

Avevo presentato un’offerta per aiutare con il lavoro concettuale del progetto, ricevendo quasi subito l’invito per unirmi alla produzione. Alla fine ho dovuto rifiutare, soprattutto perché avevo una situazione familiare complicata in quel periodo, con la rottura del mio matrimonio e tre bambini a cui badare. A un certo punto ho avuto a che fare anche con la depressione, che mi ha lasciato senza forze sia per l’arte che per qualsiasi altra cosa. Mi sono reso conto che avevo bisogno di riprendermi.

Sappiamo che Peter Jackson ha utilizzato qualche tua idea come riferimento per alcune scene de Il Signore degli Anelli. Cosa provi nel vedere le tue illustrazioni nel grande schermo?

Capisco le ragioni per cui Jackson ha voluto che le scene fossero basate sulla visione di artisti affermati, ma mi ha deluso per non avermi informato e non avermi richiesto l’autorizzazione per l’utilizzo di quelle idee.

“There and back again”. Cos’è per te Universo Tolkieniano?

Per me, Tolkien è una vocazione, una ricerca continua. Non c’è mai fine alle possibilità.

Dall’Ainunlidalë alla canzone dei nani insieme a Bilbo Baggins, la musica è uno strumento di grande importanza nella mitologia tolkieniana. Cosa rappresenta la musica per te?

Amo la musica, amo molti generi musicali e amo suonare la musica. È essenziale per una vita ben vissuta.

Chitarrista e musicista. Utilizzi lo stesso processo creativo delle illustrazione anche per creare musica?

Non proprio. Scrivere testi o melodie è un po’ diverso. Credo che l’elemento comune è che una canzone ispirata alle opere di Tolkien abbia bisogno di sentirsi autentica ed emotivamente legata al suo testo/contenuto, proprio come lo stile e il contenuto di un dipinto che riflette in quella scena lo stato d’animo dell’artista/lettore.

Parlaci dei tuoi progetti musicali.

Ho registrato un cd di canzoni a tema Tolkien nel 2007 con standard di mixaggio professionali, di qualità. Ho scritto molte canzoni, ma la maggior parte sono state registrate in modo piuttosto casuale o con una rifinitura di livello amatoriale. Vorrei registrare del materiale nuovo, ma anche registrare in modo professionale le vecchie canzoni.

Curando questo sito e altre pagine social dedicate alla diffusione di informazioni riguardanti il mondo tolkieniano, abbiamo notato che diverse delle tue illustrazioni girano in rete senza riferimenti all’autore né il tuo consenso. Come reagisci davanti a questo fenomeno?

A volte cerco di affrontare tale pirateria ma questa azione diventa presto frustante, non diversamente da nani che inseguono gli elfi nel Bosco Atro. Ma la maggior parte dei prodotti illegali che riproducono la mia arte hanno qualità molto bassa.

Che consigli puoi dare ai nuovi artisti emergenti?

Aspettatevi un arduo percorso per trovare la strada per il campo artistico che volete eccellere, ma non abbandonate il vostro sogno. Tantissimi artisti, anche quelli rinomati, hanno dovuto fare un altro tipo di lavoro per un po’ di tempo, per poter pagare le bollette, pur inseguendo la loro passione nel tempo libero, sempre alla ricerca di un’opportunità di essere riconosciuti. Ho anche detto ai miei studenti di “rubare” le idee degli artisti che ammirano, di emularli e imparare. Fate lo stesso, e in
poco tempo potrete trovare la vostra firma; la vostra strada e vocazione.

Hai intenzione, o in progetto, di visitare l’Italia?

Non ho piani in visitare l’Italia per il momento, ma sarei felice di essere invitato a un qualche evento regionale.

Vuoi mandare un messaggio ai nostri amici tolkieniani italiani e ai tuoi fan che ci leggono?

I miei sinceri saluti ai miei amici Tolkieniani Italiani! Grazie per il vostro apprezzamento della mia arte. Possa una stella benedire l’ora del nostro incontro nei regni della Terra di Mezzo!

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Tributo a Christopher Tolkien

Ora gli Inklings sono nuovamente riuniti.

Ieri anche noi siamo stati raggiunti dalla notizia della conclusione dell’esperienza terrena del terzogenito di J.R.R. Tolkien, come tutti coloro che hanno amato la Terra di Mezzo e le figure straordinarie che ce ne hanno fatto dono – il plurale è voluto: come riporta anche la nota di HarperCollins, fin dall’età di 5 anni Christopher aveva assunto una vera e propria funzione da editor dei racconti della buona notte che il padre narrava a lui e ai fratelli e anche in seguito, prima di prendere parte al secondo conflitto mondiale, si dedicò incessantemente a mappe e annotazioni. Prendeva parte alle riunioni all’Eagle and Child con gli Inklings, fu da sempre un punto di riferimento per suo padre nello sviluppo delle storie e in seguito ad esse dedicò, sacrificandola, la sua vita, assumendosi il compito della cura editoriale del patrimonio di scritti paterni in luogo di una brillante carriera intellettuale propria.

È dunque corretto dire che la sua morte segna uno spartiacque: si chiude l’epoca in cui coloro che hanno dato vita alle Grandi Storie erano tra noi. Ora il compito di custodire e tramandare ciò che ancora resta passa ad altri. Non sappiamo quanto dei famosi settanta scatoloni di carteggi sia ancora da esaminare ed eventualmente possa essere pubblicato, ma possiamo dire per certo che l’incessante attività di cura di Christopher Tolkien non è meno unica dello straordinario processo creativo che portò John Ronald Reuel Tolkien, assieme a lui, a costruire il legendarium. Per questo, invece di uno dei suoi ritratti, crediamo che l’immagine che meglio rende testimonianza di lui sia il trittico che porta a compimento la sua monumentale curatela, le Grandi Storie (I Figli di Húrin, Beren e Lúthien, La Caduta di Gondolin): questi tre testi costituiscono il cuore pulsante di tutto il corpus narrativo tolkieniano e sono la conclusione di un’attività che ci ha permesso di leggere:

  • 1975 Sir Gawain and the Green Knight, Pearl and Sir Orfeo
  • 1977 Il Silmarillion
  • 1979Pictures by J.R.R. Tolkien
  • 1980 Racconti Incompiuti di Númenor e della Terra di mezzo
  • 1981The Letters of J.R.R. Tolkien (insieme a Humphrey Carpenter)
  • 1983 The Monsters and the Critics and Other Essays
  • History of Middle-earth – 1983: The Book of Lost Tales Part One, 1984: The Book of Lost Tales Part Two, 1985: The Lays of Beleriand, 1986: The Shaping of Middle-earth, 1987: The Lost Road and Other Writings, 1988: The Return of the Shadow, 1989: The Treason of Isengard, 1990: The War of the Ring, 1992: Sauron Defeated, 1993: Morgoth’s Ring, 1994: The War of the Jewels, 1996: The Peoples of Middle-earth
  • 1988 Tree and Leaf
  • 2007The Children of Húrin
  • 2009 The Legend of Sigurd and Gudrún
  • 2013 The Fall of Arthur
  • 2014 Beowulf: A Translation and Commentary
  • 2017 Beren and Lúthien
  • 2018 The Fall of Gondolin

A ciò si aggiunge (come dimenticarlo!) il rapporto di collaborazione con la Elvish Linguistic Fellowship, cui inviò una lunga serie di documenti sulle lingue della Terra di Mezzo che poi il gruppo prese a diffondere tramite le testate Vinyar Tengwar e Parma Eldalamberon. Questa attività ha permesso di conoscere molto più a fondo il pilastro più particolare su cui si regge l’intero costrutto del legendarium – la componente linguistica.

Non basterebbe un volume per raccontare in dettaglio tutto ciò che dobbiamo a Christopher Tolkien. Basterà, per ora, rammentare che grazie a lui abbiamo potuto entrare in contatto con vastissime porzioni di Terra di Mezzo che altrimenti non avremmo mai potuto avvicinare – e ad ogni nuovo angolo ci si sono aperti tantissimi nuovi stimoli, tantissime sfaccettature che hanno reso meglio l’idea di quanto vasta e gratificante è l’esperienza che offre al lettore e allo studioso.

Nel nostro piccolo, ci impegnamo a seguire il suo esempio e a continuare a diffondere le meravigliose opere che, anche tramite lui, abbiamo ricevuto. Trasmetterle, goderne assieme, tramandarle con altrettante cura e amore è il lascito più importante.

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LETTERA AI TOLKIENIANI DI VITTORIA ALLIATA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera inviata ai Tolkieniani Italiani dalla principessa Vittoria Alliata di Villafranca, traduttrice de Il Signore degli Anelli. In essa ci racconta con le sue parole, a beneficio del pubblico che non ha seguito puntualmente la vicenda che la riguarda in prima persona, la situazione che si è venuta a creare in seguito all’iniziative editoriale di Bompiani/Giunti che come ormai noto ha affidato a Ottavio Fatica una nuova traduzione del testo.
Ringraziamo con l’occasione sia Vittoria Alliata, che ringraziamo per il duraturo rapporto amichevole intrattenuto in tutti questi anni con la Società Tolkieniana Italiana, sia il presidente dell’associazione Tolkien melle Marche, i Cavalieri del Mark, Giuseppe Scattolini, in accordo col quale offriamo anche ai nostri lettori il testo inviatogli in prima lettura.


