Tolkieniani Italiani – Intervista a Simona Jero

Fra i tanti illustratori che si ispirano alla Terra di Mezzo per le loro creazioni, un gran numero si sono avvicinati a questo tipo di raffigurazioni dopo l’uscita della prima trilogia di P. Jackson (non solo per motivi anagrafici, va detto). Inevitabile quindi che queste produzioni artistiche risentano in maggiore o minor misura delle suggestioni cinematografiche. Ma non mancano le eccezioni di pregio: Giuseppe Scattolini ci permette di conoscere meglio Simona “Brunilde” Jero, esponente della corrente di chi invece si affida alla propria visione presentando scenari e personaggi dall’aspetto originale.


Carissima Simona, la prima cosa che vorrei chiederti è: quando ed in quali circostanze hai conosciuto Tolkien? Cosa ti ha appassionato fin da subito dei suoi testi? Quando hai deciso di cominciare a fare delle opere d’arte sui suoi scritti, e perché?

Dunque, andando a ritroso con gli anni, direi molto tempo fa. Precisamente intorno al 1992 quando un amico mi diede in prestito una copia de “La compagnia dell’anello.” Confesso che non è stato amore a prima vista – forse, perché ero troppo giovane – ma una passione che si è consolidata dopo la visione dei film. Sebbene la mia opera preferita rimanga tuttora Il Silmarillion. Delle opere del professore mi risulta difficile dire cosa mi affascina, se non affermare che sono intrise di magia; non nel senso comune della parola, ma nel senso che rappresentano per me un qualcosa di unico e straordinario. L’idea di realizzare delle tavole è nata quasi spontaneamente, e, soprattutto, dal desiderio di dare un volto ad alcuni personaggi che mi hanno affascinato e mi affascinano particolarmente.

Come ti ho detto più volte, secondo me la tua arte è tra le più originali quanto allo sguardo e all’interpretazione di Tolkien, soprattutto perché rimane difficile per tutti gli artisti riuscire a prendere realmente le distanze dai due artisti tolkieniani per eccellenza, John Howe e Alan Lee, e se vogliamo anche dal terzo, Ted Nasmith. Spiegaci ampiamente che cosa ti ispira di Tolkien, come tu lo interpreti, e se l’arte può essere una fonte interpretativa dei testi tolkieniani in una misura inferiore, simile o addirittura superiore a quelle della filologia, della filosofia, della teologia, della ricostruzione storico-biografica e bibliografica, od altre.

Anzitutto ti ringrazio per le tue parole gentili, e per la considerazione che hai, da sempre, a proposito delle mie umili interpretazioni. E dico umili quando, giustamente, vengono menzionati artisti di quel calibro. Ho voluto prendere le distanze da suddetti artisti, e da altri, in primis, perché secondo me non ha senso rifarsi a quanto è già stato realizzato, benché esso possa costituire una fonte di ispirazione. Semplicemente perché tutto ciò si ridurrebbe a una sterile imitazione e nulla più.   Riconosco che, in un Universo vasto come quello tolkieniano, così inflazionato di immagini, è difficile – ma non impossibile – essere originali. È difficile anche essere competitivi in un ambito nel quale si avvicendano artisti abilissimi e dal grande talento. Ho spesso notato che chi fruisce dell’arte tolkieniana guarda a opere che siano specchio della realtà, e cerca l’iperrealismo in rappresentazioni che, a mio avviso, dovrebbero accostarsi maggiormente al mondo delle fiabe piuttosto che a quello reale, fotografico, in cui viviamo tutti i giorni. Ma questa è solo una mia libera considerazione personale, ed è un altro discorso. Come ho già detto prima, l’opera che mi ha ispirato maggiormente è stata Il Silmarillion, e non nego che i miei personaggi preferiti siano quelli malvagi. Non chiedermi il perché… In Melkor vedo il vero protagonista – tragico – del Silmarillion; uno dei più potenti Valar ma anche quello con sentimenti più umani, il quale riflette altresì la stessa natura degli Uomini. Ho iniziato a ritrarre lui, intorno al 2012, “osando” rappresentarlo nella sua forma più umana – o, se vogliamo, angelica. Cogliendo forse quella che potrebbe essere la sua vera essenza. Mi sono discostata volutamente dall’impronta di epicità con cui molti artisti rappresentano scenari e personaggi. Ho scelto di riportare tutto a una dimensione più “umana”, e, per questo motivo, riconosco che per molti sia difficile accettare questo genere di interpretazioni. Tuttavia, è ciò che sento e che vedo.Certo, secondo me l’arte si può equiparare tranquillamente ad altri mezzi rappresentativi; e, se non erro, Tolkien stesso aveva dichiarato di essere favorevole alla rappresentazione artistica delle sue opere.

Ti fai chiamare Simona “Brunilde”, e con le tue opere racconti soprattutto personaggi tolkieniani della Prima Era della Terra di Mezzo. È un caso o c’è un nesso?

Il nome “Brunilde” è una sorta di legame affettivo con il mio barbagianni, che ho chiamato Brunilde, alcuni anni fa. E, sì, in questo nome vi è un velato nesso con una passione parallela per la mitologia nordica.

Dei tuoi dipinti amo due cose: anzitutto lo sguardo delle persone ritratte, che ne rispecchia l’anima. La seconda è il fatto che lavori in analogico e non in digitale. Per te è importante ritrarre l’anima dei personaggi e riportarla su tela, e l’uso dell’olio su carta ha una qualche influenza in questo? 

Ti ringrazio! Sì, credo che in un contesto di questo tipo sia opportuno riuscire a scandagliare i personaggi a livello interiore, non tanto riproponendo in una qualsiasi rappresentazione un mero esercizio tecnico. Personalmente io uso il metodo tradizionale perché è quello con cui mi sento più a mio agio, e mi permette di trasmettere le mie sensazioni. Esattamente, io cerco di ritrarre l’anima e le mie interpretazioni sono da definirsi oniriche piuttosto che realistiche. Ci tengo a sottolinearlo. Sono davvero felice che tu sia riuscito a cogliere questo particolare.

Cosa ne pensi degli artisti che lavorano soprattutto o esclusivamente in digitale? È una forma d’arte che si può applicare a o che Tolkien avrebbe apprezzato?

Uhm… non saprei, ci sono artisti che riescono a dare il meglio in digitale, altri in analogico o con una commistione di entrambe le tecniche. Sono scelte, probabilmente determinate da questioni di affinità, praticità, emozioni. Io credo che Tolkien avrebbe preferito un approccio più classico, forse non necessariamente analogico, conoscendolo così come la storia ci tramanda. Era un uomo del suo tempo che rifuggiva il progresso, sicuramente non avrebbe guardato di buon occhio una trasposizione che vira un po’ troppo verso il “fantasy” – come alcune elaborazioni, abbastanza ardite, che abbiamo apprezzato nel film, ad esempio.

Parliamo un po’ del tuo recente artbook, partiamo dalla fine: hai citato molte persone nei ringraziamenti (compreso l’emozionatissimo sottoscritto), non ultimi, dopo Natalia Vasilieva, Gianluca Comastri, Veerena Stima, la Società Tolkieniana Italiana ed il suo presidente Ninni Dimichino. Che tipo di rapporti hai avuto ed hai tutt’ora con la STI? Sono cambiati dopo che il tuo Glaurung è diventato il simbolo della Hobbiton 2018?

L’opera di Natalia Vasilieva mi ha dato lo spunto per realizzare alcune immagini e, come sappiamo, è una narrazione alternativa al Canone nella quale gli stessi avvenimenti del Silmarillion ci vengono raccontati dalla prospettiva del Nemico. Una versione molto toccante che si apre a risvolti inaspettati. A livello personale mi ha colpito molto, ed è quasi la stessa interpretazione che ho dato io stessa leggendo per la prima volta Il Silmarillion. Ci dimostra come ciò che appare bianco può essere nero, e viceversa, a secondo della prospettiva in cui si guarda. I rapporti con la STI sono attualmente di reciproca stima e amicizia, e sono davvero felice che esistano realtà di questo tipo – come la Società Tolkieniana Italiana e l’Associazione dei Cavalieri del Mark a unire i semplici appassionati come la sottoscritta, e gli addetti ai lavori, con un confronto costruttivo.

Il titolo dell’artbook è See through your eyes. Da dove nasce l’idea per questo titolo? Come lo tradurresti e come va interpretato? Che cosa hai voluto proporre alle persone attraverso di esso?

L’idea di questo titolo è nata dalla frase con cui Natalia Vasilieva ha autografato la copia del “Libro Nero di Arda” che mi diede in regalo. La frase è, appunto: “See through your eyes”, che significa guardare attraverso i propri occhi. In questa frase è racchiuso il significato e l’intento della sua opera e, di riflesso, della mia. L’intento è quello di andare oltre le apparenze e sondare nel profondo di ciò che ci viene proposto.

Tolkieniani Italiani – Intervista a Fabio Porfidia

Giunge il turno di coinvolgere nella nostra carrellata un altro amico di vecchissima data, stavolta pescato dalla fertile fucina dei bravi illustratori nostrani. Fabio Porfidia, già membro dello storico smial  Sackville di Bergamo, racconta qualcosa di sé (e non solo) rispondendo ai quesiti di Gianluca Comastri, tra cui non manca qualche gustosa anticipazione. Se vorrete scambiare qualche parola direttamente con lui, non sarà difficile: lo trovate in gran parte delle fiere più prestigiose che abbiano anche una parte “comics”.

 


Fabio, anche tu sei tra coloro i quali, partendo da una formazione di tutt’altro tipo, sono approdati al mondo della Fantasia e vi si sono insediati stabilmente. Quando hai capito che per te il disegno era il modo più pieno di vivere concretamente gli stati d’animo delle storie che di ispirano? E oggi, dopo anni di riscontri positivi, che cos’è per te disegnare – oltre, naturalmente, a un lavoro?

Ciao a te e tutti i lettori! Sì, ho seguito un percorso di studi molto “razionale” (liceo scientifico e laurea in economia), ma l’ho sempre trovato frustrante: le uniche materie in cui andavo davvero bene erano quelle letterarie ed artistiche. In realtà ho sempre sentito il bisogno di disegnare come valvola di sfogo. Nel periodo universitario avevo quasi completamente abbandonato il disegno perché era una distrazione dal faticoso studio che stavo portando avanti. Però poi la letteratura mi ha riportato in carreggiata. Penso alla scoperta di Lovecraft, che mi ha fatto rinascere la voglia di rappresentare ciò che i racconti ti evocavano nella mente; parallelamente iniziai a frequentare il gruppo tolkieniano Sackville. Fu proprio grazie a loro che ebbi la possibilità di esporre qualcosa di mio in pubblico per cui da lì, oltre al filone gotico, iniziai a disegnare anche fantasy (inteso in senso lato, so bene che Tolkien è molto più che fantasy!). Dopo poco, nel 2006, iniziai a frequentare la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano: dopo la laurea in qualcosa che mi aveva inaridito, volevo per la prima volta in vita mia studiare qualcosa che mi piacesse davvero. Da lì in poi ho avuto molta fortuna.

Oggi disegno o dipingo quasi tutti i giorni. Dico “quasi” perché insegnando ho sempre necessità di studiare, approfondire vari argomenti (non sempre direttamente legati al disegno, ad esempio mi appassionano tantissimo la storia, la paleontologia e il mondo naturale in genere). Inoltre gestire le mail o la messaggistica con editori e committenti a volte implica  anche mezze giornate a spippolare sulla tastiera senza toccare un foglio. Frustrante ma necessario! Disegnare mi piace sempre tantissimo, anche se farlo per qualcun altro non sempre è gratificante come quando lo fai per te stesso. Talvolta non riesci a far passare la tua visione al committente: quando avviene spesso è frustrante, ma talvolta ti fa scoprire nuove soluzioni inaspettatamente belle. Insomma, ti obbliga costantemente a rimetterti in gioco. Un po’ mi manca il periodo in cui avevo il tempo di disegnare tutto quello che mi passasse per la testa. Però di contro oggi vivo grazie al disegno e di questo devo essere enormemente grato a chiunque mi supporti e mi commissioni qualcosa. O mi intervisti 😉

Ormai sei piuttosto noto tra chi frequenta gruppi ed eventi tolkieniani, però basta un’occhiata a qualche tuo portfolio, a una delle tantissime fiere in cui sei ospite oppure sul bel sito web Lo Scrigno di Carter, per scoprire che con le tue opere rendi omaggio a diverse saghe. Una graduatoria è fuori luogo, ma chiedere che cosa in particolare ti ha catturato della Terra di Mezzo di Tolkien mi pare lecito…

Io piuttosto noto? Ogni tanto qualcuno mi dice frasi del genere e ci resto sempre spiazzato. Stando gran parte della tua vita barricato in studio a disegnare non ho molto la percezione di quanto si diffonda quello che faccio. Però mi fa molto piacere che la gente mi inizi un po’ a conoscere!

Tolkien sicuramente è uno degli scrittori con cui mi trovo più a mio agio nel disegno. Avendo letto il suo Legendarium sono sempre rimasto colpito dalla varietà del suo mondo e dalla profonda ricchezza: cerchi immagini epiche, ci sono; cerchi immagini orrorifiche, ci sono; cerchi immagini eteree, ci sono; cerchi i nani, ci sono (i nani sono importanti)! Mi spiace davvero molto avere così poco tempo libero perché ci sono davvero tantissime scene che vorrei illustrare. Tralaltro sono a buon punto nella raccolta del materiale per “In Viaggio per Arda” volume 2.

Da lettore a dire il vero attualmente apprezzo soprattutto il genere distopico o la fantascienza più psicologica, ma da disegnatore sicuramente tutta l’epica e il fantasy offre un bacino enorme estremamente appagante da rappresentare. In questo ambito ho apprezzato moltissimo i romanzi di Martin su “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. Purtroppo anche qui ho pochissimo tempo per leggere e quasi sempre lo dedico alla lettura di romanzi o giochi di ruolo per cui ho lavorato (e posso assicurare che è una mole imponente, visto soprattutto che a leggere sono molto lento!).

Ti contraddistingui per un certo rigore nella consultazione delle fonti: in tempi non sospetti hai ritratto gli Ent come giganti, uscendo dallo stereotipo degli alberi con viso e arti, mentre più di recente hai rispolverato un elemento non certo noto alle masse – il disegno di Tolkien I Vene Kemen, da cui hai tratto una rivisitazione apprezzatissima. Quanto è complesso, dopo l’epoca dei film, distaccarsi da un certo tipo di rappresentazione che ormai è radicato in un numero sempre crescente di appassionati?

Se non ricordo male per quella rappresentazione degli Ent contribuì a suo tempo, durante un incontro Sackville, una chiacchierata con Gabriele Marconi, seguita da un’attenta rilettura di tutti i passi in cui gli ent venivano descritti da Tolkien. I Vene Kemen era una immagine che volevo realizzare da oltre un anno, forse addirittura due. Per tutto questo tempo ho tenuto “Racconti Ritrovati” sulla scrivania con un segnalibro alla pagina del bozzetto di Tolkien e un chiodo fisso: “appena ho un po’ di tempo, rifaccio quella mappa”. Ad ogni modo sì, per me attenermi alle fonti è importantissimo e tengo a restare quanto più fedele possibile, sebbene alcune reinterpretazioni siano particolarmente efficaci visivamente. Parlo ad esempio della torre di Orthanc a Isengard, descritta da Tolkien come un cilindro nero completamente liscio e reinterpretata in modo egregio dalle illustrazioni di Alan Lee e John Howe, sebbene completamente differente. I film sono stati un ottimo prodotto, merito anche degli artisti che ci hanno lavorato, però come tutte le volte in cui un’opera letteraria finisce su schermo, va a condizionare l’immaginario. Inevitabilmente su alcuni aspetti, anche inconsciamente, ne sarò sicuramente succube. Però da lettore ho avuto delle immagini mentali abbastanza solide che sono state davvero poco scalfite dai film. E ad esse ritorno quando voglio disegnare: il mio Denethor non ha davvero nulla in comune con quello del film, ma semplicemente perché fin dalla prima lettura me lo ero immaginato così come l’ho disegnato anni dopo.