Nell’aprile del 2018 gli amici tolkieniani mi segnalarono un intrepido assalto alla mia traduzione del “Signore degli Anelli” (su Repubblica e allo stand Bompiani del Salone del Libro di Torino) in nome del nuovismo e del politically correct. Con garbo ma fermezza chiesi all’editore – tramite i miei legali – di dissociarsi pubblicamente dalle dichiarazioni diffamatorie di chi mi accusava di una “giovanile avventura improvvisata”, con nientemeno che “500 errori a pagina su 1500 pagine”. Accertato che la mia versione, quella vilipesa dai revisionisti benché (o proprio perché) approvata dallo stesso Tolkien, continuava ad essere stampata e commercializzata da Bompiani-Giunti in totale disprezzo della legge sul diritto d’autore e delle minime regole di correttezza, essendone ormai scaduti i diritti da parecchi anni, diffidai l’editore a ritirarla immediatamente dagli scaffali.  

La risposta di chi ha incassato ad oggi milioni dalla mia traduzione, senza aver speso nemmeno un euro, rivelava che era in corso una revisione del mio testo, di cui mi si sarebbe “dato conto nel dettaglio, se lo desideravo (sic!) una volta concluso il lavoro di revisione, a settembre”. Non solo non si dissociava affatto dalle gravi offese proferite in mio danno, ma anzi, condizionava il pagamento di quanto dovuto per legge (sia per l’illecito uso della mia opera che per la sua manipolazione da parte di terzi già attuata nella versione Ebook) a due clausole vessatorie: l’obbligo di una revisione del mio testo “sotto tutela”, nonché l’obbligo di sottoscrivere un rinnovo del contratto per 10 anni, che includesse e sanasse il passato, a una cifra annua di 880 Euro.

E la grave diffamazione? E il tradimento delle volontà di Tolkien, che rivendicava una scrittura arcaica e rifiutava ogni “adeguamento ai tempi”? Tranquilla! Il provvido editore mi avrebbe consentito di presentare io stessa la mia traduzione, nella versione revisionata dagli “attualizzatori” di Tolkien, con un testo introduttivo che – oltre il danno la beffa – avrebbe in tal modo cancellato, gratuitamente e senza scuse, il reato di diffamazione. Non solo, ma incastrandomi in una sorta di letale abbraccio con il plotone nuovista, mi avrebbe resa in qualche modo complice della nuova traduzione, quella che “fa a pugni con il Signore degli Anelli” (Repubblica), quella di chi non lo aveva letto prima di tradurlo e pensava che Tolkien fosse un autore “sgangherato, come lo è tanta letteratura fantasy” (il Venerdì), quella, insomma, “che ha suscitato un oceano di ringhiante disappunto“ e “una bufera di inaudita ostilità” (Corriere della Sera). 

Non poteva che essere questa la reazione dei lettori di fronte all’esperimento di “diffuso abbassamento dell’epicità” di Tolkien “laddove quella di Alliata puntava a un innalzamento” (sic CdS!). Lettori che si sono dimostrati assai più avveduti e attenti di quanto non pensassero gli intellettualoni revisionisti: infatti, pur magari non conoscendo (o forse invece sì? Ma perchè bisogna sempre svilire e offendere le persone normali?) gli stilemi danteschi utilizzati da una sedicenne per rispettare le esigenze epiche, etiche e poetiche dell’autore, ne hanno colto la forza affabulante ed evocativa, e non li hanno scambiati per “750mila errori”.

“Di un lancio così goffo non c’è forse memoria nella storia dell’editoria italiana”, scrive il Corriere, a commento delle migliaia di battute, vignette, filmati, tutti eleganti e creativi, che hanno inondato il web di disappunto e costernazione. Valentino Bompiani – il quale mai avrebbe commesso simili “scelte ingiustificabili” (CdS) – si sarebbe tuttavia personalmente e pubblicamente scusato del disonesto tentativo di stroncare il messaggio, terreno e sublime al tempo stesso, di un maestro grande e schivo, che merita ben altro rispetto e considerazione. 

Non così i nostri eroi. All’ultima diffida dei miei legali hanno replicato con un ineffabile verdetto, secondo il quale “oltre a non accettare di revisionare la propria traduzione, la sua cliente sceglie di affossarla – ora e in via definitiva – con il ritiro dal commercio”; poi, di fronte al flop delle vendite del nuovo “prodotto” e ai commenti dei lettori che suggeriscono di acquistare anzi “collezionare e regalare, prima che scompaia, la vecchia edizione”, essi giocano un’ultima, miserevole carta. Quella della cosiddetta pubblicità comparativa, che non può essere utilizzata neppure per denigrare il detersivo della concorrenza, ma che in questo caso vediamo adoperata in modo ingannevole e subliminale per lucrare su entrambi i “fustini di detersivo” sfruttando il clamore mediatico. Appaiono così disperate “recensioni” su spelonche, quadernetti e bancarelle, e persino cartelloni e promozioni stile “prova finestra”, dove si finge di mettere le due versioni a confronto, e in realtà si traveste da dibattito culturale la denigrazione e un’infima campagna commerciale. Tutto ciò in dispregio di ogni norma così come del buon gusto. 

Una reazione tutto sommato simile a quella di Rusconi del 1996, che rifiutò – per non spendere poche lire – la mia richiesta di rivedere il testo, che presentava ancora gli stessi refusi dell’edizione Astrolabio, con buona pace di quei saltimbanchi che si affannano a sostenere, contro ogni evidenza, che qualcuno nel 1971 avrebbe addirittura riscritto la mia traduzione. Rusconi respinse anche la mia proposta di un’introduzione più adatta a illustrare gli intenti e la figura dell’Autore, nonché di un mio commento per spiegare le scelte di stile e della nomenclatura. Poco dopo il rifiuto una nuova edizione uscì comunque, e sempre con gli stessi refusi, ma con un’introduzione in cui si dava dell’opera di Tolkien un’interpretazione “pagana”, neogotica e tenebrosa, quasi fosse da collocare nel retaggio letterario di un satanista come Aleister Crowley. D’altronde appena un mese fa il concetto è stato ripreso dal Venerdì di Repubblica, che nell’impeto della contesa fra i “fustini” ha definito il Signore degli Anelli “un imprendibile nido di draghi”. Dove i draghi sarebbero/sareste/saremmo quei “fan iperfaziosi da curva sud” che difendono come “un vecchio orsacchiotto di peluche” la sua “lingua antichizzata” – dimostrando, una volta di più, di non aver capito nulla, o di non voler capire. 

Cosa significa tutto ciò? Che Tolkien non ha trovato, a parte Astrolabio, l’editore italiano capace di apprezzarne il ruolo universale e di esaltarne la figura e lo stile, con il contributo di tutti coloro che nel corso di questi anni, specialmente in Italia, hanno studiato le complessità di un messaggio che – proprio perché insieme epico ed etico – costituisce una seria minaccia all’oligarchia finanziaria e tecnocratica che
mira all’oppressione globale, alla schiavitù delle menti e dei cuori e all’appiattimento, anzi alla distruzione, di ogni differenza e identità culturale. 

In questa situazione, è evidente che la mia traduzione, proprio perché voluta dall’Autore e da coloro che lo amano davvero, non può rimanere sugli scaffali accomunata a chi la gestisce come un fustino di detersivo. E visto che l’ultimo solone comparatore ha decretato in proposito che “il budino si giudica all’assaggio”, che il web è pieno di “ingenui” (leggi “ignoranti”) che non capiscono “il respiro vibrato che emerge dal ritmo quando si svolge l’azione e l’indulgenza nelle manifestazioni climatesche avvolgenti”, e che infine le “indicazioni (dell’Autore) per i traduttori non sono vincolanti”, ma che contano soltanto – così decretano i veri competenti – le “isotopie semiotiche”, gli “ingenui” converranno con me che la traduzione approvata da Tolkien debba essere sottratta una volta per tutte a cotanto editore, che, senza neppure rendersene conto, è il primo e autentico nemico di un suo stesso Autore. Un Autore amato da milioni di lettrici e lettori che vi ritrovano la bellezza e l’importanza di combattere per preservare le proprie radici, nonché la sofferenza e i travagli di chi si oppone e continua a opporsi all’“oscuro potere” che, sotto la vecchia e marcia insegna dei “tempi nuovi”, nasconde l’asservimento dei corpi e delle intelligenze sotto il nome di libertà. 

Vittoria Alliata di Villafranca

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Tolkien all’università: convegno a Macerata

Siamo lieti di annunciare un passo davvero importante per la nostra attività culturale: avremo modo di compartecipare nientemeno che a un convegno universitario, nato dalla nostra collaborazione con Tolkien nelle Marche, I Cavalieri del Mark e l’Unimc / Università degli Studi di Macerata assieme ai suoi docenti. L’obiettivo primario è quello di trattare nella sede più opportuna per un grande classico letterario i grandi temi principali che esso tratta, primo fra tutti il problema delle traduzioni e il ruolo delle lingue nel quadro complessivo dell’opera. Ce ne parla colui al quale si deve gran parte del lavoro preparatorio, Giuseppe Scattolini.


Il titolo migliore che si potrebbe dare a questa iniziativa che sto per presentare ai Tolkieniani di tutta Italia è “un convegno a lungo atteso”.

Nel nostro paese abbiamo cinquant’anni di storia tolkieniana alle spalle. Anche qualcosa di più, se contiamo il, purtroppo fallito, progetto di Astrolabio del 1967. Staremmo qui oggi a raccontarci una storia molto diversa se non fosse stata proprio Rusconi, casa editrice identificata con la destra italiana dell’epoca, a prendere in mano le redini delle pubblicazioni di Tolkien: questo nel 1970 polarizzò molto la lettura e i lettori di Tolkien. La stessa storia d’Italia è vittima di questa polarizzazione in quanto è stata divisa al suo interno per più di quarant’anni dalla cortina di ferro: recentemente abbiamo festeggiato e ricordato la caduta del muro di Berlino del 1989, ma dobbiamo chiederci di nuovo oggi se quel muro sia davvero caduto anche nelle nostre menti e nei nostri cuori. Penso che, a partire dai commenti e dal clamore suscitato dalla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’Anello di Ottavio Fatica, ciascuno possa dare una sua risposta a questo interrogativo.

La verità è che il popolo tolkieniano italiano, il popolo dei Tolkieniani Italiani, ha fame e sete di un dibattito critico, apolitico e scientifico su Tolkien. Non solo sulla nuova traduzione di Fatica: essa è transeunte. Entro qualche anno Il Signore degli Anelli potrebbe avere tante traduzioni quante ce ne sono oggi per gli altri grandi classici della letteratura. Ciò che noi dobbiamo invece favorire è la nascita di un grande dibattito scientifico su tutte le opere di Tolkien, affinché le future generazioni studino il Professore di Oxford e Leeds nelle riduzioni cinematografiche, attraverso le traduzioni, come grande autore della letteratura inglese e classico della letteratura mondiale, come filosofo, come teologo, come persona, come cattolico, come linguista, come filologo. Questo perché le nuove generazioni leggano e studino Tolkien in lingua originale ed al fine della formazione di traduttori che conoscano i testi così bene da fare non una, ma dieci nuove traduzioni di Tolkien, in cui tuttavia traspaia l’amore e la conoscenza del testo e dell’autore. Questo significa preparare una nuova generazione di traduttori, oltre che di filologi e studiosi e critici accademici di livello universitario specializzati su Tolkien e sui suoi testi.

Questa è la verità, l’intento e l’obiettivo consapevole che ha questo convegno all’università di Macerata organizzato dai Tolkieniani Italiani in collaborazione con le due associazioni dei Cavalieri del Mark e della Società Tolkieniana Italiana, nonché l’università stessa: affinché non si possa più dire che esistono fazioni e tifoserie con ideologie preconcette nel mondo tolkieniano, ma conti solo il dibattito scientifico.

Questo sarà il primo convegno tolkieniano in Italia in cui il mondo associazionistico dialoga con quello universitario, alla scoperta di tanti accademici e professori innamorati di Tolkien. Sarà anche un convegno accreditato: gli studenti di tutto il dipartimento di studi umanistici di Macerata potranno ottenere crediti universitari con Tolkien, grazie ai quali arriveranno alla laurea. Questa sarà solo la prima di molteplici iniziative annuali con le università che i Tolkieniani Italiani hanno intenzione di portare avanti. È un’iniziativa, tra l’altro, molto diversa dal seminario sulle lingue inventate di cui abbiamo avuto recentemente notizia dall’università di Torino: ivi si parlerà in generale di lingue inventate e Tolkien verrà, come usualmente viene fatto, accostato ad altri inventori di lingue, che tuttavia non hanno fatto un lavoro filologico, linguistico-storiografico, filosofico e teologico legato alle lingue come il suo. La nostra proposta è più completa ed, a parer nostro, più adeguata a Tolkien, in quanto lo fa valere per sé e non nel contesto solito in cui viene inserito del fantasy o della fantascienza.

Alcuni relatori del convegno sono noti al mondo tolkieniano, altri meno, ma li presenteremo più avanti. Per ora ecco il programma completo dell’evento, che sarà trasmesso integralmente in diretta sulla web radio La Voce di Arda:

4 dicembre

15.00 – 15.30 saluti iniziali

15.30 – 16.00 Maurizio Migliori – Un capolavoro rifiuta una lettura unilaterale

16.00 – 16.30 Francesca Raffi – La Compagnia dei Traduttori: Le lingue di Tolkien sullo schermo tra sottotitoli e doppiaggio

16.30 – 17.00 dibattito

17.00 – 17.15 pausa caffè

17.15 – 17.45 Anton Giulio Mancino – Le compagnie cinematografiche degli Anelli

17.45 – 18.15 Diego Poli – L’invenzione linguistica in Tolkien

18.15 – 19.00 dibattito

5 dicembre

(mattino)

9.00 – 9.30 Francesca Chiusaroli – Contro l’arbitrarietà: un’idea di glottopoiesi in A secret vice di Tolkien

9.30 – 10.00 Gianluca Comastri – La subcreazione linguistica di Tolkien; tra filologia, invenzione e ricostruzione

10.00 – 11.00 dibattito

11.00 – 11.15 pausa caffè

11.15 – 11.45 Marco Respinti – 25 marzo T.E., la distruzione dell’Unico Anello

11.45 – 12.15 Andrea Ghidoni – «À propos di ciuffolotti»: leggende medievali e legendarium nell’epistolario di J. R. R. Tolkien

12.15 – 13.00 dibattito

(pomeriggio)

15.00 – 15.30 Vittoria Alliata di Villafranca – Tradurre e non tradire: il rispetto filologico e spirituale di un autore

15.30 – 16.00 Oronzo Cilli – Prima de Lo Hobbit: Tolkien l’esperantista

16.00 – 17.00 dibattito

17.00 – 17.15 pausa caffè

17.15 – 17.45 Davide Gorga – Realtà è Fiaba. L’uomo come sub-creatore

17.45 – 18.15 Luisa Paglieri – Tom Bombadil e il suo linguaggio

18.15 – 19.00 dibattito

6 dicembre

9.00 – 9.30 Martina de Nicola – Memoria passata e memoria attualizzata nelle opere di J.R.R. Tolkien

9.30 – 10.00 Luca Manini – La parola come argine al caso: William Morris e J. R. R. Tolkien

10.00 – 11.00 dibattito

11.00 – 11.15 pausa caffè

11.15 – 11.45 Chiara Nejrotti – Simbolo e allegoria in Tolkien. Una possibile chiave interpretativa

11.45 – 12.15 Greta Bertani – La battaglia del campo orientale: commistioni di elementi classici e cattolici nel giovane Tolkien

12.15 – 13.00 dibattito conclusivo

Partecipano al dibattito: Chiara Bertoglio, Costanza Bonelli, Francesca Montemagno e Giovanni Carmine Costabile.

Il convegno si terrà presso la Aula A Shakespeare della sede didattica “G. Tucci” dell’università di Macerata in via Cavour, 2.

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Lingue elfiche su web radio, oggi al via

Gli appassionati dell’argomento ricorderanno di certo il Primo corso di lingue elfiche, tenuto da Gianluca Comastri del gruppo culturale Eldalië a Bologna e Modena nel 2016. Nel capoluogo felsineo l’appuntamento fu organizzato dallo smial bolognese Overhill, i Sopracolle, in cinque partecipatissime serate a cadenza mensile, da gennaio a maggio, presso il Caffé Letterario Notturno Sud di via del Borgo di San Pietro 123: sotto la Ghirlandina ebbe invece luogo presso l’Istituto Filosofico di Studi Tomistici in collaborazione con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, sempre in cinque serate ma con cadenza settimanale da marzo a maggio dello stesso anno.

Il corso approda da oggi sulla webradio La Voce Di Arda (https://www.spreaker.com/user/simoneclaudiani), tenuto sempre da Gianluca Comastri. Si prevede una puntata ogni mese, fino al Tolkien Reading Day del marzo 2020. La diretta inizierà questa sera alle ore 21.00 ma sarà allestito un podcast in cui verranno caricate tutte le puntate del corso, per una comoda fruizione offline, a beneficio di chi non potesse mettersi in ascolto durante le dirette.

Il corso sarà la base da cui partire per tenere tante altre lezioni in futuro, in cui verrà illustrata la poetica del Professore a partire dalle lingue da lui ricostruite per poi esplorare tanti altri piani di lettura del suo ricchissimo corpus.