Sempre a proposito di rappresentazioni celebri e di mostri sacri della matita, hai in curriculum anche un workshop con John Howe: ce ne riassumi le impressioni che ti ha lasciato in non più di venti righe di testo?

Non più di 20 righe… Proviamoci! Anzitutto ho avuto modo di studiarmi l’artista e le opere ancora nel periodo 2004-2005, anno in cui i Sackville avevano fatto una bellissima iniziativa al liceo Mascheroni dedicata a Tolkien. Io proposi una rassegna sui principali artisti tolkieniani, tra cui ovviamente John Howe. Un paio d’anni dopo, organizzando l’ultima (e mai troppo celebrata) edizione de I Borghi dell’Anello provai a contattarlo per chiedergli se fosse stato possibile averlo ospite. Non l’avrei mai immaginato, ma rispose nell’arco di un’ora (sebbene declinasse l’invito perché in quel periodo fuori Europa). E poi finalmente un paio d’anni fa ebbi occasione di conoscerlo di persona nel corso organizzato a Milano. E’ stata un’esperienza incredibilmente emozionante perché, oltre a dare delle nozioni, ha portato tutto il suo vissuto e ci ha fatti riflettere su diversi aspetti sia tecnici che emotivi. Un momento particolarmente emozionante poi ha segnato l’ultima giornata. Dato che normalmente disegno in tradizionale, ma dipingo in digitale, volevo cogliere l’occasione per rispolverare gli acquerelli dopo anni e anni di abbandono. Quindi, una volta impostata la tavola con la bozza a matita e avere dato il tono di sfondo, gli chiesi quale fosse l’approccio migliore per iniziare a dipingere. Lui mi chiese se potesse sedersi, prese un piccolo foglio e iniziò a dipingere l’occhio di un drago. Ricordo che la classe (eravamo una trentina) si ammutolì e nel giro di pochi secondi erano tutti attorno al mio banco dove John stava dipingendo. In rete si trova il video (non realizzato da me perché all’epoca non ero ancora così tecnologico!). Beh, adesso sono il fortunato possessore di un acquerello originale di John Howe! Davvero una bellissima esperienza. Mi spiace tantissimo non essere riuscito a prendere parte al corso proposto pochi mesi fa. Ma immagino e spero ci saranno altre occasioni!

Vieni dal territorio bergamasco, in cui praticamente da sempre opera lo storico smial dei Sackville, uno dei primi e più attivi della penisola (restano celebri proprio le tre edizioni de I Borghi dell’Anello, tra il 2004 e il 2006): oggi che percezione hai del “movimento” dei tolkieniani italiani? Che cosa offre e in cosa manca ancora per essere la casa ideale di un disegnatore volenteroso e appassionato?

La percezione che ho sicuramente è molto sfalsata dal fatto che anni fa, da studente, avevo parecchio tempo libero che oggi non ho. Per cui sicuramente vedo le cose in modo differente. Ricordo che nel periodo in cui entrai nei Sackville (2003) esistevano già da un paio d’anni. Il boom del gruppo, poi diventato associazione, è stato sicuramente in concomitanza con l’uscita della prima trilogia di Jackson. Si poteva apprezzare l’interpretazione dei film o no, ma sta di fatto che in moltissimi si iniziarono ad interessare a Tolkien. All’epoca frequentavo moltissimo lo smial, anche se poi la scuola, prima da alunno, poi da insegnante, mi impedì di partecipare agli incontri. Ricordo con particolare affetto, oltre a I Borghi, l’evento che organizzammo nel 2012: There and Back Again: sulle tracce di Bilbo Baggins, a cui peraltro anche tu hai preso parte attiva! Adesso riesco ad andare agli incontri 2-3 volte l’anno, però resto sempre in contatto e se si volesse organizzare altri eventi, sarei ben felice di esporre con loro. Ricordo il periodo d’oro dei Borghi con particolare nostalgia comunque. Era anche il periodo delle Hobbiton a San Daniele del Friuli, le uniche a cui sono riuscito ad andare.

Mi sembra che anche adesso ci sia un certo fermento tolkieniano, anche per merito della secondo trilogia di Jackson, sebbene con meno traino rispetto al SdA e forse più polemiche (“la viverna!!!!”, “troppa computer grafica!!!”, “ma quelli non sono nani!!”, “Tauriel l’elfa che si innamora di un nano? Ma poi chi cacchio è Tauriel!?”…) prova ne è le tante iniziative più o meno direttamente legate a Tolkien. Però non ne ho molto il polso: riesco solo ad avere una visione parziale ai vari eventi a cui vengo invitato in quanto ospite, per cui non so l’organizzazione che vi sta dietro e se questa sia seminale anche in ambito artistico. Una cosa che ho notato di oggi, a differenza dell’epoca 2004-2006, è la frammentazione. Non mi riferisco agli smial (non so nemmeno quanti ne sopravvivano), ma parlo delle principali realtà tolkieniane italiane. E’ un vero peccato, visto che personalmente ho ottimi rapporti con tutti i gruppi dello scenario, vedere attriti quando il fine comune dovrebbe essere valorizzare l’autore che tutti apprezziamo! Si dovrebbe cercare ciò che unisce non ciò che divide. Però è solo lo sproloquio di un’imbrattafogli.

Tolkieniani Italiani – intervista a Fabrizio Corselli

Più che un’intervista, si tratta di un dialogo tra due amici di vecchia data che si rincontrano su altri lidi (o sempre sugli stessi, visti da un’altra prospettiva?). Dai tempi d’oro di Eldalië alle prospettive non meno interessanti degli anni che porteranno alla nuova serie TV, Fabrizio Corselli incalzato da Gianluca Comastri dimostra, con la consueta perizia, cosa significa realmente trasformare gli spunti creativi dati da Tolkien in nuove iniziative artistiche e culturali.

 


Rieccoci qui a chiacchierare una volta di più, dopo anni di conoscenza e un bel po’ di vicende vissute attorno a Eldalië. Quello che continua a sorprendermi di quel sito/forum è che mise in contatto tante anime sensibili attorno a un filone comune (Tolkien), ma senza che tutti provenissero direttamente dall’ambiente dei “fan di Tolkien”. Com’è il tuo caso. Già prima di capitare da noi, ma anche durante e dopo, ti sei sempre cimentato su più fronti, per quanto non privi di punti di contatto. Una delle poche cose di cui non abbiamo mai parlato è: qual è stata la circostanza in cui hai riconosciuto in Tolkien un possibile filo conduttore di tutte le tue attività (che ti do licenza di descrivere, se riesci ad essere ragionevolmente sintetico)?

Il periodo di Eldalië lo ricordo ancora con grande enfasi. Soprattutto la creazione di una sezione dedicata alla poesia a tema fantasy, e che curai ai tempi; ma questo già lo sai. Non necessariamente bisogna essere del campo per apprezzare Tolkien; ogni amante del genere Fantasy ritrova in lui infiniti punti di contatto. In Tolkien ho sempre riconosciuto un filo conduttore profondo e proficuo allo stesso tempo. Secondo me, Tolkien va conosciuto prima di tutto per i suoi studi sulla poesia antica e per il suo rapporto con la poesia stessa. Non possiamo prescindere da tale situazione. Non lo definirei proprio un poeta, ma lui ha avuto il pregio e il primato di aver riportato in auge la dimensione eroica ed epica, nel senso proprio di “epos”, di averla riportata sotto una luce carica di modernità. Soprattutto se pensiamo alle sue rimodulazioni (assimilazioni, secondo il concetto di Virgilio), così attente e profonde. Suo il vanto di aver fatto rivivere l’epica antica, il primordio di un’essenza mitica e il sostrato che caratterizzarono la tradizione orale, seppur mediando con la prosa. La dimensione poetica che promana dai suoi testi narrativi sono palesi e inconfutabili. Le sue descrizioni sono la sintesi della solennità del verso epico (“semnos”). In ogni mio stage didattico, cito sempre le parole di Tolkien, divenute adesso epigrafe di ogni approccio poetico: “La Poesia dell’antico norvegese mira invece a catturare una situazione, ad assestare un colpo da non dimenticare, a illuminare con il chiarore del lampo un preciso momento, e tende alla concisione, a una corposa compressione del linguaggio nel senso e nella forma, e gradualmente a una maggiore regolarità nella forma del verso”.

So che negli anni sei stato intervistato parecchie volte, da personalità quali (per citarne tre a titolo di esempio) Giuseppe Iannozzi, Alexia Bianchini  e Alfonso Zarbo. Proprio in virtù del tuo ventaglio di interessi è probabile che tu non abbia praticamente mai parlato in due volte diverse dello stesso argomento (non ho però verificato parola per parola…). Tu scrivi prevalentemente in versi. Per quanto giocare con le etichette sia sempre rischioso, penso  di poter dire che il tuo percorso espressivo e creativo poggia saldamente su poesia, epica e mito, quasi a voler recuperare e restituire alla contemporaneità le tradizioni classiche. In tutto questo, qual è e come si è evoluto il tuo rapporto col, ehm, “fantasy”?

Le etichette non definiscono mai al meglio una data situazione, soprattutto quando un artista è caratterizzato da uno stile personale ben preciso, sottraendosi così a determinate categorizzazioni. Io ho una identità ben definita, o meglio che si è strutturata nel tempo. So chi sono, cosa faccio e, soprattutto, cosa voglio. Non mi pento di ciò, a dispetto delle critiche vacue che devo sostenere continuamente dai “puristi”. Di sicuro non sono un poeta contemporaneo o suburbano, per come lo si intende oggi, minimalista e intimista, ridotto all’osso. Sono nato in Sicilia, terra del mito e luogo di forte cultura orale, da quella greca a quella araba, per poi approdare alla corte federiciana con i trovatori. Amo alla follia la lirica epinicia e le Olimpiadi antiche. Pindaro è il mio poeta preferito. Il rapporto fra poesia e performance è alla base del mio comporre e delle mie attività, ragion per cui mi sottraggo fin troppo spesso al concetto di cultura libraria. La parola volteggia, danza, trascende il proprio corpus mechanicum (il foglio di carta), affonda a piene mani nelle radici della danza ieratica, dalla cheiromonia greca; fondamento che strutturerà la mia presente attività di Cantore di Spada. Professo quasi un’elfica beltà nella costruzione euritmica delle parole (notare, non uso il termine “testo”). È difficile non approdare al Fantasy percorrendo un tale percorso. Il mythos è origine del Fantasy, e di esso si nutre. Se prendiamo in considerazione la poesia norrena, il mito è fondamento della produzione di tale dimensione. In questo Tolkien è stato accentrante, egli ha evoluto e rafforzato il concetto di mitopoiesi, la formazione di un cosmos mitologico che vive di luce propria, un mondo completo in sé e che promuove con forza il concetto di verisimiglianza. Ciò ha influenzato anche la mia prosa (per quel poco che ho scritto), soprattutto con l’ultimo “Terra Draconis” che guarda a una struttura più vicina al Silmarillion, e che narra di come sia nato il continente di Andrara. Il mio Fantasy è dominato principalmente dalla figura dei Draghi che plasmo e trasformo secondo un’ottica straniante data dalla componente poetica: il drago come unità mensurale. Situazione che mi ha portato a collaborare con Ciruelo Cabral. Ci vorrebbe un’intervista a sé solo per discutere di questo. In ogni caso, il genere fantastico si evolve sempre, lambendo i confini della rivisitazione nordica (Runechase per il gioco di ruolo) o anche per gli stage di Canto della Spada dove lo stile riprende la tradizione degli scaldi o dei Bardi. L’Arte è alla base del mio modo di vedere e vivere il Fantasy.

A un certo punto, uscendo almeno in  parte dall’ambito letterario, sono arrivati il gioco di ruolo e il Canto della Spada. Se dovessi individuare i loro principali punti di forza in fatto di efficacia come mezzi espressivi, narrativi e creativi, come li presenteresti? Non ti do limiti di nessun genere se non quelli della leggibilità di una pagina web.

Bella domanda. Gioco di Ruolo e Canto della Spada, alla fine hanno in comune come elemento fondamentale la narrazione orale; situazione che mi permette di portare in gioco anche le forme espressive e tecniche della seconda. Il gioco di ruolo permette una profonda immersione all’interno di uno spazio immaginato condiviso, mette in comunicazione e a confronto le abilità e le individualità di ogni suo partecipante  che veste i panni di un personaggio. “Vivere” un’avventura ai confini della realtà, quindi non solo immaginarla, farne esperienza diretta all’interno di un luogo protetto e che fornisce ai suoi giocatori un nuovo modo di sperimentare la narrazione. In questo, Tolkien aveva già accennato alla famosa “sospensione dell’incredulità”, del positivo “compromesso” che si instaura fra lettore e libro, in cui si sviluppa la consapevolezza che quelle azioni, quei mondi e luoghi che vengono profilati con grande forza descrittiva possano esistere, possano essere credibili solo in quella realtà fittizia; nasce così il principio di coerenza e verisimiglianza. Il concetto di Eikos, l’abbiamo già in Platone e Aristotele. Invece con il Canto della Spada, arte della narrazione orale, si cerca di recuperare la tradizione antica mediando due forme di cultura e arte: quella del Cantastorie, per l’uso del verso, quale mirabile strumento per raccontare storie di eroi e mostri, e non soltanto, come si faceva un tempo intorno al fuoco o presso la corte di un Re, e l’uso della spada, derivato dalla tradizione cuntistica siciliana. Non mi sono fermato soltanto a questo, ho fatto di meglio. Ho riversato nella mia ultima fatica, un Gioco di Ruolo da tavolo, che ha per titolo “Museborn”, la mia conoscenza nel campo della narrazione orale, e ho creato la figura del Cantore di Spada: una classe a metà fra il bardo e il maestro di spada che impiega in ruolo le tecniche espressive della suddetta arte orale. Detto così, però è un po’ riduttivo. Alla fine, come puoi notare, le sinergie sono molteplici.

 In base alla tua esperienza, cosa significa al giorno d’oggi essere poeti, in un periodo storico in cui il concetto stesso di cultura è clamorosamente ridiscusso in ogni suo aspetto? Quale presente e quale futuro avrà la poesia, dovendosi adattare a caratteristiche così turbolente come quelle del mondo contemporaneo?

Situazione molto spinosa. Soprattutto perché la Poesia è un genere che è andato incontro a una serie di degenerazioni, sia per l’irresponsabilità di molti nel considerare il verso motivo di faciloneria compositiva sia per la disonestà di moltissime case editrici che, fiutando la necessità della vanity press, pubblicano a pagamento. Da professionista del settore editoriale mi sento di dire che, oggi, un Poeta deve sputare davvero sangue per affermarsi. In un’epoca in cui Fabio Volo è considerato un filosofo, in cui le case grosse pubblicano youtuber dalla dubbia cultura, solo per il seguito che hanno, già la situazione la dice lunga. Molte case editrici hanno addirittura cancellato le collane di poesia, mentre altre hanno ridotto drasticamente le pubblicazioni. “Poeta” è un termine assai abusato, ha perso di valore. Il poeta è colui che continua a scandagliare la realtà delle cose, ignaro del pubblico, cercando di darcene di rimando una versione inedita, di fare breccia nell’essenza delle cose ridestandole dal loro torpore semantico. La Poesia è fatta di carne e sangue. Per tale motivo, io non mi definisco un poeta, sono invero un Cantore. Impiego il verso, ma non faccio Poesia. La mia è un’arte più legata alla performance e meno alla cultura libraria, pur pubblicando cartaceo. La vedo brutta per la Poesia, c’è stasi, c’è un’intera palude che attende di essere dragata. Attenzione, c’è anche del buono, ma sono davvero pochi quelli che si salvano, tralasciando i salottini letterari al pari di campi di concentramento: sono la morte.