Per chi ha un account Facebook, è stato creato l’evento dedicato: https://www.facebook.com/events/657772594733388/

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Tolkieniani Italiani – intervista a Cristina Casagrande

Il Tolkien 2019 a Birmingham non è stato solo un simposio, un festeggiamento dei 50 anni della Tolkien Society con svariate presentazioni, discorsi, esibizioni, mostra d’arte e musica. È stata una interazione generale, dagli studenti fino ai più importanti nomi del mondo tolkieniano di tutto il mondo. È stato uno scambiarsi di esperienze e informazioni che ha permesso di arricchire ancora di più questa passione comune, l’amore per la Terra di Mezzo.

Qui Giuseppe Scattolini ha conosciuto Cristina Casagrande, giornalista brasiliana, tolkieniana, scrittrice, traduttrice e madre che con molta simpatia e gentilezza ci ha concesso questa intervista. Per la foto di copertina si ringrazia Anderson Timóteo.


Cristina, ti ringraziamo in nome dei Tolkieniani Italiani e della Società Tolkieniana Italiana per averci concesso questa intervista la cui idea nasce da una breve chiacchierata a Birmingham con uno dei nostri amici, Giuseppe Scattolini.

Sono io che devo ringraziare per la vostra attenzione.

Raccontaci un po’ di te. Chi è Cristina Casagrande?

Sono brasiliana, compio 37 anni l’8 settembre, sono sposata e ho un bambino di 5 anni che si chiama Francisco. Sono laureata in Giornalismo e Lettere con specializzazione in Letteratura Comparata, avendo come oggetto di studio le opere di J.R.R. Tolkien. Oggi continuo la mia ricerca in letteratura tolkieniana come dottoranda all’Università di San Paolo, Brasile.

La tua passione tolkieniana, che ti ha portata dal Brasile all’Inghilterra: quando è nata e come?

Ho viaggiato a Birmingham per uno scopo accademico. È stato il mio primo viaggio internazionale come ricercatrice nella zona. La mia intenzione era di ascoltare ciò che la gente mi diceva, conoscere l’ambiente a livello internazionale e portare con me buone riflessioni per maturare la mia ricerca.

Quanto è importante Tolkien per te?

Beh, mi ha cambiato la vita. Racconto un po’ la storia nella lettera di accompagnamento del mio libro “L’amicizia ne Il Signore degli Anelli“. All’inizio, ho iniziato a promuovere l’idea di perseguire un master nel campo della letteratura. Poi è venuta l’idea di studiare l’amicizia nella letteratura, concentrandomi sul pensiero aristotelico, più specificamente sull’etica nicomachea. Intendevo studiare un autore brasiliano, che si occupa, in gran parte, del nostro folklore, Monteiro Lobato. Ma non si adattava bene a quello che volevo.  Avevo già letto Tolkien e visto gli adattamenti cinematografici, ma non avrei mai immaginato di studiarlo accademicamente. Un giorno di notte andai a guardare con mio marito le versioni estese dell’adattamento cinematografico de Il Signore degli Anelli, e poi mi venne in mente: era Il Signore degli Anelli che volevo studiare. Sono andata a parlare con la mia consulente per vedere se lei era d’accordo e ha accettato. Fu allora che decisi di studiare l’amicizia ne Il Signore degli Anelli come master in letteratura comparata. Di solito scherzo dicendo che non sono stata io a scegliere Tolkien, ma è stato Tolkien a scegliere me.

Come è stata la tua esperienza al Tolkien 2019 a Birmingham?

È stato fantastico, molto meglio di quanto potessi immaginare. È stata anche una grande immersione intellettuale, ludica e fraterna. Un vero regalo.

Abbiamo sentito che hai incontrato Dimitra Fimi, John Garth, Alan Lee, Tom Shippey… Com’è stato conoscere, interagire ed anche incontrare per caso una sera in discoteca i grandi nomi del campo contemporaneo tolkieniano?

Hahaha. Questa domanda è uno spasso. Ho trovato davvero bello vedere tutti lì, sono persone molto semplici e accessibili come te e me. Un grandissimo senso di unità.

A proposito di Tom Shippey e John Howe. Il mondo attende notizie sulla serie multimilionaria di Amazon Studios “Lord of the Rings on Prime”. Qual è la tua aspettativa per la serie?

Non riesco a immaginare molto bene, perché tutto sembra essere molto buio. Ho spesso una forte intuizione sulle cose, ma questa serie è stata una grande incognita per me. Onestamente, penso che nemmeno Tom Shippey ne sappia molto. Ci devono essere molti strati di segretezza lì. Ma di solito scherzo con i miei amici dicendo che mi piacerebbe molto partecipare alla sceneggiatura, se mi offrissero il lavoro. La mia ipotesi è che lavoreranno molto sulla corruzione umana e spero che sfruttino bene la versione più dubbia e seducente di Sauron come Annatar. Ho un po’ paura che travisino l’essenza di Tolkien. Perché anche se la Seconda Era riguarda personaggi più “grigi”, l’autore ha sempre chiarito cosa sia la virtù e quale sia la corruzione; spero che anche gli scrittori lo abbiano chiaro. Tolkien bevve da fonti medievali e dall’antichità greca nella sua concezione morale; da questo punto di vista è abbastanza diverso da George R.R. Martin, che ha una visione più postmoderna della moralità. Una delle maggiori preoccupazioni comuni è che abbiamo pochi elementi sulla Seconda Era e, inoltre, non è noto se potranno contare su Il SilmarillionRacconti Incompiuti e altri libri postumi. Se devono fare affidamento esclusivamente sulle appendici del Signore degli Anelli, per motivi di diritto d’autore, dovranno inventare ancora più di quanto avrebbero mai bisogno se potessero fare affidamento su questi libri, poiché la narrativa della Seconda Era non è così sviluppata come delle altre Ere.

Da quanto discusso anche a Birmingham, hai una vaga idea di cosa ci offrirà Amazon nel 2020/2021?

Credo che nessuno a Tolkien 2019 abbia idea di cosa potrebbe davvero accadere, potrei solo esprimere il mio pensiero. Sappiamo che Amazon si affida a Shippey per i “consigli”, ma lui non partecipa alla sceneggiatura, quindi il team creativo può chiedere quello che vuole e quando vuole e scegliere se seguirli o no. Spero sinceramente che ascoltino Tom Shippey molto bene, perché credo che permetterà all’essenza di Tolkien di non perdersi nell’adattamento. Ma all’evento Shippey non ha detto assolutamente nulla.
Sappiamo che anche John Howe parteciperà alla serie, quindi avremo qualche nozione di estetica se vogliamo affidarci alle sue illustrazioni. Ma Howe non era presente all’evento, quindi non ne so molto. Anche se ha già partecipato agli adattamenti diretti da Peter Jackson, penso che l’estetica sarà diversa, poiché la serie sarà incentrata sulla Seconda Era, e in questo periodo gli uomini Númenóreani appaiono come protagonisti, a differenza della Terza Era che è più “hobbitocentrica” dal punto di vista della narrativa letteraria.

Cosa ti piacerebbe vedere sullo schermo “on Prime”?

Mi piacerebbe vedere un Annatar ben esplorato e seguire il processo di forgiatura degli anelli (e anche dell’Unico Anello, ovviamente).

Cosa ti ha maggiormente segnato in questo viaggio in Europa e qual è stato il bagaglio personale che hai riportato a casa?

Wow, questo viaggio è stato molto speciale per diverse ragioni. Ma uno dei punti di forza è stato questo sentimento di comunione. Non importa la cultura e la distanza, siamo tutti molto simili. Sono tornata con più voglia di studiare e di concentrarmi maggiormente sui miei progetti.

Abbiamo parlato prima di Giuseppe Scattolini. Ha l’abitudine di chiamare Tolkien il “padre spirituale” dei Tolkieniani. Pensi che sia una definizione corretta?

Trovo che sia una bella espressione. Lo penso anche io, perché credo che ci sia un aldilà, e penso che dal cielo Tolkien stia suggerendo “se Dio vuole” di aiutare in qualche modo in questo grande progetto della comprensione dell’immaginazione umana a cui lui ha fortemente contribuito. Ma è importante chiarire che non credo assolutamente che l’ambiente tolkieniano assomigli a una religione. È solo un carisma che tocca più forte alcuni ed altri no.

I Tolkieniani sono tutti fratelli, figli di Tolkien?

Penso che metaforicamente possiamo dirlo. Ma sfortunatamente, a volte alcuni fratelli combattono, pensando di essere bambini più cari degli altri.

La notizia di ciò che HarperCollins Brasile sta facendo in Brasile è arrivata a noi. Cosa ne pensi del loro progetto di tradurre nuovamente Il Signore degli Anelli e le altre opere del professore e quanto pensi possa essere importante per la tua nazione?

Trovo il lavoro di HarperCollins Brasil ottimo. La perfezione non esiste, soprattutto quando si tratta di un’opera letteraria che si occupa di linguaggio. Ma offre un lavoro ben fatto e posso dire questo anche nei lavori a cui non ho partecipato. Questo perché ho lavorato come revisore (Beren e Lúthien e Il Silmarillion) e traduttrice di alcuni dei loro libri – ma in quest’ultimo caso in pubblicazioni minori al di fuori del Legendarium. Ci sono errori inevitabili e accidentali che la casa editrice corregge prontamente. C’è un comitato di traduzione per i libri del Legendarium composto da grandi specialisti come Ronald Kyrmse e Reinaldo José Lopes. Nessuno di loro prende la decisione da solo. Questa predisposizione al dialogo è ciò che ammiro di più nel lavoro di HarperCollins Brasile.

Siamo consapevoli del fatto che in Brasile ci sono state reazioni opposte e dibattiti accesi su questo progetto di Harper Collins Brasile e che la comunità brasiliana tolkieniana è grande e varia come il suo paese. Puoi rendere la situazione il più chiara e completa possibile per noi italiani?

La maggior parte dei gruppi brasiliani supporta la casa editrice, pur mantenendo una posizione critica salutare. Credo che il 90% dei gruppi di Tolkien che conosco sostengano HarperCollins Brasile, poiché vedono la serietà di redattori, traduttori e revisori nonché il loro dialogo e l’impegno per migliorare. Ci sono gruppi opposti, ma sono una minoranza. Esiste un portale di vasta portata in Brasile che si sforza di criticare la casa editrice in modo inutile perché non accetta opinioni divergenti – che sono abbastanza fondate e cercano di tenere conto della Guida alla traduzione che Tolkien ha scritto per Il Signore degli Anelli: questo portale dissonante finisce per trasmettere un’immagine negativa della casa editrice ai lettori e spettatori ignari. Ma il risultato non è efficiente, perché i libri di Tolkien pubblicati da HarperCollins in Brasile sono tra i più venduti tra le classifiche di vendita nazionali. Inoltre, i gruppi della Tolkien Society – smial, portali, canali YouTube, accademici, collezionisti e altri – tengono incontri faccia a faccia in tutto il paese e l’accettazione è sempre stata molto alta.
Credo che le critiche siano più che benvenute, sono necessarie. Ma devono essere pensate per cercare il meglio di noi stessi e degli altri. Ma ci sono critiche distruttive, che si basano nella vanità e sulla faida, guidate dalle passioni piuttosto che dal buon senso e queste non dovrebbero ricevere la stessa attenzione.

Permetti ora che ti poniamo una questione “filosofica” che ci riguarda molto da vicino, essendo anche l’Italia estremamente frammentata e divisa come il Brasile.
Pensi che sia possibile e fruttuoso riuscire a coordinare varie realtà tolkieniane di uno stesso paese ponendo come collanti la valorizzazione della diversità sul terreno comune di quei valori che Tolkien ci ha lasciato in eredità?

Adoro le domande filosofiche. Capisco che i paesi di origine latina tendono ad essere più passionali che razionali e forse è per questo che le discussioni possono sembrare più accese. Credo che una delle lezioni principali delle opere di Tolkien sia l’esaltazione degli umili. Cerchiamo di avere cuori “hobbiteschi” e impariamo ad ascoltare. Lasciamo che un Consiglio prenda le decisioni e non solo il nostro ego. Seguiamo coraggiosamente con il nostro senso del dovere. Alcuni potrebbero dimenticare che abbiamo fatto molti atti eroici e rimangono delusi quando ci ritiriamo davanti ad una prova ardua, ma la misericordia che abbiamo avuto su coloro che ci hanno fatto del maletrionferà.

Quali sono questi valori se ritieni che esistano?

Credo, altrimenti non starei studiando Tolkien. I valori sono molti, vorrei evidenziare alcune virtù: umiltà, responsabilità, generosità, amicizia, coraggio e misericordia.

Che cosa secondo te rende tanto amata un’opera incentrata sulla cultura nordeuropea in un paese latinoamericano, come il Brasile per esempio?

Credo che sebbene Tolkien fosse originariamente destinato a creare una mitologia per l’Inghilterra, alla fine creò una mitologia universale che tocca tutta l’umanità. Le storie della Terra di Mezzo finiscono per dialogare con persone di diverse realtà e culture.

Tolkienista: che cos’è e per chi è?

Nel 2016 stavo finendo il mio master ed ero un po’ triste di “abbandonare” il mio incontro quotidiano con J.R.R. Tolkien. Così ho deciso di creare un account Instagram chiamato Tolkienista, il che significa uno che studia Tolkien. Quest’anno ho deciso di perseguire un vecchio progetto che consisteva nel creare un sito Web che potesse portare notizie, condividere recensioni e analisi e altre questioni che coinvolgono Tolkien e altri autori di fiabe e fantasy. Io e alcuni amici scriviamo spesso su questo sito (Tolkienista.com). In particolare, vorrei evidenziare amici come Fernanda Correia, Eduardo Boheme e il professor Diego Klautau. Il sito è aperto a tutti i tolkieniani, e non, di buona volontà per pubblicare lì.

Parlaci del tuo libro “L’Amicizia ne Il Signore degli Anelli“. Cosa ti ha portato a scriverlo e pubblicarlo?

Il libro è il risultato della mia ricerca nel master. Porta alcuni elementi diversi della tesi, ma è nato sulla base di esso. Ho sempre voluto avere questo dialogo con la società e non lasciare che la ricerca si fermasse sugli scaffali dell’università. Sono estremamente grata di essere stato in grado di pubblicarlo. Grazie a molte persone, metto in evidenza qui la casa editrice Martin Claret che mi ha accolto a braccia aperte.

Cosa puoi dirci più accuratamente?

L’argomento è lo stesso della tesi: l’amicizia, avendo come base filosofica il libro di Aristotele Etica a Nicomaco. Esiste anche un approccio teologico, basato sulla Summa teologica di Tommaso d’Aquino, poiché gran parte della visione del mondo di Tolkien è cristiana. Fondamentalmente, Aristotele afferma che l’amicizia è reciproca benevolenza, e si verifica perfettamente tra coloro che sono buoni in sé stessi. Dal punto di vista religioso, questa amicizia viene da Dio in primo luogo, quindi la reciprocità esisterà sempre, perché Dio ci restituisce questa benevolenza, anche se gli altri non la corrispondono. Ne Il Signore degli Anelli tutto ciò è dimostrato sia dal punto di vista personale che politico. Gli hobbit, come gli altri membri della Compagnia e i loro amici, stanno crescendo in virtù e allo stesso tempo in amicizia.

C’è una traduzione all’estero?

Non ancora, ma c’è un forte interesse.

Hai avuto problemi a pubblicare il tuo libro?

L’ho inviato a diversi editori, quello che mi ha accolto a braccia aperte è stato Martin Claret. Sono stato molto ben accolta e prontamente accettata! A quel tempo, HarperCollins era appena partita in Brasile e le mie richieste sono rimaste prive di risposta. Era il 2017. Non avevano i diritti di Tolkien, e io sono andata con Martin Claret, che ha delle grandi pubblicazioni di libri classici.

E in quanto tempo sei riuscita a pubblicarlo? Dalla scrivania di casa agli scaffali dei negozi?

Due anni.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Ne ho alcuni. Posso sottolineare per ora che voglio leggere molto per fare un buon dottorato e magari pubblicare un nuovo libro. Sono disposta a tradurre il mio libro anche in un’altra lingua.

Vuoi inviare un messaggio ai nostri amici Tolkieniani Italiani?

Come quasi tutti i bravi brasiliani, mi porto nelle vene sangue italiano, quindi l’affetto per l’Italia è immenso per me. Non c’è da stupirsi che mi sia assicurata la partecipazione nelle presentazioni di Oronzo Cilli sulla mia griglia degli appuntamenti all’evento Tolkien 2019.
Vorrei che le nostre nazioni d’origine siano sempre amiche, nel senso più profondo del termine: desiderose di fare del bene l’una all’altra, frutto dell’abbondanza di bene che ogni nazione ha in sé.

Grazie ancora per averci concesso questa intervista.

Ti ringrazio, è stato un grande piacere poter collaborare.

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Tolkieniani Italiani – Intervista a Enrico Spadaro

L’intervista che proponiamo oggi presenta non solo un valente studioso ed esperto: andiamo anche a riproporre un frammento del recente Tolkien 2019, in quanto Enrico Spadaro ha tenuto una relazione proprio nell’ambito del grandioso evento britannico – nel corso del quale la presenza italiana si è distinta sia per il numero dei partecipanti sia per la qualità degli interventi proposti. Giuseppe Scattolini lo ha avvicinato proprio a Birmingham e, nei giorni successivi, gli ha posto alcune domande sia sull’evento in sé che di carattere più generale: ne è scaturita la conversazione che qui presentiamo, a sua volta ricca di spunti interessanti.


Grazie Enrico per aver concesso questa intervista ai Tolkieniani Italiani e alla Società Tolkieniana Italiana. È stato un piacere per me conoscerti a Birmingham ed un onore aver parlato con te da paro a paro nonostante la grande differenza di preparazione e di titoli di studio che ci separa. Vorrei iniziare una serie di domande, per cominciare, sulla tua storia personale, e prima di tutte la domanda regina: come hai conosciuto e ti sei innamorato di Tolkien?