Concludo con una tripla domanda a bruciapelo: in cosa ti senti particolarmente affine a Tolkien (per come lo hai conosciuto da ciò di suo che hai letto), in cosa invece te ne senti più distante e qual è secondo te il modo più efficace che abbiamo, come collettivi tolkieniani italiani che guardano anche oltre confine, per trasmettere l’immensa portata del suo lascito e creare le condizioni affinché ciò in cui credeva sia in qualche modo portato avanti da “altre mani e altre menti”?

Mi sento affine alla sua passione nel riportare alla luce una tradizione che merita uno studio molto accurato e, soprattutto, che non venga, allo stesso tempo, liquidato come qualcosa di accademico e basta. Di certo non mi riferisco al rigore del Professore, perché non siamo tutti filologi o studiosi, ma cercare di far rivivere quella scintilla, quell’ardimento che bisognerebbe avere in tutto ciò che si fa. Una passione che diventi qualcosa di più. Cercare di sviluppare punti di vista diversi e promuovere la mobilità del pensiero artistico. Il Fantasy è un crogiolo inesauribile di idee e spunti di riflessione. Per ciò che riguarda il distante, forse lo stesso rigore a cui ho accennato poco fa. Ognuno dovrebbe far proprio il punto di vista e, in particolar modo, assimilare tutto ciò che il passato ci dona per poi produrre una dimensione che tenga in conto la modernità, evitando così emulazioni o brutte copie di altro. Fin troppi scrittori ammiccano al mondo di Tolkien con poca consapevolezza e discernimento, con risultati finali a dir poco disastrosi. Intanto, i collettivi dovrebbero evitare di farsi la guerra. Vedo continuamente troppe battaglie ideologiche, troppo egocentrismo, come se detenessero la verità assoluta sui lavori di Tolkien; altri ancora portano avanti crociate devote al nulla. Un po’ presuntuoso, direi. Ci vuole un comune intento di collaborazione e allineamento dei propositi. Creare qualcosa di grande, di sinergico, produrre un contenitore in cui ognuno di noi metta a disposizione la propria arte, e i propri contributi in modo disinteressato. Parlo di una collettività unica. Forse, un’utopia?! Chissà?! Per ciò che riguarda me, cerco sempre di mettere a disposizione la mia arte innervando diversi elementi di Tolkien, per esempio in molti miei stage a tema. Speriamo le cose migliorino.

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Pearl, la storia dietro a un’opera

Torniamo brevemente su Sir Gawain e il Cavaliere Verde con Perla e Sir Orfeo, con una parentesi dedicata da Giuseppe Scattolini al secondo poema del terzetto. L’episodio qui raccontato testimonia una volta di più come un episodio fortuito può rivelare particolari notevoli sul Professore e sul frutto delle sue attività letterarie.


 

Introduzione

Cari amici Cavalieri e Tolkieniani Italiani,

oggi ci tengo a presentarvi un testo che mi è capitato in mano per caso, il “Pearl” curato da Gordon, e che Tolkien studiò approfonditamente. Mi è capitato di acquistarlo in un’asta assieme ad altri testi di Tolkien: non potete capire la mia gioia e la mia sorpresa quando l’ho ricevuto e ho visto che era una prima edizione!

Io non sono purtroppo né un vero collezionista né un vero studioso di Tolkien: faccio un po’ tutte e due le cose per passione, perché mi piace tenere dei libri in casa, avere edizioni diverse delle sue opere, e naturalmente anche leggerle e cercare di capirle. Non sono però né l’uno né l’altro: non ho il tempo da dedicare al collezionismo come sarebbe richiesto (comprare e vendere libri tenendo contatti con altri collezionisti), né ho in realtà quella passione, non del tutto. Inoltre, non mi sento uno studioso, perché seppure mi piace studiare e approfondire, amo farlo a modo mio e senza curarmi della “direzione” (imposta?) degli studi tolkieniani, soprattutto quelli esteri. Preferisco un sano e non pregiudiziale contatto col testo, leggendo qualche libro di critica ogni tanto, e soprattutto confrontandomi con gli appassionati come me: perché se leggo Tolkien è perché lo amo.

Penso dunque, e spero, che condividere questa mia scoperta inattesa possa far scoprire questo lato della persona di Tolkien e della sua vita di studioso a coloro che, in parte come anche me, non lo conoscono o lo conoscono poco: è un mio desiderio, più volte espresso, che il Professore venga mano a mano compreso interamente, non solo tramite Il Signore degli Anelli o la Terra di Mezzo, ma anche per via della sua vita, dei suoi studi e delle sue altre opere non legate al legendarium, di cui tanto Frodo quanto Beren fanno parte.

 

Tolkien, il Pearl e le edizioni del poema

Pearl” (“Perla”) è il titolo di un’opera scritta in Medio Inglese nel verso allitterativo dell’epoca. Il suo autore è contemporaneo del più famoso Chaucer, autore dei Racconti di Canterbury, e ci collochiamo quindi nel XIV secolo inglese. L’altra grande opera per cui l’anonimo del Pearl è noto è il “Sir Gawain and the Green Knight” (“Sir Gawain e il Cavaliere Verde”).

Tolkien conobbe quest’opera per la prima volta durante i suoi studi alla King Edward’s School, e fece parte anche del curriculum di Leeds dove Tolkien insegnò, e stessa cosa ad Oxford.

Fu proprio negli anni di Leeds che Tolkien collaborò con E.V. Gordon per pubblicare nel 1925 l’edizione critica del Sir Gawain and the Green Knight. Gordon poi, mentre Tolkien si trasferì ad Oxford, proseguì da solo il suo lavoro sul Pearl, e non lo completò fino al 1937.

Fu allora che si rimise in contatto con Tolkien al fine di avere un suo aiuto per migliorare il lavoro. Il testo che venne fuori dalla revisione era troppo lungo per la pubblicazione, e c’era bisogno di fare dei tagli. Tolkien in parte si oppose, e Gordon scrisse a Sisam, l’editore, che ci sarebbe voluto del tempo prima che si fosse riusciti a fare quanto richiesto.

Fu allora che, il 19 luglio del 1938, Gordon morì. Tolkien prese su di sé tutti gli impegni accademici del suo defunto amico, tra cui la curatela del Pearl. Tuttavia, il Pearl stesso rimase congelato: come sappiamo, Tolkien all’epoca lavorava a Lo Hobbit e a Il Signore degli Anelli, aveva i suoi problemi familiari, perenni problemi economici, figli in guerra (era nel frattempo scoppiata la Seconda Guerra Mondiale) e non ultimo un pollaio cui badare. Così, il lavoro non riprese fino alla metà del 1947, in cui la vedova Gordon, Ida, prese in mano le redini dell’edizione critica mettendosi al lavoro lei stessa, e pungolando Tolkien per giungere a completarla. Collaborando assieme all’editore Kenneth Sisam, in vista anche dei tagli richiesti, si giunse alla pubblicazione del testo nel 1953. Tolkien rifiutò di mettere il suo nome di co-curatore dell’opera assieme a E.V. Gordon in onore del ricordo del suo carissimo amico e collega, ma sappiamo che suo è il lavoro di revisione del testo critico e di parte dell’introduzione, soprattutto quella dedicata all’interpretazione dell’opera secondo allegorie e simbolismi.

Dopo la morte di Tolkien stesso nel 1973, suo figlio Christopher si dedicò alla pubblicazione della traduzione di Tolkien stesso in inglese corrente del Pearl, assieme al Sir Gawain e al Sir Orfeo. Secondo Scull e Hammond tale traduzione di Tolkien del Pearl risale al 1925-26, ma la pubblicazione postuma di Christopher è del 1975 (prima del Silmarillion del 1977). Qui il terzogenito di Tolkien ci restituisce queste tre traduzioni di Tolkien di testi per lui preziosissimi, mettendo come introduzioni del Sir Gawain e del Pearl le parole di Tolkien stesso (per il Pearl le parole sono quelle dell’introduzione dell’edizione critica del ’53), scrivendo lui invece due parole per il Sir Orfeo.

 

Conclusioni

Ciò che mi ha sorpreso di più quando ho letto per la prima volta di queste cose nel volume di Scull e Hammond è che Tolkien non volle mettere il suo nome accanto a quello del defunto suo amico Gordon, affinché solo a lui e al suo ricordo fosse attribuito ogni merito.

Io non nascondo mai come e quanto ami Tolkien come persona. Mi viene detto che così si rischia di farne un santino, senz’ombre e senza peccato, ed è vero, ma ciò non cambia il dato di fatto che un uomo normale, coi suoi difetti e le sue piccolezze, possa essere ammirato per certi suoi tratti. Perché se è vero che tentò di ruffianarsi l’editore Collins e si fece mandar via dalla Allen&Unwin per lo stesso motivo, pubblicare Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli insieme (e possiamo capire quanto pazzo editorialmente questo sia, per quanto non del tutto privo di senso da un punto di vista testuale), ci sono invece degli autentici momenti in cui si vede quanto grande fosse la sua persona. Quando ad esempio aiutava gli studenti invitandoli a casa propria e perdendo del tempo prezioso per loro; quando scriveva le storie per i suoi figli e si dedicava con loro ai giochi, come documentato da Oronzo Cilli e le sue ricerche sui trenini; oppure quando scriveva, cercando di rispondere sempre a tutti coloro che cercavano il suo consiglio e i suoi chiarimenti; od infine il suo amore di padre per i figli e la moglie, e di amico per i suoi amici.

La cosa davvero bella è che i valori che Tolkien ci trasmette nelle opere sono gli stessi che lui cercava di vivere nella sua vita: ecco perché disse che col Signore degli Anelli aveva aperto il suo cuore. Lo aveva fatto davvero.

Dunque, in conclusione, penso che questo testo in Italia edito da Mediterranee, Sir Gawain e il Cavaliere Verde con Perla e Sir Orfeo, non possa mancare nelle biblioteche di nessun tolkieniano: posso assicurarvi che vi stupirete perché, citando quel che dice Tolkien a proposito del Pearl, “il tema dottrinale è non separabile dalla forma letteraria del poema e dall’occasione che l’ha originato”.

 

Bibliografia

J.R.R. Tolkien, Sir Gawain and the Green Knight, London, Harper Collins, 2006; tr. it. a cura di Sebastiano Fusco, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Roma, Mediterranee, 2009.

J.R.R. Tolkien, The Letters of J.R.R. Tolkien, London, Harper Collins, 2006; tr. it. a cura di Lorenzo Gammarelli, Lettere 1914/1973, Milano, Bompiani, 2018.

E.V. Gordon (edited by), Pearl, London, Oxford University Press, 1953.

Christina Scull & Wayne G. Hammond, The J.R.R. Tolkien Companion and Guide, Reader’s Guide Part II, London, Harper Collins Publishers, 2017.

Oronzo Cilli, Tolkien, I treni e due scoperte: Meccano e Hornby, da https://tolkieniano.blogspot.com/2017/11/tolkien-i-treni-e-due-scoperte-meccano.html.

Humphrey Carpenter, J.R.R. Tolkien. A Biography, tr. it. a cura di Franca Malagò e Paolo Pugni rivista da Andrea Monda, J.R.R. Tolkien. La biografia, Torino, Lindau, 2009.

Tolkieniani Italiani – intervista a Edoardo Volpi Kellermann

Echi musicali sul cammino “VERSO MINAS TIRITH”un’intervista a Edoardo Volpi Kellermann, “compositore tolkeniano” di lungo corso,  potrebbe intitolarsi così. Per quanto argomento globale, la musica presenta caratteristiche divisive circa le preferenze personali, tra gusti diversi e propri di ciascuno, generi preferiti, autori prediletti. Al contempo, esiste un aspetto della musica che mette tutti daccordo: il suo potere di generare, in ogni individuo, emozioni, sensazioni e ricordi. Ciascuno di noi è capace di riconoscere un compositore da un piccolo motivetto o di evocare le immagini di unopera cinematografica partendo da poche note della sua colonna sonora.

La musica è, in definitiva, qualcosa che resta impressa nella mente e nel cuore, che riesce a coinvolgere tutti, prescindendo da preferenze e attitudini.

Quando si parla di musica, si finisce per parlare di musicisti, di coloro capaci di creare musica, figure quasi dotate di poteri magici coi quali riescono a fare elevare lascoltatore verso un composito universo di suoni e melodie. Musicista è colui che col suo talento riesce ad esprimere tutto lamore e la passione per questo tipo di arte. Al talento, alla passione, il musicista somma lo studio, lesperimento, lapprofondimento e laggiornamento su tecniche e strumenti.

Edoardo Volpi Kellermann è noto agli appassionati delluniverso tolkienano per lopera Verso Minas Tirith – Towards Minas TirithDi seguito spiegherà le origini e lo sviluppo della sua produzione e aiuterà chi, come me, non ha studiato musica, a fare chiarezza sugli aspetti più strettamente tecnici delle sue composizioni.

Ciao Edoardo, innanzitutto grazie per il tempo che ci stai dedicando. Ti ho definito compositore di lungo corso perché il tuo diploma al Conservatorio Cherubini di Firenze è datato 1986 ma la tua produzione è anche più risalente. Da quanti anni studiavi al Conservatorio? Che strumento/i suonavi?

Ciao Giovanna e innanzitutto grazie a voi per il vostro interesse alla mia opera. Nel 1986 mi sono diplomato in pianoforte con il compianto Maestro Antonio Bacchelli, dopo undici anni di studio (uno preparatorio più dieci accademici). Avevo iniziato contro il parere dei miei genitori (giustamente pensavano che strumenti più adatti alla partecipazione in orchestra, come ad esempio il Violino, mi avrebbero aperto maggiori possibilità di lavoro). Mi ero proprio innamorato del Pianoforte e nonostante le difficoltà che ho incontrato in seguito, non ultima la fatica di conciliare lo studio scolastico con quello della musica, non me ne sono mai pentito.

Ti sei specializzato in computer music. Puoi spiegare ai non tecniciin cosa consiste e le difficoltà legate a questo tipo di composizioni, in specie per via dellarretratezza dei mezzi tecnologici in anni in cui non cera ancora stato il successivo sviluppo?