Innanzitutto lasciami dire che i titoli di studio sono meri pezzi di carta, se poi non si dimostra concretamente il proprio valore o non si è in grado di farne buon uso – basta vedere i numerosi partecipanti al Tolkien 2019, che “professionalmente parlando” appartenevano a un altro ambito rispetto a quello letterario e più specificatamente “tolkieniano”. Ho conosciuto Tolkien quasi 20 anni fa, grazie – adesso forse mi duole dirlo – a Peter Jackson: avevo 10 anni e con la scuola andammo al cinema a vedere La compagnia dell’Anello, di cui ignoravo l’esistenza data la giovane età. Pur non capendo molto riguardo ad alcuni nomi o ai riferimenti al Silmarillion – forse solo le versioni estese dei film permettono una comprensione migliore a chi non è affine al mondo di Tolkien – rimasi impressionato da certe scene, dai personaggi di Legolas e Aragorn e chiaramente curioso di sapere come sarebbe proseguito il viaggio verso Mordor. Venni a sapere che il mio vicino di casa possedeva la versione in cartone animato e me la prestò: poi, avvicinandosi il mio compleanno, chiesi a mio padre di leggere il romanzo di Tolkien, ignaro di quanto grosso e ingombrante potesse essere. Ma aperto il pacchetto, ero emozionato, forse più di Smeagol, davanti al “mio regalo di compleanno”. Tre mesi mi ci vollero per leggere Il Signore degli Anelli, ma da lì non mi sono più fermato, e a poco a poco, da Lo hobbit a Il Silmarillion, la mia libreria tolkieniana è andata sempre più espandendosi.

Raccontaci ora un po’ di te: un italiano che vive, studia e lavora in Francia si ritrova al 50° anniversario della Tolkien Society: cosa studi e dove, come sei finito in Francia e come a Birmingham?

Come tesi di laurea per il corso magistrale in Traduzione Letteraria e Saggistica presso l’università di Pisa ho tradotto in italiano il racconto The Lost Road di Tolkien e volevo continuare i miei studi. Allo stesso tempo avevo vinto il concorso per lavorare come assistente di lingua italiana in Francia nell’Académie d’Aix-Marseille, allora ho chiesto di essere ammesso in dottorato in Studi Inglesi presso l’Università di Aix-Marseille e l’anno scorso ho discusso la tesi. Durante le fasi di stesura di tale tesi, La littérature-monde de J.R.R. Tolkien: discours et pertinence d’une oeuvre originale, sono venuto a conoscenza di Tolkien 2019 e ho mandato un abstract che è stato accettato per cui mi sono ritrovato a Birmingham.

Raccontaci qualcosa della Francia: conosci la Società Tolkieniana Francese e i tolkieniani francesi o intrattieni rapporti solo con gli inglesi?

Conosco più che altro il sito Tolkiendil, in cui fan e letterati francesi scrivono e commentano a proposito dell’opera di Tolkien e ho avuto modo di conoscere e discutere con Vincent Ferré, docente a Parigi e grande esperto nonché studioso del mondo di Tolkien. Inoltre ho partecipato nel 2017 a un convegno di giovani ricercatori alla Scuola Normale di Parigi, rue d’Ulm, in cui Tolkien è stato uno dei temi più trattati. Una delle partecipanti a tale convegno era presente pure a Birmingham in quanto collaboratrice di Tolkiendil.

Riguardo le nuove traduzioni che stanno uscendo in Francia e la casa editrice e i suoi traduttori, cosa ne pensi? Sono edizioni fedeli e ben fatte delle opere di Tolkien, filologicamente parlando?

Ho avuto modo di leggere solo le traduzioni di alcune parti de Il Signore degli Anelli e mi sembrano abbastanza fedeli, inoltre per quanto riguarda la History of Middle-earth in Francia hanno tradotto fino al quinto libro, sebbene gli studi e il dibattito su Tolkien restino più o meno sugli stessi livelli che in Italia.

Ritieni, di conseguenza, che l’uscita il 3 ottobre della nuova traduzione francese de Il Signore degli Anelli sia una cosa positiva? La questione delle traduzioni delle opere tolkieniane ha mai innescato diatribe o polemiche?

Le traduzioni invecchiano, quindi è necessario sempre lavorare su nuove versioni per la fruizione dei lettori e sono contento che si lavori su questo campo. Le diatribe oltralpe sono state di minore intensità rispetto all’Italia, sebbene sulle prime versioni francesi di Tolkien ci sarebbe tanto da dire, per esempio su alcune espressioni presenti ne Lo Hobbit (Bilbo le hobbit), come “Dieu sait”, un po’ anacronistico e incoerente per la Terra di Mezzo (risata sarcastica).

A Birmingham hai portato una relazione dal titolo To the origins of fairy-tales su Giambattista Basile e Lo cunto de li cunti. Spiegaci chi è Basile, perché hai ritenuto di tenere una conferenza su questo autore e il suo testo e il motivo per cui secondo te sono legati a Tolkien e possono negli studi tolkieniani gettare nuova luce sul Professore.

Durante la stesura della mia tesi, leggevo per piacere Lo cunto de li cunti e ho trovato molti spunti di riflessione, nonché svariati punti in comune con la concezione delle fiabe che Tolkien fa nel suo omonimo saggio. Ho cercato di approfondire tale aspetto in uno dei capitoli finali della mia tesi, anche in relazione alle mie origini meridionali e al mio amore per la cultura napoletana. Basile, ed è lo stesso Grimm a dichiararlo, è il primo che mette per iscritto alcune delle fiabe più famose della cultura europea, prima fra tutte Cenerentola, quindi il suo contributo per lo sviluppo e la diffusione del genere è evidente. La funzione di evasione delle fiabe, il viaggio da un mondo conosciuto verso mondi secondari, uno scopo pedagogico e d’intrattenimento sono solo alcuni degli elementi che si riscontrano nell’opera di Basile – come spiego nel mio intervento – e mi sembra che Tolkien sia stato colui che meglio li ha espressi nel secolo scorso, così come l’autore napoletano l’aveva fatto nel ‘600. Durante la discussione della tesi di dottorato, il capitolo su Basile è stato a malapena citato dai membri della commissione, il che mi aveva piuttosto deluso e dimostrava la loro “ignoranza” in materia. Quando ho saputo che la mia proposta per Tolkien 2019 era stata accettata, sono rimasto piacevolmente sorpreso e la possibilità di rendere omaggio a Basile e di esporre tale tema – a me piacciono tanto i paragoni in letteratura – è stata gradita.

In conclusione, ringraziandoti ancora: quali sono i tuoi presenti e futuri progetti di studio? Sono in qualche modo legati a Tolkien o ti porteranno a Tolkien solo come “interesse privato”? Tolkien è il tuo “vizio segreto” o è e sarà dichiaratamente il tuo ambito di studi?

Tolkien è chiaramente entrambi: per ora sto lavorando in Francia come insegnante, ma il desiderio sarebbe quello di continuare nella ricerca del mondo di Tolkien, in ambito accademico. Ho di recente avuto conferma di una borsa postdottorale presso l’università di Tübingen in Germania, da marzo a settembre prossimi. Il progetto di ricerca riguarda Tolkien, e sono previsti anche degli insegnamenti con tema Tolkien, scrittore e artista. Non è che un punto di partenza, ma chissà cosa riserverà il futuro, e quali saranno le tappe del viaggio. L’imprevedibilità può spaventare, ma bisogna varcare la soglia e vivere le avventure che si presentano.

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Tolkieniani Italiani – Intervista a Chiara Bertoglio

Nata a Torino, Chiara Bertoglio è una pianista, musicologa e teologa italiana. Si è diplomata al conservatorio di Torino, all’Accademia di Santa Cecilia e in Svizzera ed è stata allieva di musicisti famosi. Ha tenuto concerti in Italia e in molti paesi esteri. Si è inoltre laureata come musicologia alla Ca’ Foscari di Venezia e come teologa all’università di Nottingham in Inghilterra. È autrice di parecchi saggi di argomento musicale (Bach, Mozart, la musica in epoca romantica) e ha scritto anche su temi religiosi, nonché sui rapporti tra religiosità e musica. Collabora con testate giornalistiche e, in campo tolkieniano, ha scritto un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Tolkien Studies. La intervista per noi Luisa Paglieri.


Cominciamo con la domanda più classica: parlaci di Chiara Bertoglio.

Sono una donna di 36 anni, di origini piemontesi e istriane: un melting-pot di culture e tradizioni che ha influenzato molto la mia vita. Sono una musicista (suono e insegno pianoforte), musicologa (studio la storia e la filosofia della musica) e teologa. Vivo a Torino, dove godo della compagnia preziosa dei miei genitori, persone meravigliose da cui continuo ad imparare tantissimo. Ma la cosa forse più importante di me è che sono, e soprattutto cerco di essere, cristiana.

Cosa piace a Chiara nella vita? La musica, certo. Poi?

Tantissime altre cose! La fede e la spiritualità; l’amicizia; la natura; i libri; le feste e i regali (soprattutto da fare, più ancora che da ricevere); i bambini; e… i formaggi! Scherzi a parte, come tutte le persone sono sempre in ricerca delle cose che mi danno vita, felicità e bellezza; e anche se tante volte, come tutti, sbaglio nel cercare la felicità dove essa non abita, o dove abitano “minuscole” felicità di piccolo cabotaggio, in fondo la cosa bella è proprio il cercare di volgersi verso ciò che appaga e riaccende, nello stesso tempo, il nostro desiderio di felicità e di infinito.

Chiara Bertoglio, musicista. Tolkien, filologo e letterato. Perché vanno d’accordo?

Per diversi motivi! Da un lato, sul piano forse più semplice, potrei dire (fatte tutte le debitissime proporzioni, e si parva licet…) che Tolkien amava la musica almeno quanto io amo la letteratura; i suoi libri traboccano di canzoni, di momenti “musicali”, e io, nel mio piccolo, sono raramente tanto felice quanto quando ho tra le mani un buon libro. Su un piano più profondo, ammiro moltissimo, di Tolkien, il modo in cui ha saputo rivelare la bellezza della fede cristiana, e questo è uno dei miei obiettivi nella vita (per quanto non riesca quasi mai a raggiungerlo!). Non si tratta di “abbellire” il cristianesimo, che è già infinitamente bello di suo perché è Bello il Cristo stesso (anzi, noi cristiani spesso riusciamo solo a sfigurare questa bellezza!); ma si tratta di cercare di rivelare e di mostrare questa “bellezza antica e sempre nuova” (come diceva s. Agostino) con i modi, le parole, i gesti e le tematiche che appassionano gli uomini e le donne di oggi. Nel mio piccolissimo, cerco di farlo con la mia musica e i miei scritti; nel suo grandissimo, Tolkien ci è riuscito perfettamente!

Tu hai conosciuto e apprezzato altri autori di genere fantastico prima di conoscere Tolkien. Vuoi parlarcene? E perché poi ti sei avvicinata a J.R.R.T? Devo confessare che in questo senso ho un certo ricordo personale… il discorso che facemmo un’estate in montagna. Tu ammettesti di non conoscere il Nostro. Ma un anno dopo o giù di lì ti rincontrai ad una festa tolkieniana…

Hai proprio ragione! Devo dirti un grande grazie per avermi incoraggiata ad avvicinarmi alla produzione di J.R.R.T! Effettivamente, all’epoca in cui ci parlammo “su tra le vette”, ero molto appassionata di… Harry Potter e non avevo mai letto nulla di Tolkien. Avevo visto i famosi film della trilogia, più che altro perché invitata e convinta da mio fratello e da un ragazzo che a quell’epoca mi piaceva, ma confesso che non mi avevano appassionata soverchiamente. La passione tolkieniana è nata invece quando finalmente mi sono decisa ad aprire i suoi libri – un giorno, sul treno, scaricando un ebook… – e da allora non mi ha più lasciata. In ambito fantastico, anche se di tipo molto diverso da Tolkien, avevo sempre amato molto anche gli scritti di Buzzati e di Borges.

Secondo te, Tolkien parla al mondo di oggi? Al di là del successo commerciale, intendo. La gente recepisce altri contenuti più profondi?

Domanda da un milione di dollari… Effettivamente, come dici tu, i dati “economici” sembrerebbero dire un grandissimo “sì”, ed anche il pullulare di manifestazioni a tema, gruppi Internet, giochi di ruolo etc. sembrerebbe confermare l’impressione. Quanto, tuttavia, le persone vadano oltre allo spettacolare; quanti “tolkieniani” abbiano letto Tolkien (e cosa abbiano letto dei suoi scritti); e, soprattutto, quanto oltre la superficie si spingano, non lo so. Essendo però una persona molto propensa a cercare il bene intorno a sé più che a stracciarsi le vesti per il male, mi viene da dare una risposta moderatamente positiva ed appassionatamente speranzosa: che, cioè, i libri, o anche solo i “temi” tolkieniani, possano contribuire, anche inconsapevolmente, a suscitare interrogativi, incoraggiare valori, riaccendere quella sete di infinito e di bontà che, come dicevo, ogni essere umano porta in sé. In altre parole, un adolescente o giovane di oggi può forse scoprire le grandi domande della vita sotto la guida del “professore”, anche se ha aperto i suoi libri o visto i suoi film più che altro per godersi le battaglie con gli orchi!

Da bambina Chiara leggeva le fiabe? Tolkien, Lewis, Chesterton parlano molto di fiabe… hai mai smesso di leggerle?

Leggevo e leggo! Come ti dicevo, i libri sono i miei grandissimi amici. Ne leggo tantissimi, molti dei quali per studio e ricerca – e si tratta normalmente di saggi accademici, spesso non proprio appassionanti. Ma anche per i miei momenti di evasione ricorro quasi sempre ai libri, cercandovi dei racconti e delle esperienze in cui immedesimarmi, oppure, al contrario, in cui scoprire punti di vista e vicende molto diverse dalla mia vita. Ho avuto la grandissima fortuna di essere educata alla lettura dai miei genitori: fra i miei primissimi ricordi di infanzia ci sono mia mamma e mio papà, seduti all’indiana sul parquet della mia cameretta, con me accovacciata fra le loro gambe, e un libro aperto in mano, di cui mi leggevano le vicende. Crescendo, sono cambiati i tipi di “fiabe” e di mondi “fantastici”: come dicevo, per un po’ mi sono molto appassionata a Harry Potter, ma, in un certo senso, considero “fiabe” anche quelle di altri autori che ho letto voracemente: P.G. Wodehouse, con i suoi mondi apparentemente così “reali”, ma in fondo così incantati; Jules Verne, di cui da ragazzina ho letto quasi tutto; Carlo Goldoni, che mi faceva immaginare il mondo veneziano del Settecento in cui amavo sognare di vivere; ma anche la stessa Agatha Christie, con il villaggio di St Mary Mead e l’incantevole Miss Marple… sono tutte “fiabe”, che fanno sognare. E, in fondo, come diceva proprio Chesterton, l’incantamento è una prima forma di spiritualità e di fede: seguire quell’istinto che porta a trovarsi bene in un mondo “incantato” è anche fidarsi di quell’istinto che ci porta a cercare un mondo “misterioso” nel quotidiano, ossia un mondo “bello” nascosto e rivelato, al tempo stesso, nel mondo in cui ci troviamo a vivere.

Certi musicisti hanno composto musica ispirandosi a Tolkien. Cosa ne dici?

Ci sono delle realtà molto interessanti in questo ambito; in particolare, mi sono piaciute molto le musiche di scena per gli sceneggiati radiofonici della BBC. Mio fratello violinista, Giovanni, con il suo quartetto (“Random String Quartet”) ha anche inciso un bellissimo CD di musiche dai film di Jackson trascritte per quartetto d’archi. Altre tipologie musicali, come quelle di tipo più rock/metal (o, per contro, quelle di stile un po’ New Age) mi vedono molto meno entusiasta, ad essere sincera… ma, anche qui, nella misura in cui servono a far passare dei messaggi buoni, ben vengano.

Sei anche una teologa. Faccio quindi una domanda alla teologa. Religione e letteratura fantastica: si sposano? Perché molti storcono il naso?

Grazie per questa domanda! Come dicevo prima, sono giunta all’idea che sì, religione e letteratura fantastica possono assolutamente andare d’accordo (dipende, ovviamente, moltissimo dal punto di vista dell’autore sui temi religiosi. C’è molto fantasy che è schiettamente pagano o nichilista). Anche se dapprincipio mi sembrava che la teoria di Chesterton in Orthodoxy fosse piuttosto assurda, poi, col tempo, ho capito che in realtà è profondamente vera. Come dicevo prima, il fantastico può aprire la mente ad un senso del mistero e dell’incantamento che non sono in contrasto con la scienza e la razionalità, ma rappresentano un robusto e fondamentale contrappeso alla semplice fattualità dello scientismo. Poi tutto sta a non fermarsi all’apparenza ed alla superficie, come chi si inventa delle pseudo-religioni di tipo magico o mitico (che, fra l’altro, non hanno nemmeno la ricchezza di tradizioni e di sapienza che alcune tradizioni del passato possedevano). La magia intesa come tentativo di controllare la natura ed addirittura il soprannaturale è un aspetto molto negativo e pericoloso, che rappresenta una delle tante incarnazioni possibili della ricerca del potere, dell’egoismo e dell’orgoglio umano che cerca l’autosufficienza lontano dal rapporto col Creatore (e, neanche a farlo apposta, è in questi termini che Tolkien caratterizza le forze del male dei suoi libri, da Melkor a Sauron a Saruman…). La magia come capacità di scorgere il mistero della vita nella natura, di intuire il mistero sovrannaturale che c’è in ogni creatura e soprattutto in quelle dotate di libero arbitrio, come capacità di stupirsi davanti al mistero come fanno i bambini… beh, questa è una forma di fede, ed anche una forma molto bella. Perché, in fondo, le fiabe sono dei bambini; e “se non diventerete come questi piccoli, non entrerete nel Regno dei Cieli”.

Ringrazio Chiara per il tempo che ci ha dedicato!

Grazie di cuore a te, carissima amica!