Nel 1983 mio padre, che aveva il suo ufficio di rappresentante di commercio in casa, acquistò un Apple ][e (un personal computer veramente molto avanzato per quei tempi). Fu anche in quel caso amore a prima vista: mi aveva sempre affascinato, fin da piccolo, creare collegamenti fra concetti, eventi, ragionamenti, così iniziai a imparare la programmazione in basic e anche un poin assembler (linguaggio di basso livello), il che mi permise di sperimentare piccole animazioni in grafica – una rivoluzione per quegli anni – e i primi timidi esempi di suoni generati dalla macchina. Sei anni dopo potei regalarmi un Amiga 500, una macchina eccezionale in grado di far girare i primi sequencer, ovvero dei veri e propri registratori multi-traccia in grado di pilotare strumenti esterni via MIDI (un protocollo di comunicazione fra strumenti musicali elettronici). Aspiravo da tempo ad avere la mia orchestra personale e colsi al volo loccasione, anche perché già sognavo le possibilità che si sarebbero aperte di lì a pochi anni. Nel frattempo iniziai a frequentare uno dei primi corsi di Computer Music, allIstituto Mascagni di Livorno. È stato un grande lavoro di artigianato, ho imparato in parte studiando i testi disponibili allepoca e in parte con lintuito della passione. Allora non ci appariva affatto limitato quello che potevamo fare con quei mezzi che ora, effettivamente, ci sembrano ridicoli. Inizialmente le capacità di produzione del suono erano solo quelle delle tastiere elettroniche disponibili. Il sequencer si limitava a pilotarle in modalità polifonica, ovvero utilizzando la tastiera come una piccola orchestra: nel caso della mia Yamaha SY55, fino a 16 strumenti in contemporanea. Ci sembrava un miracolo. Oggi ho a disposizione orchestre virtualmente infinite, di qualità nettamente superiore, allinterno del computer stesso, limitate solo dalla velocità di calcolo e dalla memoria disponibile. Quindi, ritengo di avere fatto un ottimo investimento.

Parliamo adesso di un evento molto importante per te: nel 1981 il tuo primo approccio alle opere di J.R.R. Tolkien (allora approdate in Italia relativamente da poco tempo). Qual è stato il primo testo che hai letto?

Nel 1979 avevo visto al cinema il film di animazione di Ralph Bashki.
Unopera interessante ma raffazzonata, soprattutto nel finale. Capace di rappresentare con intensità le parti più inquietanti ma non altrettanto quelle gioiose e luminose. Eppure qualcosa mi rimase dentro, come uneco. Ero attirato in modo irresistibile da quel libro, nonostante le obiezioni di mia madre (se vuoi leggere mitologia, leggi quella vera– non sapeva ancora quanto fosse verala mitologia Tolkieniana). E così mi convinsi ad acquistarlo, anche su consiglio di un caro amico, entrai nella Terra di Mezzo e non me ne liberai più.

Come tu stesso hai dichiarato qualche tempo fa, le parole del Professore ti colpiscono in modo particolare, la Terra di Mezzo ti entra nel cuore. Che cosa hai provato esattamente?

La lettura de Il Signore degli Anelli in realtà fu motivo di grande crisi per me, una crisi esistenziale. Possibile che un mondo inventato mi apparisse ben più vero, profondo e coinvolgente rispetto al mondo che definiamo reale, rispetto alla vita di tutti i giorni? Perché quella commozione, quelle emozioni così intense le provavo solo nella Terra di Mezzo, mentre le mie giornate apparivano ovattate, banali? Come potevo fare per rientrarci, al di là della lettura delle altre opere di Tolkien? Una sera, dopo le solite ore di studio al piano, mi ritrovai a esplorare di nuovo quel mondo, con melodie e armonie che ne scaturivano come se le leggessi da una partitura invisibile. Non avevo mai composto musica; ne avevo studiata tanta, questo sì, avevo acquisito il linguaggio e avevo già i miei stili e i miei autori preferiti, ma non mi ero mai sentito stimolato a scrivere qualcosa di mio, fino ad allora. Gradualmente compresi che avevo trovato la mia Porta di Durin. Una buona parte delle mie opere tolkienianenacque in quel periodo, fra i 17 e i 20 anni di età.

Hai mai pensato che anche Arda, per quanto bellissima, non nasconda però anchessa delle storture ( i Sackville Baggins e il tradimento di Lotho per dirne una o, peggio, i temibili Orchi privi di pietà e sentimento), delle imperfezioni che la rendono similare al nostro mondo?

e la gioia e il dolore vi sono affilati come spade, ci dice il Professore. Proprio questa è la chiave di lettura giusta: la buona mitologia non ci parla di mondi fantastici per dimenticare i problemi del mondo reale, come spesso ho letto o sentito dire in analisi a dir poco superficiali.  È uno svelamento, un ritorno alle radici del nostro vivere e del nostro sentire. Ne ebbi un primo assaggio nella scena in cui Gandalf accenna a colui che non può e non deve essere nominato: la potenza della parola, del nome di un essere così malvagio è tale da modificare la realtà della storia, a cambiare il destino dei suoi protagonisti. Vaghi accenni, rapide pennellate che inducono un sacro terrore nel lettore attento e sensibile: tale è la potenza narrativa di Tolkien. E la bellezza, il bene, la luce è ancora più vivida in un mondo dove il male e loscurità sono tanto pregnanti.

Tra tutti, qual è il messaggio più importante che ti ha trasmesso la produzione del Professore?

La gioia e la bellezza, la speranza, appunto. Sono pochi gli autori che come Tolkien sappianorenderle senza banalizzarle. Dal punto di vista narrativo è più semplice descrivere il male, lorrore. Ne abbiamo un esempio continuo nella nostra vita quotidiana, quella che chiamo Sindrome del TG: il bene e il bello non fanno notizia, così riceviamo un ritratto della realtà totalmente distorta, le lenti del cosiddetto realismosono destinate a renderci inutilmente infelici. Per fortuna esistono autori e artisti come il Professore, pronti a ricordarci la meravigliosa complessità del mondo.

Veniamo dunque alla musica. Resti folgorato dalluniverso tolkieniano e matura in te unidea, che attecchisce nel tuo campo di interesse, quello appunto musicale.

Proprio così. Probabilmente se fossi stato un bravo illustratore la mia via dingresso personale sarebbe stata quella dellarte figurativa. Ricordo ancora lesaltazione che provai scoprendo di poter richiamare le sensazioni e le emozioni trasmesse dalla lettura, come se avessi trovato larmadio per Narnia.

Comincia così il tuo viaggio inaspettato, che precede addirittura il tuo diploma al Conservatorio di Firenze. Quali strumenti hai usato e quali sono state le maggiori difficoltà  per lo sviluppo della tua composizione?

Inizialmente il mio strumento principale fu il pianoforte, daltronde era quello che conoscevo meglio. Però molte delle composizioni erano troppo complesse per un solo strumento. In seguito luso musicale del computer mi permise di allargarela tavolozza senza bisogno di unorchestra personale, che non in molti possono permettersi, almeno fino alla nascita, anni dopo, della Sinfonica Tolkieniana. Le maggiori difficoltà che ho incontrato sono state di ordine diverso. Innanzitutto parlare di e comporre su Tolkien, negli anni ottanta e in un Paese come lItalia, dove la narrativa fantastica ancora oggi continua ad essere considerata per ragazzi, nellaccezione più semplicistica del termine, non mi ha certo aiutato a venire preso sul serioal di fuori del mondo degli appassionati. Inoltre non seguivo le mode di certa musica contemporanea, dove la rottura degli schemi melodico – armonico – ritmici diventava un pofine a se stessa, di facciata. Ho sempre utilizzato canoni classici, anche se con molta libertà, e allora ciò era sinonimo di vecchio, di superato. Devo dire che il tempo mi ha dato ragione, visto che oggi c’è un ritorno allutilizzo innovativo di tali canoni.

Da una dimensione prettamente privata decidi presto di dare rilevanza pubblica alla tua opera. Lanno era il 1992, loccasione il Raduno Nazionale della Fantascienza e del Fantastico, tenutosi a Courmayeur. Ci racconti cosa accadde?

Da quanto riesco a ricordare, lessi dellevento sullEternauta, rivista di fumetti e fantastico che ho collezionato dal primo allultimo numero. Scrissi allorganizzazione che mi sarebbe piaciuto partecipare con le mie opere musicali e loro mi risposero, dapprima un po’ freddamente, invitandomi a spedire loro un demo. Allora preparai il demo su audio-cassetta, usando (lo accennavo prima) una tastiera Yamaha come orchestra virtuale e il mio pianoforte come strumento solista. Non venne fuori un granché rispetto a come lo avrei desiderato, nonostante ciò mi richiamarono, questa volta al telefono, invitandomi a tenere il concerto inaugurale la prima sera dellevento.

Mi hai detto che è stato uno dei primi concerti multimediali in Italia. Analizzandolo dopo ventisei anni, che portata attribuisci allevento?

Lho verificato anche con altri miei amici e colleghi musicisti: è vero, sono stato uno dei primi a pensarci. Lidea fu quella di rifare – meglio – quanto avevo fatto per la demo, ovvero suonare il pianoforte dal vivo, mentre il mio Amiga 500 pilotava la tastiera che al momento opportuno faceva partire le tracce orchestrali. Questo colpì parecchio la fantasia del pubblico, letteralmente fantascientifico, della serata: cerano Karel Thole, che andai a trovare qualche tempo dopo a Milano, Giuseppe Lippi, Marco e Fabio Patrito con i quali ho in seguito collaborato su altri progetti, Gianfranco de Turris, Adolfo Morganti Oscar Chichoni non è venuto al concerto ma ci feci amicizia il giorno dopo e in seguito mi ha regalatoil mio logo. Insomma, ho avuto occasione di conoscere personaggi davvero interessanti e importanti.
Comunque il concerto piacque, e molto. La portata dellevento a livello personale fu senzaltro vasta, un grande incoraggiamento a procedere, ad allargare i miei orizzonti. Per il resto non riesco ancora a valutarla nel nostro Paese sembra che leco ogni iniziativa venga subito soffocato, soprattutto se non è promossa dai soliti noti. Dovremmo chiederlo a chi era presente.

Ti specializzi, acquisti nuovi strumenti informatici e decidi di incidere il primo disco. Era il 2003 e, al cinema, Il Ritorno del Re completava il trionfo della vincente trilogia di Peter Jackson. Prima di scendere nel dettaglio del tuo lavoro del nuovo millennio, ti chiedo: come hai riempito musicalmente questo segmento temporale che va dal 1992 al 2003, appunto? La liason musica Tolkien è rimasta sopita o è stata foriera di ulteriori produzioni?

Sono uno dai mille progetti, e questo è un pregio ma anche un difetto. Nel frattempo mi era nato un figlio e mi ero trasferito a Milano per lavoro. Allo stesso tempo il mio amore per Tolkien e la sua opera non si è sopito, anzi. Sono entrato in contatto innanzitutto con altri artisti, come Giuseppe Festa, e con realtà di appassionati come Eldalië e naturalmente STI. Idee su idee, mentre cercavo di far conoscere la mia opera al più alto numero di persone possibile, e non senza difficoltà.

Veniamo dunque alla fatidica data. Conosci, a quel tempo, una persona importante: Davide Perino, il doppiatore di Elijah Wood. In che occasione si è avuto il primo contatto e che tipo di rapporto hai avuto con Perino?

Come in tante altre occasioni devo ringraziare Giuseppe Festa, che me lo presentò. Davide è una persona fantastica, un vero Hobbit nella sua accezione migliore, disponibile e signorile. Giuseppe mi accompagnò a Roma per darmi una mano durante la registrazione: fu una giornata memorabile. Davide è rimasto sempre pronto a dare una mano e a partecipare alle nostre iniziative, anche negli anni seguenti e nonostante i sui diecimila impegni.

Parlavo, in precedenza, dellimportante sviluppo tecnologico rispetto alle dotazioni dei tuoi esordi. Grazie ai nuovi strumenti com’è cambiato il tuo lavoro?

È stata una crescita graduale. Giunto a Milano nel 1998 feci il primo salto di qualità, acquistando un PPC8100 usato, dotato di scheda audio SampleCell. Per intenderci fu il passaggio dagli strumenti esterni pilotati (tastiere, Drum machine, moduli sonori come lo Yamaha TG300) e registrati su un mixer analogico esterno, alla registrazione digitale su computer, con tutto ciò che implica in termini di miglioramento del suono grazie ai plug-in, agli effetti software offerti dai sequencer di allora (Cubase, Nuendo, Digital Performer). Oltre ai primi, timidi esempi di simulazione sonora allinterno del computer stesso. Per la felicità di mia moglie potei gradualmente liberarmi di parecchia ferraglia portando tutto il flusso di lavoro nel computer. Oggi uso il pianoforte digitale come tastiera pilota, ma i suoni li produco tutti in software. Niente più cavi, niente più rumore di fondo e problemi di impedenza, e con le potenze attuali posso creare orchestre praticamente infinite: quando la CPU fa fatica, si registra un podi roba in audio, si mixa, si mette da parte e poi si va avanti. Un sogno.

Altro incontro importante è quello con Alessandro Ferrari, primo violino della Scala di Milano, anche lui compositore e anche lui con una forte passione per Tolkien. Nel 2007, inevitabilmente, inizia una nuova collaborazione. Cosa ti viene in mente se ti dico Sinfonica Tolkieniana?

Uno dei più bei progetti della mia vita, anche se è durato poco. Musicisti della Filarmonica della Scala, Percussionisti della Scala, un primo violino e compositore Tolkieniano come direttore devo aggiungere altro?

Com’è stato accolto il vostro concerto?

Bene. Non quanto avremmo voluto come quantità del pubblico in sala, perché purtroppo il Comune di Milano, pur se patrocinatore dellevento (una giornata a tema Tolkieniano al Teatro dal Verme, con ospiti del calibro di Quirino Principe, di cui il concerto era lapoteosi finale: altre notizie e video sul sito dellevento) mancò totalmente lobbiettivo di pubblicizzarlo in modo adeguato, per stessa ammissione dei responsabili presenti. Ma su YouTube, 750.000 contatti in poco tempo. Il che la dice lunga

Sempre nel 2007 organizzi altri due concerti a Buccinasco. Complessivamente questi eventi hanno raccolto il successo sperato?

Non concerti: non solo. Dei veri e propri festival, uno nel 2006 con unottima partecipazione, in una location per tre giorni, al quale intervennero tutte le realtà più importanti dell’epoca tra cui le stesse Eldalië e STI, con la quale continuo a collaborare ancora oggi. Nel 2007 alzammo ulteriormente il tiro, invitando il grande Daniel Reeve e ampliandoci su tre location differenti, sempre a Buccinasco. E nel 2012 organizzammo un evento simile a Castellanza, con Barbara Baraldi come madrina. Che dire, gran belle iniziative, grazie allaiuto di tutte le associazioni partecipanti e alle persone che mi hanno sempre supportato, in primis Gianluca Comastri e linfaticabile Pietro Gusmaroli. Gran fatica, nessun rientro economico Daltronde chi organizza eventi sa bene di cosa parlo. Ma la soddisfazione fu tanta, e comunque senza i primi due non ci sarebbe stato alcun evento al Teatro Dal Verme.

Tu sei molto attivo nel mondo di Internet. Oltre al tuo un canale Youtube hai aperto, nel 2004, il sito Tolkieniana.net, ce ne parli?

Tolkieniana Net sono io, ma insieme a tanti altri. Tolkieniana adesso fa parte di un trittico (Tolkien Italia – Tolkien Reading Day) ma se alcune cose vanno per il verso giusto si svilupperà una rete più ampia. È partito con lintenzione di diventare un punto di riferimento per tutti gli artisti che a Tolkien si sono ispirati o continuano a ispirarsi. Lo sai che Tolkien è lautore del XX secolo che ha ispirato più musicisti, in assoluto? Basta dare unocchiata alla Tolkien Music List per rendersene conto. Lavorandoci praticamente da solo (con laiuto di Gianluca ogni volta che può), sia al sito principale che a quelli collaterali, riesco ad aggiornarlo e integrarlo solo in modo saltuario. Insomma, sono – siamo – in cerca di collaboratori!

Abbiamo già detto cheVerso Minas Tirith – Toward Minas Tirithnon esaurisce il novero delle tue composizioni a tema Tolkien. Quali sono, tra tutte le altre, quelle che ti stanno più a cuore? Gli appassionati e il pubblico in genere dove potrebbero ascoltarle?

Abbiate un podi pazienza sto seguendo un altro progetto davvero molto importante per me. Se andrà in porto come spero mi ritaglierò il tempo per portare finalmente a termine innanzitutto Festa in Casa Bagginse poi per adesso non ne parlo.  Nel frattempo, il disco è disponibile su SoundCloud, su iTunes, su Amazon

Abbiamo fatto riferimento, in precedenza, allimportanza del messaggio trasmessoti da Tolkien. Per concludere ti chiedo: qual è il messaggio che Edoardo Volpi Kellermann vuole mandare con la sua opera?

Non pretendo di saperlo, né di avere un particolare messaggio da mandare a chicchessia tranne ascoltate, osservate, vivete a cuore aperto. Leggete buoni libri, innanzitutto Tolkien, e ascoltate buona musica.

Edoardo ti ringrazio per il tempo messo a disposizione al nostro pubblico e per averci dato la possibilità di viaggiare allinterno di un universo affascinante, quello musicale, in cui grazie al tuo lavoro rivive e prende forma la nostra comune passione per Arda.

Grazie a voi, queste occasioni di rimettere se stessi in discussione fanno innanzitutto bene allintervistato.

 


Larticolista

Mi chiamo Giovanna Caruso, sono nata nel 1995 a Reggio Calabria, ma da poco tempo ho lasciato lo Stretto per le rive del Lago di Como. Diplomata al Liceo Classico, indirizzo linguistico, ho frequentato gli Scout AGESCI e  ho svolto diverse attività di volontariato.

Due gatti allietano le mie giornate ma nella mia vita non ci sono solo animali: mi piace viaggiare, la natura, lo sport, la buona cucina e adoro lArte in tutte le sue forme. La mia più grande passione è la lettura, libro preferito naturalmente Lo Hobbitdi J.R.R. Tolkien, con il più bel messaggio che Bilbo ci può mandare: mettersi sempre in gioco.

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Invito alla lettura delle traduzioni di Tolkien

Sir Gawain e il Cavaliere VerdePerla Sir Orfeo: si tratta di tre titoli che probabilmente a qualcuno sfuggono, ma a chi si interessa a J.R.R. Tolkien e alla sua produzione letteraria li troverà famigliari. Queste tre opere fanno parte di una collezione di traduzioni dal Medio Inglese, che si contraddistinguono per la ricercatezza del tema e per la qualità filologica del lavoro compiuto. Se ne registra un’edizione curata da Christopher Tolkien uscita nel 1975, seguita da varie altre tra cui una recente con illustrazione di copertina di John Howe. Di seguito, Giovanni Carmine Costabile (con immagine tratta dall’archivio di Oronzo Cilli) ce ne offre una presentazione, che funge in modo egregio come invito alla lettura di quest’altro notevole filone giunto a noi dall’ingegno del Professore.


Sir Gawain e il Cavaliere Verde

E’ Capodanno in quel di Camelot. A corte è uno sfarzo: banchetti luculliani su tavolate da decine e decine di posti, danze al suono di menestrelli e strimpellatori nelle sale illuminate a giorno, giostre tra cavalieri dove questi si disarcionano uno dopo l’altro a suon di lancia fino all’emergere dei campioni, e declamazioni poetiche, corteggiamenti in francese, accettati e respinti, mentre le sfere dei giocolieri sembrano galleggiare in aria e il tempo quasi si ferma tra la danza delle spade, il duello degli amanti e la sfida, al verso, all’arena, al gioco, alla pista, al bacio, al boccale, proclamata da molte coppie di occhi verso molti altri due occhi.

E’ un attimo, e cala il silenzio. Un’apparizione si è manifestata con tutto il clamore della sua straordinarietà. Un uomo verde, dalla pelle verde, i capelli e la barba verdi, l’armatura verde, l’enorme ascia verde, e persino il cavallo verde, ha fatto il suo ingresso a corte come una sfida: egli non teme nemmeno di offendere il re. Quando Artù, stizzito, gli domanda cosa voglia, se cerchi forse un duello, il soprannaturale individuo ride, per poi rispondere: “No, non cerco un duello, ma un gioco. Chi vorrà potrà tagliarmi la testa, ma poi dovrà permettermi di tagliare tra un anno la sua”.

Un incipit di grande efficacia, che continua a lasciare a bocca aperta i lettori anche oggi, a più di seicento anni dalla stesura dell’opera, che in realtà deriva da altre versioni più antiche. Il prosieguo non è da meno, provare per credere. In Inghilterra e negli Stati Uniti, questo poema non è solo oggetto per specialisti, ma viene proposto anche nelle scuole in quanto classico della letteratura medievale. Difficile che una persona di media cultura nel mondo anglosassone non conosca Sir Gawain e il Cavaliere Verde, anche solo per sentito dire.

Infatti, tra Natale del 1967 e la prima metà del 1968, si fecero i preparativi per la scrittura di un film ispirato a tale vicenda, che avrebbe avuto Mick Jagger nel ruolo del Cavaliere Verde, ma il progetto non vide mai la luce. Esiste un lungometraggio di Stephen Weeks del 1984, riedizione di un precedente del 1973, con Sean Connery nel ruolo del Cavaliere Verde, ma la qualità della realizzazione è piuttosto scarsa e la trama un libero stravolgimento dell’originale con cui mantiene ben pochi legami. Per la televisione vi fu il lungometraggio del 1991 diretto da David Rudkin, di qualità discretamente accettabile. Invece risale proprio a qualche settimana fa, finalmente, l’annuncio di un nuovo film ispirato al poema, che sarà diretto da David Lowery ed è previsto per il 2019.

Tolkien studiò e insegnò quest’opera per tutta la vita, dalla prima scoperta all’inizio degli anni ’10 del Novecento fino alla morte, quando lasciò inedita la traduzione che fu pubblicata subito dopo dal figlio Christopher. Oltre ad essa, aveva anche redatto col collega Gordon un’edizione critica che includeva il glossario di tutti i termini nel difficile dialetto medio inglese del poema, oltre a commentare l’opera come una fiaba nella conferenza Sulle fiabedel 1939. Presentò nel 1953 un’ulteriore conferenza di grande importanza per l’interpretazione dell’opera, nonché poco tempo dopo a introdurre gli ascoltatori della radio BBC alla conoscenza della stessa.

Gli amanti di Tolkien che consultino la sua traduzione, o la versione italiana della stessa, edita da Mediterranee, noteranno che vi si parla di Terra di Mezzo, che vi sono menzioni di Orchi, Troll, Mannari, Uomini Selvatici, che anche qui si assiste a una tentazione legata a un anello d’oro, e forse, come hanno fatto alcuni studiosi, potrebbe venir loro in mente di paragonare Gawain a Frodo.

Ma soprattutto si troveranno cavalleria, magia, coraggio, amore, fedeltà, tradimento, pentimento: l’intera gamma delle situazioni esteriori e interiori che associamo al mondo di re Artù, e forse anche diverse cose che invece non ci aspettiamo affatto. Un mix che di per sé è quanto di più vicino si possa trovare agli ideali del tolkienista in questi giorni.

Allora cosa aspettiamo? Montiamo, presto, su Gringolet, il prodigioso destriero di Gawain la cui criniera riflette i raggi del sole, e partiamo lesti al galoppo, diretti verso nuove avventure!

Perla

Un uomo affranto vaga per un paesaggio desolato senza una meta, proprio come uno di quegli erranti che pongono il dubbio d’esser perduti nella poesia che profetizza il Ritorno del Re di Gondor neIl Signore degli Anelli. Ma qui l’ombra non sprigiona scintille, né si trova fuoco che rinasca dalle ceneri: l’uomo sembra veramente perduto senza alcuno scampo, né se ne conosce il perché. In realtà, il paesaggio sterile e brullo, il senso di oppressione che evoca, l’erranza ben poco cavalleresca di questo signore: niente di tutto ciò è vero, ma si tratta di un sogno.

Lo capiamo perché l’autore dell’opera ce lo dice espressamente, ma l’avremmo capito anche da soli una volta che si scopre che l’uomo ha ormai perso ogni gioia e senso di vivere da quando “ha lasciato cadere la sua perla nel prato”, un modo molto poetico di dire che non ha potuto fare niente per evitare che sua figlia morisse in tenerissima età, due anni probabilmente, per un male imprecisato. Lo capiremmo da soli, già, perché ora quella stessa figlia ormai defunta gli è di fronte, dall’altra parte di un fiume impetuoso, e gli rivolge la parola, si, ma freddamente. Nessun “papà” affettuoso sulle sue labbra nuovamente rosee, nessun “caro babbo”, o simile formula, ma un neutro “voi” che sembra freddo come un maleficio.

Eppure, apriti cielo, il padre è felice come un bambino! La sua adorata figlioletta ancora viva! Già, perché lui, che si tratta di un sogno, lo ha scoperto solo più tardi, dopo che si è svegliato, e a quel punto il sogno era diventato così reale che il fatto stesso di essere un sogno, pur sapendolo, è passato in secondo piano. Ora quel sogno è più vero della realtà, e non perché la realtà non sia vera, ma perché il sogno non è solo sogno.

Come lo sappiamo? A meno di avere anche noi un sogno del genere, cosa poco raccomandabile, visto che comporta l’aver perso una persona cara in precedenza, si può leggere il poema Perla, di un anonimo poeta inglese di fine Trecento, non di troppo tempo posteriore a Dante e non troppo lontano dalla grandezza di questi, a dispetto del paradosso del destino che non ci ha voluto consegnare il suo nome.

Tolkien amò appassionatamente questo poema sin dalla prima lettura, e si dedicò ad esso per tutta la vita, tenendo lezioni su di esso, traducendolo in inglese moderno, dal momento che comprensibilmente è scritto in inglese medievale, e per di più in un dialetto molto difficile, ma non solo: Tolkien ne ha anche parlato per radio sulla BBC inglese e ha anche aiutato nella stesura di una edizione critica Eric Valentine Gordon, un suo collega universitario tanto dedito al lavoro da essere scherzosamente soprannominato da Tolkien “il diavolo industrioso”.

L’opera è pubblicata nella versione italiana della traduzione di Tolkien nel libro Sir Gawain e il Cavaliere Verde, con Perla e Sir Orfeo, editore Mediterranee. Si tratta di una versione in italiano molto gradevole e accessibile di una traduzione in inglese moderno, quella di Tolkien, che è un vero e proprio gioiello, anch’essa ordinabile da HarperCollins per chi conosca l’inglese. Invece, essendo un’opera così ostica nella versione originale in inglese medievale, è difficile che qualcuno ne voglia consultare l’edizione critica di Gordon, a parte gli studiosi. Ne esistono tuttavia anche altre traduzioni italiane, tradotte direttamente dall’inglese medievale senza passare per la versione di Tolkien, che sono anch’esse interessanti, per chi volesse approfondire un poco il poema e il suo straordinario autore.

Questo modernissimo poeta medievale rimasto ingiustamente sconosciuto, infatti, scrisse anche il poema cavalleresco Sir Gawain e il Cavaliere Verde, un’avventura mozzafiato di un cavaliere della Tavola Rotonda che si mette sulle tracce di un misterioso cavaliere senza testa dalla pelle verde, oltre a due poemi di argomento biblico intitolati Pazienzae Purezza, rispettivamente ispirati al libro di Giona, il profeta divorato dalla balena che ispirò anche il famoso episodio di Pinocchio, e al libro di Giuditta, la storia della donna che salvò il suo popolo dall’invasione assira seducendo il comandante assiro per poi ucciderlo.

Questo poeta trae sempre una morale dalle storie che racconta. Per la storia del Cavaliere Verde, il messaggio è di tener fede alla parola data, altrimenti come Gawain potrebbe toccarvi di perdere tutta la reputazione conquistata in una vita. Per Pazienza, la morale è quella espressa nel titolo: se pensate di avere motivo di perdere la pazienza, cosa avrebbe dovuto fare Giona inghiottito da una balena? Per Purezza, un messaggio che oggi diremmo salutista: abbiate sane abitudini, non esagerate nel mangiare o nel bere, o magari vi capiterà come a Oloferne, comandante di Nabuccodonosor, sedotto e convinto a ubriacarsi da una donna straniera che poi lo decapita. Infine, abbiamo Perla, portatore di un grande messaggio di speranza: qualsiasi cosa brutta vi possa capitare, anche la peggiore, come perdere una figlia di due anni, c’ sempre motivo di continuare a vivere, perché la vita può riservare tante sorprese.

E questo, oltre ad essere apprezzato molto da Tolkien, una persona che di lutti ne aveva avuti tanti, nel mare di disperazione e di disfattismo in cui certuni vorrebbero ci si abbandonasse oggi, è un messaggio estremamente attuale.

Sir Orfeo

Tutti bene o male conoscono il mito greco di Orfeo ed Euridice: il leggendario musico la cui moglie gli fu strappata anzitempo, che scese fin nelle viscere dell’Ade, armato solo della sua cetra, e strappò la bella Euridice alle mani del dio dei morti con la bellezza della sua musica solo per perderla quando, voltatosi indietro sulla via del ritorno per sincerarsi la compagna lo seguisse, con ciò violò l’unica condizione imposta dal dio per un felice esito della storia e dunque si condannò al fallimento.

O almeno questo è quanto si tramanda da parte di alcuni autori greci e latini: il mito, come spesso accade, conosceva diverse varianti e diversi finali. Una di queste è conservata in redazione medievale proprio con il titolo di Sir Orfeo, e i più attenti noteranno fin da subito che c’è qualcosa di strano, non appena verso l’inizio viene detto che Sir Orfeo è re di una città inglese.

Ohibò, e chi lo sapeva? Si chiederà qualcuno, da sempre convinto che il famoso musico fosse semmai originario della Tracia. Ma non è con questo spirito che bisogna avvicinare un simile capolavoro. Le storie si tramandano e mutano nel diffondersi, un pò come nel gioco che facevamo da bambini in cui ci mettevamo in cerchio, il primo sussurrava una parola all’orecchio di chi gli stava a fianco, che a sua volta ripeteva la stessa parola a chi era più in là, fino a tornare dopo tutto il giro al primo… con la parola che era completamente cambiata!

Con le storie, le leggende, i miti, e le fiabe succede sempre così. Quasi tutti gli Ulisse che arrivino in Inghilterra sono inglesi, così come gran parte degli Artù che pervengano in Grecia parlano greco. Ma questa è una ricchezza, piuttosto che un difetto, e non fa che provare l’inesauribile fascino e complessità delle tradizioni europee e di tutto il mondo.

Con questo spirito, possiamo allora affacciarci a un canto (lai) di origine bretone, vale a dire della regione del nord della Francia chiamata Bretagna, da non confondere con la Gran Bretagna. Tale canto fu composto da un menestrello sulla base di racconti giunti da sud che riguardavano un musico dal talento straordinario che aveva sottratto sua moglie alle grinfie della morte con la sua cetra.

E ora cosa succede? La storia si mescola alle tradizioni bretoni, impregnate di re Artù, Merlino, Morgana, elfi, fate, folletti, e chi più ne ha più ne metta, e così Dama Heurodis, come diventa Euridice in questa storia, stranamente non viene rapita dai morti, ma dagli elfi, e condotta nel loro reame sotterraneo. Che gli elfi vivano sottoterra forse non sorprenderà chi conosce un pò le leggende irlandesi, dove spesso è sottoterra, o sotto una pietra, che si incontrano i folletti, piuttosto che nelle foreste del fantasy.

E così Sir Orfeo parte alla sua ricerca e, quando scopre l’accesso al mondo sotterraneo, nella sua descrizione si fondono: 1) la descrizione dell’Ade dell’originale greco; 2) le descrizioni dei palazzi elfici che dovevano abbondare nelle storie che questi menestrelli udivano, ma a noi non sono giunte quasi per niente; 3) tradizioni che volevano gli elfi come guardiani dell’oltretomba, se non proprio spiriti dei morti.