Tolkieniani Italiani – Intervista a Gabriele Petouchoff

Gabriele Petouchoff, classe 1998, studia tastiere storiche e composizione al conservatorio Niccolò Paganini di Genova. La sua musica, di impronta generalmente neo-tonale, è influenzata dallo stile di compositori come Samuel Barber, Benjamin Britten e Arvo Pärt. Appassionato di letteratura, filosofia, teologia e arte, ama esprimere la sua creatività non solo tramite la musica ma anche attraverso scritti di vario tipo, saggi e articoli di cultura generale. Amante del fantasy, nel tempo libero coltiva la passione per i giochi di ruolo e i videogiochi. Tifoso della S.S. Lazio, oltre al calcio ama il nuoto e l’equitazione. Lo ha intervistato per noi Luisa Paglieri.


Allora, Gabriele… Sappiamo tutti che tu sei un musicista e componi. Ma ora ti chiedo: chi è Gabriele Petouchoff?

E’ un giovane ragazzo con la testa un po’ fra le nuvole, che ama passeggiare nei boschi, andare a cavallo, giocare a scacchi e chiacchierare davanti a un bel boccale di birra, mentre fuori fa freddo e la pioggia diffonde intorno il suo profumo. 

Come hai conosciuto Tolkien?

E’ stato tutto merito di mio zio, Francesco. Fin da piccolo la mia fantasia veniva stimolata e nutrita dalla lettura di fiabe, poesia, epica, racconti di avventura e dalla stessa passione per le lingue artificiali che portò Tolkien a inventare i suoi celebri linguaggi. Mio zio mi immerse nel mondo fantasy prima tramite i giochi di ruolo (Dungeons & Dragons in primis), poi, un bel giorno, mi invitò a guardare insieme con lui la trilogia cinematografica del Signore degli Anelli di Peter Jackson. Mi si aprì un mondo, e fu l’inizio di una fervida passione che dura tutt’oggi e giorno dopo giorno non cessa di crescere. Dopo i film passai ai libri, poi a Lo Hobbit, a Il Silmarillion, e alle tante altre opere tolkieniane…

Mi pare anche tu sia un appassionato lettore di Lewis… che del resto amo anch’io!

Scoprire C.S. Lewis è stato come ritrovare finalmente un amico di cui si è percepita inconsciamente l’esistenza ma che non si ha mai avuto modo di incontrare prima. Una sorta di compagno di viaggio. E’ lo scrittore con cui posso dire di aver avuto una sintonia e affinità totale, una complicità che non cessa mai di stupirmi. Da bambino osservavo con meraviglia la copertina lucente delle Cronache di Narnia edite dalla Mondadori, con la figura di Aslan contornata da fiamme splendenti, e mi perdevo nella contemplazione degli occhi del leone. Non osavo aprire quel libro, spaventato dalla sua mole, bensì mi ero avvicinato al mondo narniano -anche qui- tramite il film. Non avrei mai pensato allora che in Lewis avrei trovato in seguito non solo uno scrittore capace di creare storie che toccano l’anima e donano ali alla fantasia, ma anche uno straordinario filosofo, una mente acuta e un fervente cristiano, dunque un uomo di una sensibilità estremamente simile alla mia. 

E’ proprio la sovrapposizione estetica fra il mondo romantico della fantasia creativa (anzi “sub-creativa”, come direbbe Tolkien) e il mondo della realtà ciò che ha sancito le “nozze” fra le diverse componenti del mio mondo interiore, che da sempre anela alla “ricapitolazione di tutte le cose in Cristo” di cui parla San Paolo. 

Vedi qualche punto di contatto tra il tuo amore per la musica e Tolkien? Potresti comporre qualcosa sul suo mondo?

Assolutamente sì! L’opera di Tolkien è ricca di spunti per l’ispirazione. Se da un lato è da sempre un mio desiderio quello di comporre qualcosa utilizzando i testi di Tolkien, dall’altro l’impresa mi intimidisce un po’. Sarei in grado di ricreare le stesse atmosfere epiche e sognanti? Sarei capace di trasferire le sonorità di una lingua come il quenya o il sindarin in musica? Il Professore, se sentisse ciò che scrivo, sarebbe contento di me, o sbufferebbe arricciando il naso? Sono interrogativi che mi pongo ogni volta che mi avvicino a Tolkien dal punto di vista musicale. Ad ogni modo, ho in cantiere delle arie per canto e pianoforte su testi elfici, e soprattutto sto progettando un lavoro di ampio respiro e grandi dimensioni sull’Ainulindalë, il primo capitolo del Silmarillion, in cui si racconta la genesi di Arda, dove la musica degli Ainur, nel testo, gioca un ruolo fondamentale nella creazione del mondo.

Che compositore sei? A me lo hai spiegato ma ora ti chiedo di spiegarlo a chi ci legge. Parlaci del tuo lavoro.

Per risponderti in una maniera più convincente ed esaustiva, credo che farò prima a dirti che tipo di compositore non sono. Non sono uno di quegli artisti della cosiddetta “avanguardia”, per cui è più importante l’idea intellettuale che l’opera d’arte in sé. Non sono uno di quei compositori che, pur di scrivere qualcosa che possa sembrare nuovo, sono disposti a dimenticare e a passare sopra secoli e secoli di tradizioni tanto facilmente. Non sono nemmeno uno di quegli artisti autoreferenziali che creano soltanto per loro stessi e per il loro ego. Mi considero semplicemente un piccolo artigiano che, per usare le parole di Mozart, va alla ricerca delle “note che si amano”. La ricerca della Bellezza è ciò a cui aspiro ogni volta che mi trovo davanti al foglio bianco, convinto che la “via pulchritudinis” sia una delle strade più entusiasmanti per avvicinarsi a Dio e che la Bellezza sia dispensatrice di verità morali fondamentali sull’uomo. Credo, per citare Chesterton, che “la dignità dell’artista consista nel tener vivo il senso di meraviglia nel mondo”. E’ per tale motivo che mi ritengo affine a compositori quali Stravinskij, Britten, Barber o Pärt, che hanno cercato di rinnovare -talvolta in maniera anche molto drastica e brusca- rimanendo nell’alveo della tradizione. Potrei forse dire che sono neo-tonale e neo-modale, che utilizzo cioè un linguaggio che recupera e rivisita stili passati legati alla tonalità e alle antiche modalità, alla luce delle intuizioni armoniche novecentesche e delle innovazioni stilistiche e formali che sono state compiute da un secolo a questa parte. Non disdegno però lo sperimentare anche strade differenti. Giusto recentemente ho scritto con intento ironico una musica ispirata al minimalismo di Steve Reich intitolata “All’amico calorifero”, in cui ho integrato i moduli suonati da sei strumenti musicali con una traccia audio contenente i rumori prodotti dal termosifone della classe di clavicembalo del conservatorio. E’ stata accolta con un entusiasmo che non mi aspettavo sia dagli esecutori sia dal pubblico. Chissà che alla fine il minimalismo non si riveli la mia strada…

Secondo te, qual è il messaggio, esplicito o implicito, di Tolkien ai lettori? E quello di Lewis? Sono messaggi diversi?

Credo che Tolkien e Lewis abbiano agito e operato su piani distinti, ma che in fondo abbiano comunicato lo stesso messaggio. Tolkien ci trasmette l’incanto che hanno su di noi mondi lontani, arcani, epici, per l’appunto, con l’intreccio delle loro trame e delle loro lingue; Lewis ci dice che questa meraviglia non è campata in aria, quasi fosse un sogno irraggiungibile, una chimera, bensì essa può essere incontrata nella vita di tutti i giorni. Questo perché i miti e le storie umane sono il riflesso della grande storia del Figlio dell’Uomo di cui ci parlano le Scritture. Dio è mitopoietico, cioè ama raccontarsi attraverso delle storie: se la vita terrena di Cristo è un mito accaduto davvero e fattosi storia nello spazio e nel tempo, allora anche le nostre fantasie possono dirsi, in un certo senso, reali, perché Dio vuole soddisfare pienamente anche il nostro senso del meraviglioso e del fantastico. Se Il Signore degli Anelli apre le porte verso un paesaggio di straordinaria bellezza, Le Cronache di Narnia ci ricordano che tale paesaggio non è perduto chissà dove, ma inizia nella nostra vita, è ritrovabile qui ed ora in una “presenza” da cui siamo circondati. In fondo, sia Tolkien sia Lewis fanno un meraviglioso inno alla vita, vista come un dono e un’avventura degna di essere vissuta. Ed è proprio con questa immagine che desidero chiudere questa intervista: 

Davanti a lui stava l’Albero, il suo Albero, bell’e finito. Se lo si poteva dire di un Albero, quello era vivo, con le foglie che si aprivano, i rami che crescevano e si piegavano nel vento che Niggle aveva così spesso sentito e immaginato, e che tanto spesso non era riuscito a prendere. Guardò l’Albero, e lentamente alzò le braccia e le allargò.

«È un dono!», esclamò.”

  • J.R.R. Tolkien, “Foglia”, di Niggle

Ringraziamo Gabriele per il tempo che ci ha dedicato e restiamo in attesa delle belle sorprese che ci riserverà.