Inutile dire che il mix, molto peculiare, non poteva che colpire l’attenzione di un amante degli Elfi come Tolkien, che immediatamente decise che avrebbe tradotto la versione medioinglese del canto bretone in inglese moderno. Di questa traduzione si può leggere l’ulteriore traduzione italiana nel volume di Mediterranee. Bell’intreccio, eh? D’altronde, il canto bretone è andato perduto, e la versione medioinglese è l’unica che ci resta per tuffarci sottoterra come topi di Hamelin dietro al suono di quella che è ormai divenuta l’arpa di Orfeo… e chissà, che stavolta la storia non abbia un finale diverso?

Tolkieniani Italiani – intervista a Giuseppe Festa

Chiunque si sia avvicinato al mondo degli appassionati tolkieniani negli ultimi vent’anni non può aver ignorato il notevole contributo in fatto di arte, sensazioni ed emozioni che Giuseppe Festa ha donato a tutti coloro con cui è stato in contatto. Ormai le manifestazioni e gli eventi che ha impreziosito con le sue note e le sue parole, comprese diverse edizioni di Hobbiton, non si contano più. E anche se ormai la sua strada ha preso un’altra direzione, leggerete dalle sue stesse risposte che ad ogni modo tra i Tolkieniani Italiani lui c’è sempre stato e sempre ci starà: il suo percorso e quello del Professore hanno davvero tanto in comune. Scopritelo dalle sue risposte alle domande sapienti di Giuseppe Scattolini.


Giuseppe Festa è un nome molto noto tra i tolkieniani, soprattutto per le musiche dei Lingalad in “Voci dalla Terra di Mezzo”. Io le adoro per vari motivi: i testi sono quelli di Tolkien, le melodie sono molto belle, l’ambientazione naturale e paesaggistica di molte di esse le rende uniche, e il Professore le avrebbe certamente apprezzate (la figlia Priscilla lo ha fatto). Quando nasce il progetto per la registrazione del cd “Voci dalla Terra di Mezzo”, e quali sono la storia passata, il presente e gli obiettivi futuri dei Lingalad?

Ho scritto i primi brani nel 1998, semplicemente per cantarli davanti al fuoco con gli amici, o durante qualche passeggiata nei boschi. Erano Beren e Tinuviel, La via prosegue senza fine e Montagne di luna inondate. Fu un amico a convincermi a farne un cd. Era un periodo di particolare ispirazione e ricordo che in una sola settimana composi tutte le altre tracce dell’album. Una volta pubblicate, cominciarono a girare online (eravamo agli albori di internet) e subito arrivarono delle richieste per suonarle dal vivo. Così chiesi al mio amico Fabio Ardizzone di formare un duo e provare a costruire un concerto acustico a lume di candela, proprio come degli Hobbit in una locanda della Contea. Quando le date cominciarono ad aumentare, richiamammo il batterista che suonava con noi ai tempi del liceo e con cui eravamo sempre rimasti in contatto, Giorgio Parato. Fu così che nacquero ufficialmente i Lingalad. La svolta del nostro percorso artistico avvenne nel 2003, quando ricevemmo un invito a suonare in America alla prima del film Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re. Quell’evento attirò l’attenzione dei media italiani e ci permise di farci conoscere di più.
Negli anni abbiamo aumentato l’organico del gruppo e abbiamo percorso sentieri anche lontani da Tolkien, ma sempre nutrendoci del forte potere evocativo della natura che troviamo nelle sue pagine. Il futuro è fatto del video di un concerto che pubblicheremo a breve e di un cd celebrativo dei nostri 20 anni di musica. Poi, chi lo sa? La via prosegue senza fine…

Oltre che cantante, Giuseppe, sei anche uno scrittore. Io in particolare ho letto “La luna è dei lupi”, che ho apprezzato tantissimo e per i tanti suoi aspetti. Parlaci un po’ dei tuoi romanzi, del loro significato, dello stile in cui li scrivi, e soprattutto del perché li scrivi: che cos’è che ti fa amare tanto la natura, e cosa ha da dire essa al cuore dell’uomo secondo te?

 Ho sempre raccontato storie attraverso le mie canzoni, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di più spazio per descrivere personaggi, trame e sotto trame. Così è nato Il passaggio dell’orso (Salani), il libro che ha segnato il mio esordio. Non pensavo che la scrittura sarebbe diventata il mio lavoro, ma alla fine è andata proprio così. Anche nei miei libri, come nella musica, i protagonisti assoluti sono il rapporto uomo-natura, gli animali, le foreste secolari. Sono convinto di amare così tanto la natura perché sono nato e cresciuto a Milano. Mi è mancata davvero tanto, soprattutto quando tornavo in città dopo i week end trascorsi dai miei nonni, che abitavano in un piccolo paradiso nei boschi, sul Lago d’Iseo.
A vent’anni feci un’esperienza di volontariato al Parco Nazionale d’Abruzzo e quei giorni ribaltarono la mia vita. Tornai e cambiai città, università e lavoro. Lasciai la facoltà di Ingegneria (con “grandissima gioia” di mio papà ingegnere) e virai su Scienze Naturali, dandomi all’educazione ambientale nelle scuole. Quell’esperienza al Parco ispirò anche Il passaggio dell’orso, che racconta la storia di un ragazzo di città alle prese per la prima volta con le foreste abruzzesi e i suoi orsi.
Negli ultimi anni ho scritto diversi romanzi, mentre l’ultimo nato, I figli del bosco (Garzanti), appartiene al genere non-fiction e racconta la storia vera di due lupi, che ho avuto la fortuna di vivere personalmente.

Dando uno sguardo sul tuo sito personale, http://www.giuseppefesta.com/, leggo che sei anche un educatore ambientale. Parlaci un po’ di questa tua professione: che cosa significa essere degli educatori ambientali oggi? E soprattutto: a parer tuo c’è una sorta di educazione ambientale ed all’amore per la natura in Tolkien?

Tolkien è stato un educatore ambientale ante litteram, e lo considero un mio maestro. Nelle mie attività con i bambini cerco di riempire di contenuti “magici” gli elementi naturali. Fin quando considereremo un albero solo un insieme di vasi del legno, linfa e cellulosa, faticheremo a creare con lui un legame emotivo. Bisogna coltivare i sentimenti per la terra prima di seminare i concetti ecologici. I bambini di oggi sono molto lontani dalla natura, spesso possono vederla solo attraverso lo schermo dei loro device tecnologici. Eppure in loro c’è una carica selvaggia incredibile e basta poco per abbattere quelle barriere attitudinali che li dividono dalla natura.
Purtroppo, se superano una certa età senza aver avuto esperienze significative e positive con la terra, allora il legame si spezza definitivamente. Dobbiamo agire prima, fargli vivere il bosco e gli animali come un’esperienza emotiva piacevole, divertente, sorprendente e appagante. Solo così avremo degli adulti con la voglia di adottare comportamenti sostenibili nei confronti del Pianeta. Conosciamo ciò che studiamo, ma proteggiamo solo ciò che amiamo.
Che bello se ognuno di noi potesse avere anche soltanto una briciola del rispetto e l’amore che gli Elfi nutrono per i loro boschi.

Venendo invece alla tua sensibilità, qual è il tuo modo di approcciarti ai testi Tolkieniani? Ad esempio, c’è un passo del Signore degli Anelli in cui Tolkien fa la stessa cosa che fai tu nei tuoi romanzi. Nel capitolo “In tre si è in compagnia”, cito: “Qualche piccolo essere incuriosito si avvicinò ad osservarli quando si fu spento il fuoco. Una volpe, che attraversava il bosco per affari suoi personali, si arrestò qualche minuto ad annusare. «Hobbit!», pensò. «Incredibile! Avevo sentito dire che avvenivano strane cose in questo paese, ma trovare addirittura degli Hobbit che dormono all’aria aperta sotto un albero! E sono in tre! C’è sotto qualcosa di molto strano». Aveva perfettamente ragione, ma non riuscì mai a scoprire che cosa.” (traduzione Bompiani 2002) Quando leggi queste righe, quali sono le sensazioni che ti danno? Come stimolano la tua immaginazione?

 Nei miei romanzi (e anche nelle canzoni) ho sempre cercato un ribaltamento di prospettiva, provando a immaginarmi i pensieri degli animali, il loro giudizio su di noi e sul nostro mondo. Ho anche provato a immaginarmi i pensieri di elementi naturali come un albero, un fiume o una montagna (come nel cd Lo spirito delle foglie). Ovviamente ognuno di questi elementi naturali può essere visto come una tipologia umana in cui riconoscersi: il vecchio lupo alla ricerca di un branco, la giovane aquila pronta a spiccare il volo, la foglia che riflette sul passare delle stagioni e sul suo destino che la porterà ad essere parte del tutto e a rinascere sotto forme diverse.
Metterci nei panni degli altri ci aiuta a comprendere meglio la realtà che ci circonda. La stessa cosa, esasperandola al massimo, l’ho fatta nel libro che hai citato prima, La luna è dei lupi, dove gli animali parlano e riflettono sul mondo degli umani. Il libro diventa così uno specchio di noi stessi. E il lupo è, a mio parere, il miglior animale in cui specchiarci, visto che nei suoi occhi, ne sono certo, possiamo vedere una parte di noi che abbiamo perso. Scorgiamo un’empatia col mondo naturale, uno spirito di libertà che un tempo era nostro ma che ora abbiamo smarrito. Non dovremmo temere il lupo, ma l’esserci allontanati dal nostro essere lupi.

Per chiudere vorrei chiederti questo: quando Barbalbero dice di non stare dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla sua parte, a te cosa fa venire in mente?

Penso a un essere straordinario, uno dei più riusciti di Tolkien, che in questo caso non dice del tutto la verità: Barbalbero sa benissimo da che parte stare, e quando viene il momento di passare all’azione, lo fa con la massima forza e determinazione. Dovremmo prendere esempio da lui. Noi umani stiamo attraversando un momento storico che assomiglia molto a una lunghissima Entaconsulta. Si discute da anni su cosa fare per affrontare gli sconvolgimenti climatici che stiamo provocando noi stessi. Speriamo che alla fine delle discussioni si possa partire in una direzione precisa e marciare verso Isengard. Prima che sia troppo tardi.

 

Tolkieniani Italiani – Intervista a Paolo Pugni

Il nostro ciclo di interviste aggiunge un tassello pregiato: Greta Bertani ha avvicinato un altro pioniere della diffusione delle opere del Professore in Italia, nonché amico di vecchia data, portando tra le  pagine dei Tolkieniani Italiani il contributo offerto dalla perizia di Paolo Pugni. Se il nome non vi dice nulla non preoccupatevi e leggete tutto quel che segue, abbiamo fatto in modo che raccontasse a dovere di sé.

 


 

Buongiorno Paolo, forse non tutti conoscono la tua passione per Tolkien, che è nata molti anni fa. Tu hai tradotto, assieme a Franca Malagò, l’edizione italiana della Biografia di Tolkien scritta da Humphery Carpenter ed edita da Ares già nel 1991. Ci puoi raccontare com’è stata questa esperienza e cosa ti ha lasciato? Tu nella vita sei consulente aziendale, aiuti le aziende nelle strategie di marketing. Cosa ti sei portato nella vita di ogni giorno anche quando ti dedicavi ad altro?

Avevo avuto la fortuna di leggere la biografia di Carpenter in inglese e me ne ero innamorato: quando un libro ti appassiona al punto da tormentarti, allora l’autore diventa un grande amico. Vorresti averlo accanto a te per fargli mille domande e proseguire nel racconto. La biografia di Carpenter fu la risposta a queste mie aspettative. Logico che proposi subito di tradurla per renderla disponibile agli appassionati italiani. Era giù uscito l’altro delizioso lavoro del medesimo autore sugli Inklings con Jaca Book. Tradurre è stato entrare nella caverna del drago per dare senso a tutta l’opera di JRRT. E ci siamo sentiti in obbligo di avere una cura speciale per ogni vocabolo, così come sia Carpenter che soprattutto JRRT l’avevano messa nella loro scrittura. Mi ha lasciato una attenzione particolare per il linguaggio, prolungando un segno già impresso dal corso di scrittura che avevo seguito con Giuseppe Pontiggia nel 1988. All’epoca ero ancora un dipendente. Mi occupavo di marketing dentro una multinazionale e tradurre era un modo per portare il sogno e la passione dentro il lavoro. Lavoravamo in coppia in modo molto stravagante per l’epoca. Io traducevo registrando audiocassette (sì, quelle vecchie per le quali serviva a volte la… matita) e Franca sbobinava la mia traduzione mettendo ordine e riformulando il testo per renderlo migliore. E’ stato anche un modo per essere insieme durante le mie trasferte.

Sei persona dalle mille attività: consulente aziendale e ti occupi di marketing, sei autore di saggi su disparati argomenti (ecologia, vita di coppia, marketing). Tra queste cose so che, assieme a tua moglie Franca, tenete incontri di formazione per coppie e genitori. Sappiamo che Tolkien e sua moglie Edith erano entrambi orfani, e, nella biografia, ci vengono accennate le loro paure ed i loro desideri rispetto all’educazione dei figli. Ipotizziamo di annullare spazio e tempo e che tu e Franca vi trovaste davanti la giovane coppia formata da Ronald ed Edith, gravata della notevole responsabilità di crescere dei figli e cementare una famiglia in un momento di seria recessione economica. Che consigli ti sentiresti di dare loro?

Wow! Che domandone! Quello che posso suggerire a loro, come a tante coppie di oggi, è di credere alla loro unione. Come peraltro Beren e Luthien, chiamiamoli così, fecero. Loro contro il mondo. Se la coppia non è forte, la famiglia fa fatica. Insieme si affrontano tutte le sfide con le quali la vita può provocarci. Spiegheremmo loro, che già ben lo sapevano avendolo vissuto sulla loro pelle, che la vita sa essere difficile, ma il loro amore è sicuramente più forte finche lo tengono come sostegno per ogni fatica. Confidando in Dio. Annunceremmo loro che commetteranno tanti errori nell’educazione dei figli, ma se avranno veramente a cuore il loro bene, la somma sarà positiva. Per la verità, più che incontrarli come giovane coppia per consigliarli, preferirei incontrarli in riva al mare nella loro vecchiaia per farmi dire come hanno fatto ad arrivare sin lì con tanto coraggio e successo.

La fede di Tolkien è evidente, non solo dalla sua vita ma anche, sebbene in maniera meno esplicita, nelle sue opere. Credi che egli oggi possa ancora costituire un esempio per le nuove generazioni che, magari anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, si avvicinano in questi anni? A tal proposito, credi che il successo delle trilogie di Peter Jackson e la tanto annunciata serie tv possano contribuire a far avvicinare i giovani all’approfondimento delle opere di Tolkien seguendo un metodo serio, oppure che essi possano accontentarsi di un tipo di fruizione più superficiale?

Il problema non sta nelle opere di JRRT né nella trasposizione in video. Il problema sta nella capacità di chi legge, ascolta, vede di andare oltre la superficie. Io posso anche riempire le mie opere di simboli e segni, ma se nessuno li coglie…. Non ho idea di come sarà la nuova serie tv, i film di Jackson li ho trovati splendidi e fedeli. Certo che se, come scrisse Paola Mastrocola in La scuola spiegata al mio cane, ad una generazione che sospira “c’è del marcio in Danimarca” quella nuova risponde “bhe, ma perché andare sino in Danimarca?” fraintendendo completamente la citazione dell’Amleto, non c’è più partita. Io mi auguro che siano da stimolo almeno per pochi. Così come fu per me: vidi una sera in tv, non riuscivo a dormire, una trasmissione che proponeva i nuovi film in distribuzione. Uno di questi era il cartone animato del Signore degli anelli: la versione di Ralph Baski del 1978. Rimasi folgorato. Andai a vederlo da solo al cinema Piccolo Eden di largo Cairoli a Milano. Il film si fermava al rapimento degli hobbit da parte degli orchi, o poco più in là. Uscii perduto dal cinema. Il giorno dopo alla libreria Puccini di corso Buenos Aires comperai la trilogia. Mi ricordo così bene questi particolari? Come due giovani che incontrarno un amico speciale “erano circa le quattro di pomeriggio”.

Tra gli studi tolkieniani in Italia, dall’inizio ad oggi, cosa trovi interessante e cosa a tuo giudizio manca o, piuttosto, si dovrebbe mettere in cantiere? Cosa pensi delle pubblicazioni delle tre grandi storie del Silmarillion curate negli ultimi anni da Christopher Tolkien?

Confesso: conosco poco. Ho dovuto fare scelte nella vita e dopo un intenso periodo tolkeiniano, culminato con la presenza insieme a grandi personaggi al convengo per i centenario della nascita di Tolkien che si svolse al Centro Culturale Manfredini il 28 novembre 1992, insieme a me parlarono quel giorno il cardinal Biffi, Franco Cardini, padre Guido Sommavilla e Raffaele Vignali, dovetti concentrarmi sul lavoro e perdere di vista gli studi Tolkeniani. Apprezzo comunque i nuovi saggi pubblicati, credo che ci sia ancora molto da raccontare e spiegare.

Questa intervista viene pubblicata sul sito STI, e fa parte di una serie di altre interviste la cui realizzazione è nata all’interno di un gruppo di studiosi raccolti attorno ad una giovane ma promettente associazione: I Cavalieri del Mark, gruppo locale marchigiano, ma con una forte presenza sui social e che collabora con molti studiosi italiani. Quanto credi che sia importante una rete interconnessa di studiosi, una sorta di gruppo di studio in cui le singole persone possono confrontare le loro idee?

Tantissima, specie oggi dove la comunità è stata riscoperta e rilanciata. Aiutarsi nel approfondire ciò che si ama è un dono per tutti.

Tolkieniani Italiani – intervista a Paolo Gulisano

La serie di interviste dei Tolkieniani Italiani prosegue con un nome ben noto ormai da lungo tempo tra gli appassionati: si tratta di Paolo Gulisano, uno dei primi in Italia a scrivere e pubblicare su J.R.R. Tolkien. Di seguito le risposte alla serie di quesiti postigli da un Giuseppe Scattolini particolarmente ispirato.


Paolo Gulisano: nel mondo tolkieniano sei conosciuto come un divulgatore di massimi livelli. Tuttavia, è sufficiente una piccola ricerca per vedere coi propri occhi quanto ampia e varia sia la tua produzione. Ed il tuo mestiere è fare il medico. Chi è allora Paolo Gulisano? Il medico? Il divulgatore? Lo studioso? Lo scrittore?

Sono un medico di professione e uno scrittore per passione. Potrei anche dire che sono un medico umanista:una categoria che si sta assottigliando in un tempo che vede unevoluzione della medicina in senso sempre più tecnicistico, se non addirittura burocratico. Questo significa che il significato del mio lavoro è il prendermi cura, delle persone, naturalmente, ma potrei dire che mi prendo cura anche della cultura, della storia, e questo è il nesso col mio impegno di scrittore, di saggista, di divulgatore. Tutto allinsegna del prendersi cura, quindi.

Parlando della tua passione tolkieniana, come hai conosciuto Tolkien? Il Professore di Oxford è solo una tra le tante delle tue passioni o ha un posto privilegiato nel tuo cuore?

Ho conosciuto Tolkien alla fine del Liceo. Ero un appassionato di Miti e saghe antiche. Venni a conoscenza che un autore contemporaneo (Tolkien era morto 5 anni prima che leggessi Il Signore degli Anelli) si era cimentato in una riscrittura delle antiche leggende medievali. Sinceramente, ero un po’ perplesso, ma grazie a Dio sono curioso e volli leggerlo: ne rimasi folgorato. Mi trovai ovviamente di fronte a molto di più che una semplice rivisitazione degli antichi miti, ma ad unopera epica originale, straordinaria. Era uno dei libri più affascinanti che avessi mai letto, e tenete conto che di libri ne leggo veramente tanti. Posso quindi dire che Tolkien da allora ha occupato un posto davvero privilegiato nel mio personale orizzonte culturale e nei miei affetti. Certamente, ho anche altri interessi e autori che mi sono cari, ma molti di loro- come Lewis o Chesterton- si intrecciano col Professore di Oxford. Devo dire inoltre che la storia e la cultura delle Isole Britanniche ha sempre esercitato nei miei confronti una notevole attrazione, e la gran parte delle mie opere è dedicata a questi temi: dallIrlanda alla Scozia, alla Letteratura Vittoriana. Da Oscar Wilde al Peter Pan di Barrie, dalle rivolte irlandesi allindipendenza della Scozia, negli ultimi 20 anni mi sono mosso molto con la penna tra Dublino e Oxford, tra Londra e Glasagow!

A partire dalla tua notevolissima esperienza e dai tanti incontri tolkieniani che hai tenuto fino ad oggi, qual è la tua opinione sull’impatto che la cinematografia tolkieniana ha sui tolkieniani? E non penso solo alle due trilogie di Peter Jackson, ma anche al precedente film di Ralph Bakshi, e al presumibilmente prossimo biopic sul giovane Tolkien e alla serie tv che dovrebbe uscire nel 2020, oltre che alle fan-fiction come l’eccellente “Born of Hope” e le altre minori, a parer mio, come “I diari della Terza Era” e “La caccia a Gollum”.

Sicuramente la cinematografia ha avuto un impatto potente sullimmaginario dei lettori, specialmente quelli più giovani; se chiedessimo ad uno di questi lettori di descriversi ad esempio Aragorn, credo che nella quasi totalità dei casi verrebbe fuori il ritratto di Viggo Mortensen, e così per gli altri personaggi. La mia generazione invece aveva negli occhi le illustrazioni dei grandi disegnatori. Il grande merito delle trilogie jacksoniane è stato quello di diffondere ad un pubblico vastissimo lopera tolkieniana. Gli Elfi, i Nani, nonché lidea stessa di un mondo che non esiste ma che è plausibile si è diffuso, è diventato parte dellimmaginario collettivo, e un lettore di narrativa fantastica non è più visto come un personaggio strano ed eccentrico, da compatire. Credo che anche le produzioni in divenire potranno contribuire a realizzare quello per cui personalmente mi batto da tanto tempo: mostrare Tolkien come un vero e proprio Classico della Letteratura.

Riguardo invece a due grandi di cui hai scritto, John Henry Newman e Gilbert Keith Chesterton: sappiamo per certo che entrambi influirono su Tolkien, e che lui li conosceva molto bene. Secondo te, come e in quale misura il Professore di Oxford è stato influenzato, anzi, dirò meglio, educato da questi due grandissimi pensatori?

Molti critici ed interpreti tolkieniani hanno sottolineato limportanza delle fonti narrative sullopera di Tolkien: i miti nordici, lEdda, il Kalevala. Tutto vero. Ma egli non sarebbe diventato lAutore che conosciamo senza altri fondamentali contributi avuti nella sua formazione culturale e umana. Al massimo sarebbe diventato uno studioso ancora più prestigioso, autore di grandi lavori esegetici. Uno straordinario filologo. Invece divenne un eccezionale romanziere, e questo anche grazie a questi due maestri, Newman e Chesterton. John Henry Newman, il fondatore dellOratorio di Birmingham, una delle scuole frequentate dal piccolo Ronald, arrivò a lui attraverso la mediazione della madre, che si era convertita al Cattolicesimo proprio grazie al grande teologo, e alla mediazione del suo tutore e mentore, padre Francis Xavier Morgan. Tolkien crebbe nello spirito di Newman, che è uno spirito di ricerca della verità, e di affidamento alla luce gentile della Fede. Fu la religiosità di Newman solida, ortodossa, intellettualmente vivace- ad educare ed edificare la coscienza e il senso religioso di Ronald. Chesterton, invece, di cui Tolkien fu attento lettore, gli aprì la prospettiva dellimmaginazione. Unimmaginazione che non è finalizzata solo alla rievocazione di battaglie e dinastie del passato, ma diventa strumento per indagare nel cuore di ogni creatura, per descrivere vizi e virtù, per ritrarre la condizione umana. Una fantasia che non è fuga dalla realtà, ma apertura di prospettive. Tolkien stesso riconosce questo debito nei confronti di G.K. Chesterton nel suo fondamentale saggio sulla letteratura fantastica pubblicato in Albero e foglia.

Infine: ti sto intervistando per conto dei Tolkieniani Italiani. Siamo sul sito STI, io sono il presidente dei Cavalieri del Mark, ed a pubblicare questa intervista sarà Gianluca Comastri, di Eldalië. Tolkieniani di tutta Italia non legati da nessun vincolo che non sia la comune passione tolkieniana ed i medesimi valori leggeranno le tue parole, studiosi e appassionati. Pensi che questa nuova iniziativa possa andare lontano e mantenere le promesse?

Non solo lo penso, ma me lo auguro con tutto il cuore. Il mondo dellassociazionismo tolkieniano italiano ha una lunga storia alle spalle, nasce ben prima dei film e di tutti i fenomeni anche ludici (pensiamo ai Cosplay) che ne seguirono. Ha bisogno senzaltro di realtà competenti e appassionate in cui condividere questa passione, e Tolkieniani Italiani ha tutte le caratteristiche per rappresentare questo desiderio.  

Tolkieniani Italiani – Intervista a Sebastiano Brocchi

L’attività dei Tolkieniani Italiani sul nostro sito inizia con l’intervista a un amico e autore di narrativa.

Sebastiano B. Brocchi, nato il 18 marzo del 1987, è originario di Montagnola (Svizzera) dove risiede tutt’ora. In terza liceo lascia gli studi per diventare scrittore e ricercatore autodidatta nel campo della storia dell’arte, della filosofia ermetica, della simbologia sacra e dell’alchimia interiore. Nel 2004 ha pubblicato la sua prima opera, il breve trattato “Collina d’Oro – I Tesori dell’Arte”. Negli anni successivi hanno visto la luce “Collina d’Oro Segreta” (2005), libro che ha suscitato scalpore nella cronaca ticinese, e “Riflessioni sulla Grande Opera” (2006), considerato dagli specialisti un testo magistrale di alchimia. É del 2009 il saggio, dedicato all’interpretazione esoterica delle fiabe tradizionali, “Favole Ermetiche”. Nel 2011 dà alle stampe la prima opera di narrativa, il giallo storico “L’Oro di Polia”, mentre nel 2012 prende avvio la saga fantasy dei Pirin con la prima edizione del volume “Le Memorie di Helewen”. Il secondo volume della saga, “Hairam Regina”, viene pubblicato nel 2016. É inoltre autore di numerosi articoli, interviste a importanti personalità internazionali e approfondimenti apparsi su riviste e siti web sia svizzeri che italiani. La sua opera tutta, da Favole Ermetiche a L’oro di Polia, per non parlare della saga di Pirin, sta ricevendo grande riscontro sia da parte del pubblico sia della critica, un riscontro a nostro giudizio meritatissimo. Lo intervista per noi Giovanni Carmine Costabile.

 

Vuoi raccontarci come è nata l’ispirazione per la trilogia, che ricordiamo comprende Le memorie di Helewen, Hairam Regina e Le gesta di Nhalbar, oltre ad alcuni derivati multimediali come il videogame Eselmir e i cinque doni magici?

Sono passati diversi anni, una quindicina almeno. Credo che le prime ispirazioni mi siano venute già sui banchi di scuola, alle medie, e negli anni del liceo iniziavo già a riempire cartelle di schizzi e appunti… penso che l’idea di una “grande saga”, nel senso di un universo corposo che si prestasse a un’espansione narrativa molto ampia e articolata, mi sia venuta dall’amore incondizionato che provai per i film di “Star Wars”. Tuttavia, fu con l’uscita della trilogia cinematografica de “Il Signore degli Anelli” che scoprii l’universo tolkieniano e – sebbene a chiaroscuri – compresi di voler indirizzare la mia saga su quel filone letterario anziché su una space opera. Dicevo “a chiaroscuri” perché sebbene molti elementi tolkieniani mi avessero assolutamente catturato ed entusiasmato, altri aspetti, come penso sia naturale, non li sentivo molto sulle mie corde. Ma al di là di queste “spinte” iniziali derivate in parte dalla cinematografia, devo dire che un’altra mia grande passione già in quegli anni giovanili fosse la storia antica. Avrei tanto voluto emulare (nel mio piccolo, è chiaro) la maestosa eredità dei grandi poemi epici e di altre opere intramontabili prodotte dalle civiltà del passato: opere intrise di una forza magica, che ha sempre esercitato su di me un fascino molto maggiore rispetto alla letteratura  contemporanea.

 

Come già hai avuto modo di sapere questa serie di interviste vuole rintracciare l’eredità di Tolkien negli autori fantasy italiani contemporanei (in lingua italiana, nel tuo caso, essendo svizzero). Perciò ti chiedo direttamente: che ruolo ha avuto Tolkien nella tua scrittura? Come lo hai conosciuto? In che rapporto ti consideri rispetto a colui che da molti è considerato il padre del genere fantasy?

Sicuramente, come in parte già accennato, la principale influenza tolkieniana l’ho ricevuta dalle  recenti trasposizioni cinematografiche. Sono quelle ad avermi fatto avvicinare all’opera del Professore, ma sarò sincero: malgrado la grande ammirazione e il trasporto per l’autore, non ho in seguito approfondito  la sua opera tanto da potermi definire un esperto. Molti pensano che alcuni elementi della saga “Pirin” si rifacciano a Tolkien, e magari quando me lo fanno notare mi trovo nell’imbarazzante situazione di non sapere di cosa stiano parlando: nella maggior parte dei casi, la verità è che Tolkien ed io abbiamo attinto da simili fonti, ma si tratta di fonti ben più antiche. Ho iniziato già da adolescente a divorare letteratura – spesso di origine precristiana o medievale – che spaziasse dalla mitologia ai testi sacri di varie religioni, passando dal folklore alle fiabe e leggende di diversi popoli. Perciò è facile che qualora compaiano elementi comuni tra le mie opere e quelle di Tolkien, più che una derivazione diretta possa trattarsi di una rielaborazione di archetipi, parole, simboli, dei secoli o dei millenni passati. Inoltre, ed è un elemento che purtroppo è emerso fin troppo poco dagli studi tolkieniani, il Professore condivideva una passione che ha dominato anche la mia ricerca personale: l’Alchimia, intesa come scienza della trasformazione interiore dell’individuo. Personalmente ho ritrovato moltissimi elementi della più pura tradizione alchemica ed ermetica nell’opera di Tolkien. Gli esempi non si contano: potrei citare il gonfalone di Gondor (riproposizione dell’albero alchemico con le sue sette stelle), o le fasi narrative ispirate alle fasi della Grande Opera: discesa nelle miniere di Moria (Nigredo) assedio della città bianca di Minas Tirith (Albedo) e raggiungimento del fuoco del Monte Fato (Rubedo). I vari riferimenti al Fuoco Segreto…

Ciò che ho maggiormente apprezzato di Tolkien, oltre alla cura per la lore, allo stile aulico e la profondità quasi “religiosa” o meglio ancora “esoterica”, sono gli elementi anche esteticamente più riusciti, ovvero ad esempio l’eleganza della civiltà elfica, o di alcuni luoghi emblematici come Minas Tirith (alla cui interessante tipologia costruttiva e ai suoi precedenti ho dedicato, tra l’altro, un articolo intitolato “La città concentrica. Archetipo del cosmo e della fortezza interiore”).

Quel che invece ho apprezzato meno in Tolkien – ma devo dire in particolare nella  trasposizione cinematografica – è l’indugio in elementi più grotteschi, come le varie razze di orchi, e il fatto che un mondo potenzialmente così bello si trovi di fatto – all’epoca degli eventi principali – al tramonto e in rovina. Credo che questa sia un’altra grande differenza rispetto alla mia saga “Pirin”, almeno per quanto riguarda le ambientazioni. Gli eventi salienti della trama descritti nel secondo e terzo volume (perché il primo volume costituisce una sorta di retrospettiva, se vogliamo) si svolgono all’epoca del massimo splendore delle civiltà del continente, cioè in un mondo ancora brulicante di vita e iniziativa, monumentale e popoloso, che richiama i fasti degli antichi imperi.

 

Complimenti per la sezione dedicata alla vita e alle usanze dei Pirin. Sembra quasi di leggere uno dei trattati filosofici utopistici sulla città perfetta che abbondano nella tradizione occidentale, dalla Repubblica di Platone alla Città del sole di Tommaso Campanella, per non parlare ovviamente di Utopia di Tommaso Moro. Scorgo anche un influsso sottile del socialismo ottocentesco, se non sbaglio, nella particolare attenzione all’aspetto del lavoro nel regno dei Pirin. Ma ovviamente un altro modello è senz’altro la Contea di Tolkien. A cosa pensavi in realtà? Ho indovinato qualcosa?

Ti ringrazio. Sì, hai azzeccato buona parte dei principali “influssi”. Aggiungerei anche alcune allusioni a realtà idilliache e utopiche descritte nei racconti orientali e mediorientali, come la celebre Śambhala, i vari miti edenici e sulle età dell’oro di varie civiltà, senza dimenticare un luogo che ha sempre esercitato grande influenza sul mio immaginario: il continente perduto di Atlantide, di cui adorai la descrizione platonica. La Contea tolkieniana può condividere con la mia Lothriel forse l’atmosfera serena e “fuori dal mondo”, ma la prima è molto più rustica e semplice rispetto alla seconda, la quale è invece più monumentale, elegante e sofisticata.

 

Il primo volume, Le memorie di Helewen, si apre con una scena, l’arrivo della zattera dei genitori di Nhalfordon-Domenir alla dimora di Helewen, dove affidano loro figlio alle cure del tutore, un Pirin, che lo istruirà in merito alla storia (e alle storie) del mondo, della sua stirpe e di sé medesimo, narrazioni che costituiscono il resto del libro, con poche interruzioni. L’impressione che se ne ricava è di un impianto accuratamente studiato per introdurre il lettore gradualmente nel tuo mondo. Hai avuto qualche ispirazione nel disegnare questa struttura espositiva? Un lettore tolkieniano non può che pensare ai Racconti ritrovati

In realtà credo che in questo senso la maggiore fonte d’ispirazione sia stata la Shahrazād delle “Mille e una notte”. Ma anche il ciclo arturiano, in particolare nei romanzi cortesi di Chrétien de Troyes. Senza dimenticare altri celebri cicli di racconti (qualche traccia appena accennata di Decamerone, tanto per dirne una…). Non tralasciamo la grande influenza dei cosiddetti “testi sacri”. Da quelli indiani fino alla Bibbia, passando dall’epica omerica.

In generale, come giustamente evidenzi, il primo volume vuole introdurre al “mondo narrativo” in modo graduale, evidenziando il background attraverso l’espediente di racconti inanellati ma di epoche diverse. Lo stile narrativo e la psicologia dei personaggi, nel primo volume, sono volutamente vicini all’astratto, al fiabesco, all’archetipico, con personaggi semplici, in grado di rappresentare un determinato valore etico e umano. Con il procedere della narrazione, nel secondo e terzo volume, gli eventi si fanno ravvicinati, proprio come i personaggi, che acquistano via via una psicologia sempre più stratificata, poliedrica, sfuggente, difficile da inquadrare nell’ottica di stereotipi caratteriali. I sentimenti iniziano a scendere dal loro “piedistallo” di archetipi e si fanno squisitamente umani, sofferti, talvolta incomprensibili. Viene progressivamente mostrato il male che si cela nel bene e il bene che si cela nel male, la luce nell’ombra e l’ombra nella luce, un po’ come nel simbolo del Tao.

 

Come Tolkien, anche tu ti ispiri chiaramente alle tradizioni popolari e folcloriche raccolte nelle fiabe e nei racconti di mezzo mondo. Credi anche tu che, come sintetizza mirabilmente C.S. Lewis, grande amico di Tolkien, “un giorno sarai abbastanza grande da ritornare a leggere le fiabe”? O forse, come dice il comico Alessandro Bergonzoni, “dobbiamo smetterla di raccontare favole ai bambini per addormentarli. Iniziamo a raccontargli favole per svegliarli”?

Assolutamente sì. Sono anzi convinto che non solo i bambini, ma anche la gran parte degli adulti non sospetti minimamente l’immenso patrimonio di saggezza racchiuso da fiabe, favole e racconti considerati “per l’infanzia”. Libri come “La Storia Infinita”, “Il Mago di Oz”, “Pinocchio”, “Il Piccolo Principe”, passando dalle fiabe tradizionali raccolte dai Fratelli Grimm, La Fontaine ecc… sono solo alcuni esempi di opere dal contenuto filosofico altissimo, immenso, molto più di certi libri ritenuti “per adulti” ma che, al contrario, si soffermano talvolta su aspetti della vita molto più superficiali, transitori, futili, o che imbrigliano la saggezza in uno sterile linguaggio razionale, dimenticandosi di parlare realmente al cuore, all’anima.

I più grandi autori di fantasy del Novecento, come Tolkien o Lewis, Ende (il mio preferito) ma mi permetto di annoverare  anche qualche autore tra virgolette “minore”. come Gaiman con il suo Stardust, hanno saputo affidare alle loro opere “per ragazzi” uno spessore iniziatico che le avvicina ad alcuni dei più eccelsi componimenti del passato, come ad esempio il misticismo della poesia Sufi, i Veda, ecc…

Una profondità che personalmente non riconosco ad autori odierni di bestseller del fantasy “per adulti”, preoccupati soltanto di avvincere con trame politiche, violenza ed erotismo: ingredienti che li rendono soltanto commercialmente più appetibili ma che, dal mio punto di vista, non li renderanno immortali, perché privi di un vero Messaggio in grado di valicare i tempi e gli spazi.

 

Un altro grande elemento che ho riscontrato in comune con Tolkien è il ruolo centrale dell’amore, soprattutto coniugale e parentale, e quindi della donna, dei genitori e dei figli. Come in Tolkien, per ogni dio c’è una corrispondente dea, anzi addirittura, nel mondo di Pirin, ogni dio ha un aspetto maschile e un aspetto femminile, il cui nome si ricava aggiungendo ‘ah’ al nome del dio maschile (Aedaran→ Aedaranah), oppure mutando in ‘h’ la ‘r’ finale (Foladar→ Foladah). Come in Beren e Lúthien, spesso per i tuoi personaggi è l’amore per una donna eccezionale a motivare le loro imprese (penso soprattutto a Theoson, l’amante di Uhilyn, ma anche a Osondel, desideroso di prole, alla rivalità tra Filo Carminio e Filo Cobalto per la bella Budalidor, all’amore di Folsarèd per la ninfa-cerva…). Cosa puoi dirci a riguardo?

Hai colto quello che è sicuramente un risvolto fondamentale della mia opera. Con “Pirin” ho cercato di raccontare molte forme dell’amore e di come questo possa abbassare o innalzare l’individuo nel suo percorso di affinazione e maturazione. Anche qui vale quanto detto in precedenza riguardo all’evolversi narrativo della trilogia: nel primo volume troviamo amori molto fiabeschi, incondizionati, univoci,  assimilabili a quelli dei grandi drammi shakespeariani, dello stilnovismo o della poesia trobadorica. L’avanzamento della narrazione, il suo passaggio temporale dal “tempo del mito” al “tempo degli uomini”, complica decisamente le cose. “Hairam Regina” è dominato dalle grandi passioni, anche distruttive, un costante rimescolarsi emotivo, mentre “Le Gesta di Nhalbar” (il più mistico dei tre) conduce a nuove e più profonde riflessioni, abbracciando suggestioni iniziatiche che avvicinano i personaggi alla comprensione di più vasti misteri divini, e dunque a forme di amore che travalicano i destini e gli interessi individuali.

 

Avendo menzionato una chicca linguistica della tua opera, non posso che interrogarti anche sulla creazione dei linguaggi del tuo mondo. Quali sono i tuoi modelli linguistici? Tolkien prese essenzialmente a modello il gallese e il finlandese per le sue lingue elfiche, nel tuo caso sbaglio a dire che si sente anche un influsso mediorientale?

Non sbagli. Gli influssi sono molteplici ma è innegabile l’apporto da matrici linguistiche sanscrite, mesopotamiche, egizie, semitiche, greche, latine. Non mi sono fatto mancare neanche ispirazioni precolombiane e da altri ceppi linguistici più circoscritti, di varie parti del mondo. In qualche caso si trovano anche inversioni, o sottili giochi di parole (Helewen s’ispira alle parole inglesi Hel e Heaven, per alludere al fatto che in ogni uomo convivano inferni e paradisi) o citazioni derivate dalla cultura fantasy e fantascientifica più recente. Il nome del Dio supremo Inkahal, ad esempio, è ispirato all’Incal di Jodorowsky, mentre il nome del regno di Lothriel evoca sicuramente atmosfere più tolkieniane.

Ad ogni modo la formazione della lingua dei Pirin è stata uno degli aspetti più laboriosi, perché volevo che fosse strutturata in modo “credibile”, con un vocabolario e proprie regole grammaticali. Non un linguaggio “di facciata” utile soltanto per comporre qualche breve formula magica come se ne trovano diversi esempi nella letteratura coeva, bensì una lingua “funzionante” a tutti gli effetti. Tra l’altro nella colonna sonora del videogame “Eselmir e i cinque doni magici” si trova una canzone interamente scritta in lingua Pirin (il cui testo e la cui melodia sono tratti direttamente dal primo volume della trilogia di romanzi) che per l’occasione è stata intonata da due promettenti studenti di musica del Liceo Cantonale di Bellinzona. Questo ha rappresentato un’ulteriore sfida verso il realismo di questa lore, perché ha permesso alla lingua Pirin di staccarsi dalle pagine stampate e di raggiungere il banco di prova del livello fonetico. Un passaggio delicato poiché, per essere credibile, una lingua deve anche distinguersi per una particolare tonalità, cadenza, pronuncia, e risultare naturale.

 

Mi ricollego all’ultima domanda e alla precedente sulle fiabe per chiederti: viene spontaneo un dubbio leggendo la saga dei Pirin. Se, come dicevo prima, è chiaro che, provenga dalle Storie di Erodoto o dalle Mille e una notte, entrambe fonti anche di Tolkien, si respira, più ancora che in Tolkien stavolta, un’aria di folklore orientale di riscontro a tant’altro celtico e nordico, sbaglierei a dire che, lette nel modo più giusto, anche le storie dei Pirin si possono definire Favole Ermetiche, il titolo di un altro tuo libro molto apprezzato?

Decisamente. È una saga dalla fortissima componente ermetica ed esoterica, proprio perché in questo vasto corpus di trame e sotto-trame (quasi duemila pagine soltanto i romanzi, senza contare i derivati multimediali) ho cercato di condensare i frutti del mio percorso interiore. Non si tratta di libri che nascono a scopo di intrattenimento. Il loro intento maggiore è quello di lasciare qualcosa al lettore, che possa accompagnarlo nella vita di tutti giorni, verso la propria realizzazione personale, umana, la riscoperta e la coltivazione di quella “scintilla divina” che lo rende un miracolo unico e irripetibile. Questo non avviene soltanto in modo esplicito attraverso ciò che effettivamente i racconti spiegano: si può dire anzi che la componente narrativa sia la punta dell’iceberg. Si tratta di una saga estremamente simbolica: quasi tutti gli eventi e i personaggi, ma anche i luoghi o gli oggetti, possono essere riconducibili al vissuto interiore di ognuno, e ci sono dunque diversi possibili livelli di lettura.

Da qui l’esortazione dell’oracolo rivolta ai Pirin “Dovrete trovare l’oro per il vostro tempio molto più in profondità”.

 

Infine chiudiamo con una domanda tecnica. Hai speso chiaramente grande quantità di tempo ed energie per realizzare un mondo dettagliato e coerente, in altre parole hai fatto un gran bel lavoro di worldbuilding. Hai dovuto fare molte ricerche per riuscire in un mondo completo e coerente? Come rapporteresti il tempo, suppongo preliminare, dedicato al puro worldbuilding, rispetto al tempo di scrittura vera e propria dei romanzi? E, per concludere, se dovessimo decidere, in vena di grandi semplificazioni, di definire ogni mondo con un semplice aggettivo, Arda è ‘elfica’, Narnia è ‘allegorica’, il Potter-verse è ‘magico’, Westeros è ‘machiavellico’, il mondo dei Pirin è…?

Se dovessi quantificare in modo molto approssimativo, direi che il worldbuilding abbia rappresentato un buon 70% del lavoro e dunque del tempo. In fondo, una volta definita gran parte della lore, il grosso del lavoro di stesura ovvero della parte spiccatamente narrativa è durato relativamente poco. Basti pensare che tra la pubblicazione del secondo e del terzo volume (il più lungo dei tre) è passato più o meno un anno.

Volendo trovare un aggettivo per il mondo dei Pirin credo si possa proporre il termine “mistico”, nel senso più ampio e intimo di un sentimento del sacro non inquadrabile in un contesto religioso e dogmatico, in una corrente o ideologia.

 

Di nuovo, a nome mio personale di Giovanni Carmine Costabile, del supervisore delle interviste Gianluca Comastri, del gruppo Tolkien nelle Marche – I Cavalieri del Mark, e di tutta la Società Tolkieniana Italiana, grazie di cuore!

Un sentito ringraziamento anche a voi tutti per l’interesse dimostrato nei confronti del mio lavoro, e a te Giovanni, in particolare, per questa bella intervista da cui traspare tutta l’attenzione e sensibilità del tuo approccio ai libri che affronti, e l’invidiabile cultura che ti permette di cogliere preziose connessioni ipertestuali che ad altri magari sfuggono.

 

L’intervistatore

Giovanni Carmine Costabile (Dott. Mag., 1987-) Libero ricercatore, scrittore, traduttore, pubblica articoli su Tolkien e la letteratura medievale su riviste prestigiose come Tolkien Studies (2017), Inklings Jahrbuch (2017), Mythlore (2018). Relatore di conferenze in Italia e Inghilterra dal 2016, già membro attivo della Tolkien Society inglese, Società Tolkieniana Italiana, Medieval Academy of America. Nel 2018 conduce ricerche su Tolkien e Gawain presso la Weston Library di Oxford e di seguito pubblica la sua prima monografia, Oltre le Mura del Mondo : Immanenza e Trascendenza nell’opera di JRR Tolkien, con prefazione di padre Guglielmo Spirito, introduzione di Oronzo Cilli e postfazione di padre Alberto Quagliaroli, volume che riscuote il plauso generale della critica in Italia e all’estero.